Racconti di Vincenzo Fiaschitello

Vincenzo Fiaschitello poeta e scrittore nato a Scicli nel 1940 Laureato in lettere, si specializza in Filosofia Pedagogia e Psicologia.

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Racconto di Vincenzo Fiaschitello
Barabba e il Cireneo 

Percorreva in discesa la collina del Cranio, scansando i sassi che la folla aveva fatto sollevare lungo il sentiero, dietro ai condannati e ai soldati romani della scorta. A terra c'erano ancora i segni del pesante patibolo(1), che aveva contribuito a portare aiutando il flagellato, sfinito per l'immenso sforzo.

Il cielo si era improvvisamente oscurato e annunciavano un violento temporale i lampi che squarciavano le nuvole.

Simone, il Cireneo, non aveva voluto aspettare oltre. Aveva visto come i fabbri e gli assistenti con perizia e estrema indifferenza avessero usato i loro attrezzi: chiodi, martelli, corde, scale. E dopo avere assistito al sollevamento del corpo del condannato sul palo centrale e aver dato un ultimo sguardo a quel volto martoriato, era andato via. Non aveva voluto attendere il suo ultimo respiro, d'altronde pensava che ne aveva avuto abbastanza del suo fiato in faccia mentre lo aiutava nella dura salita. Quel fiato non era affatto puzzolente, ma piuttosto carezzevole, odoroso. Non poteva essere quello di un assassino, di un brigante, di un  ubriacone. Più di una volta i loro sguardi si erano incrociati: nessun odio trapelava dai suoi occhi verso i suoi aguzzini, ma pietà, amore infinito verso quella folla vociante e ostile che lo circondava, nella quale si riconoscevano i caporioni che il Sinedrio aveva mandato per aizzare il popolo a chiedere la condanna a morte di quell'uomo dinanzi al Prefetto Pilato.

-"No, non poteva essere colpevole di nulla". diceva fra sé Simone, quell'uomo così semplice, schietto, coraggioso, che si offriva alla violenza, alla rabbia incomprensibile della gente come un agnello innocente. E non poteva essere nemmeno un  re, il re dei giudei, come stava scritto sulla tavoletta che gli avevano appesa al collo e che, lungo il percorso aveva più volte sbattuto sulla sua fronte, ferendola. 

Scendeva, e si asciugava una riga di sangue sul volto: il suo sangue mescolato con quello del condannato colato dalle numerose, terribili ferite della flagellazione.

Il suo animo si era incupito e più rifletteva su quanto gli era capitato quel giorno, più gli cresceva la rabbia per l'ingiusta violenza subita, che il decurione di quella scorta gli aveva inferta.

Perché proprio lui?

Lui passava di lì per caso e, attratto dalle grida e da quel corteo, si era avvicinato per curiosità.

E' vero che quella richiesta di aiutare a portare il patibolo di legno era perfettamente legittima, poiché da quando gli era stata concessa la cittadinanza romana, aveva imparato a conoscere le leggi dei romani e i loro costumi. Ma lui non poteva essere un àngaros, cioé un portatore forzato. Lo aveva gridato in faccia al graduato, ma quello, puntandogli sul petto la lancia, non aveva creduto alle sue rimostranze di essere cittadino romano e lo aveva obbligato ad eseguire l'ordine. Era un costume, sancito dalla legge, che consentiva agli ufficiali e ai soldati romani di imporre un lavoro forzato a tutti coloro che appartenevano alle popolazioni conquistate. Ora, a lui Simone, cittadino romano, non poteva essere inflitta quella umiliazione.

Giunto nelle vicinanze del Tempio, Simone ammirò le quattro Torri della Fortezza Antonia dalle cui  sommità si doveva certamente dominare tutto il recinto del Tempio e la città. Lì fece la sua denuncia e, data un'ultima occhiata al luogo dove la mattina Pilato aveva consegnato agli ebrei il Nazareno, percorse  il lithostrotos, l'ampio luogo pavimentato con grosse pietre, particolarmente apprezzato dalla gente. Poi si diresse verso la città bassa, dopo aver superato la Porta d'Efraim, lungo il muro di cinta del Tempio e il Sinedrio. Si aggirò per le viuzze. Alcuni bambini giocavano a rincorrersi dinanzi alle loro case, qualcuno accendeva i primi lumi.

Simone si ricordò che dal mattino presto non aveva più toccato cibo e chiese ad un passante di indicargli una taverna.

-"Impiccateli tutti, inchiodateli alla croce! Questa è la fine che devono fare tutti i malfattori!"

Così gridava al suo vicino di tavolo un tale con gli occhi arrossati dall'ira, la barba grigia e un turbante in testa.

-"Ma questa volta la giustizia non è stata giusta, te l'assicuro!"

-"E perché? Forse perché tra due ladroni e vagabondi che conoscevo bene è stato crocifisso anche un mago, un indemoniato che a modo suo diceva di scacciare i demoni?"

-"Non dire sciocchezze! E' il vino che hai trangugiato che non ti fa ragionare. Questo profeta che chiamavano Gesù era un predicatore di pace, di amore, anche verso coloro che ci fanno del male":

-"Sì, mi è capitato qualche volta di ascoltarlo, diceva di porgere l'altra guancia se qualcuno ti colpiva. Vorrei proprio vedere come si fa a non ripagare con la stessa moneta!"

Nel frattempo Simone era andato a sedersi lì accanto, in un angolo e aspettava il taverniere. Questi venne quasi subito e Simone ordinò un piatto di legumi e un boccale di vino. Poi, guardando quei due che discutevano a voce alta e avevavo vuotato i loro boccali, disse al taverniere di portare del vino anche per quelli. I due, interrotte per un attimo le loro dispute, guardarono con simpatia lo sconosciuto e ringraziarono.

Uno dei due vide in Simone un possibile alleato.

-"Amico, giudica tu. Ti sembra che il Prefetto Pilato questa mattina abbia fatto trionfare la giustizia? Lo ritiene un uomo innocente, privo di quelle colpe di cui il Sinedrio lo accusa, e tuttavia lo fa flagellare fin quasi a ucciderlo e lo consegna alla folla per crocifiggerlo. Ti sembra che abbia agito correttamente questo illustre rappresentante del popolo romano? Puah...il diritto romano!"

Prima che Simone possa rispondere, interviene l'altro: -"Tu non ti rendi conto del grave pericolo che quell'uomo ha fatto correre non solo al popolo ebreo, ma anche a Roma. Come si fa a non punire con la morte chi si proclama re? Voleva forse annullare l'autorità del Sinedrio e ignorare la religione dei nostri padri, di Abramo Isacco Giacobbe? Voleva forse liquidare l'autorità dell'aquila romana in questo paese?"

-"Ma nulla di tutto questo. Lui annunciava un regno dei cieli, un regno spirituale e, infatti, non aveva un seguito di guerrieri, ma gente umile, pescatori, gente povera, ammalati, storpi, ciechi, che chiedevano di essere guariti, di alleviare le loro sofferenze. E lui era pronto, misericordioso, disponibile a condividere il dolore degli altri, a perdonare senza badare se a chiedere la grazia fosse un peccatore, un pubblicano o una prostituta. A Giairo, una autorità nella sinagoga, ha perfino risuscitato la figlia. E poi costui ha dovuto giustificarsi dinanzi al Sinedrio che giudicava il falegname di Nazareth, un imbroglione, un mago, invece che il Messia come continuava a vantarsi tra la gente":

-"A me questa storia dei miracoli, tanto acclamati dai suoi seguaci, non convince. Chi ci assicura che lo storpio che ha guarito non fingesse? Chi ci assicura che il cieco ha veramente acquistato la vista? Chi ci assicura che la figliola di Giairo fosse veramente morta e che invece non dormisse? Gli indemoniati? Ah, te li raccomando quelli! Pazzi furiosi, senza cervello, che si rotolano per strada, in casa. Ce ne sono stati sempre. Ma lui, con il segno delle mani, con la sua parola, li fa fuggire e li fa entrare in un branco di porci che vanno a suicidarsi. No...no e poi no! Non sarebbe stato più credibile se, per esempio, a un tale senza un braccio, glielo avesse improvvisamente fatto spuntare; se a un tale, privo delle gambe, gliele avesse fatte crescere di colpo. Quelli sì, li avrei considerati veri miracoli: tutti li avrebbero visti, controllati, giudicati!"

-"Ma tu, amico, perché non parli? Non vuoi dare il tuo giudizio? Perché non dici chi sei e da dove vieni? Ecco, siediti al nostro tavolo!"

Simone aveva tenuto tutto dentro di sé, ma ora non poteva più trattenersi, aveva bisogno di confidarsi.

-"Ho toccato il suo sangue; le mie mani, il mio volto, sono stati a contatto con le sue ferite".

-"Ma parli proprio del Nazareno crocifisso stamattina? dissero a una voce i due!

-"Sì, proprio di lui, di quell'uomo flagellato così duramente e io sono stato costretto a portare per un lungo tratto il patibolo accanto a lui. Da quando sono sceso da quel colle non sono più lo stesso. Lungo la strada sentivo una ribellione dentro di me: avevo subito l'affronto di una umiliazione. Io sono cittadino romano ". E tirò fuori dal petto un collare con un medaglione su cui era impressa l'effigie dell'imperatore Tiberio.

"Quell'ignorante di decurione non me ne ha dato il tempo e mi ha puntato al petto la sua lancia. Così ho dovuto ubbidire. Appena  assolta quella imposizione, mi sono diretto verso il Tempio con l'intenzione di denunciare il responsabile della scorta al tribuno, comandante della coorte acquartierata presso la Fortezza Antonia, o se possibile direttamente al Prefetto. Il centurione, sentita la mia richiesta, ha fatto una smorfia e mi ha invitato ad aspettare in un angolo dove era situato il corpo di guardia. Era già da oltre un'ora che attendevo, quando è scoppiato un terribile temporale che non ricordo di aver mai visto uno simile in vita mia e, subito dopo, la terra ha tremato".

-"Sì, anche io ho sentito e ho provato un grande terrore".

_"E io sono fuggito fuori di casa, ma tutto attorno a me si muoveva paurosamente".

( continua)