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lacrime
 Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
La lettera dell'alfabeto

Antonella caminava a passo svelto: cominciava a lampeggiare e qualche gocciolina di acqua le aveva già sfiorato il viso. Si affrettava, non aveva con sé nulla che potesse ripararla dalla pioggia, nemmeno un foulard o un cappellino.
L'appuntamento era al bar dello sport ed era già in ritardo. Sapeva che ad Armando non piaceva aspettare. Quando da fidanzati tardava, Armando non le risparmiava mai i rimproveri e per un po' le teneva il broncio. Poi scoppiava in una risata e tornava la pace tra loro. Con gli anni, dopo il matrimonio, il loro rapporto si era logorato fino alla decisione estrema di separarsi.
Giulia, la loro unica figlia, era cresciuta con la madre, ma aveva sempre continuato a frequentare il padre, che ora viveva in un piccolo appartamento in un altro quartiere della città.
Armando non aveva cercato un'altra donna. Viveva solo, aveva ripreso i suoi studi prediletti di filosofia, di storia, di teologia. Vi si dedicava la sera, dopo il lavoro d'ufficio.
Da giovane era destinato ad entrare in seminario, ma una crisi spirituale lo aveva portato a scartare quel progetto di vita. Tuttavia era rimasto legato agli ambienti cattolici, ma senza molta convinzione, forse solo per consuetudine.
La sua fede si era illanguidita.
Ora, però, dopo l'esperienza negativa del matrimonio, sentiva il bisogno di uno scambio di idee, di un approfondimento di quanto aveva condiviso in gioventù, di una rivisitazione di ciò che costituiva un tempo il suo credo religioso. Per questo, prima timidamente, poi con sempre più disinvoltura, aveva stabilito rapporti di amicizia con i frati benedettini del monastero della sua città. Uno, in particolare, gli era sembrato nelle conversazioni ben disposto ad ascoltarlo e culturalmente ben preparato. E lo aveva eletto a suo direttore spirituale.
Ricordava che di recente aveva a lungo discusso, partendo dalla risposta che il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar aveva dato a un tale che gli aveva domandato dell'esistenza o meno dell'inferno.
"L'inferno esiste, ma potrebbe essere anche vuoto!"
Tale affermazione escatologica probabilmente costò la berretta cardinalizia al teologo, allievo di Henri De Lubac, e indusse molti cattolici al disorientamento e a rivedere positivamente, se non accettare, il sarcasmo di Voltaire che giudicava la dottrina cattolica dell'inferno cosa da donnette.
-L'inferno, dunque, potrebbe essere vuoto; il purgatorio, recentemente, spazzato via da un importante uomo di chiesa! Non sarà a rischio anche il paradiso?
Mah!... Se, come dicono, Dio è amore, tutti voleremo in paradiso! Tutti, miliardi e miliardi di anime! Non sarà un paradiso troppo affollato?
Certo, pensare che il tale dittatore o il tale mafioso che con un numero incalcolabile di omicidi sulla coscienza mi vola attorno, potrebbe essere perlomeno imbarazzante, anche se in verità io stesso non sarò stato un angelo sulla terra!-
-Figliolo, questo è il mistero, un grande mistero legato alla stessa idea di perdono, di amore, di Dio. E poi -continuava il benedettino- non dare ascolto alle interpretazioni semplicistiche dei giornalisti che con la formuletta dell' inferno vuoto hanno voluto fare il gioco degli atei e dei miscredenti. Se solo rifletti un po', con quella affermazione von Balthasar ha voluto auspicare una speranza, la speranza che tutti i fratelli possano salvarsi. Ma la speranza non coincide con la realtà. Purtroppo l'inferno c'è e lo crea l'uomo stesso che con il suo progetto di vita, contrario a quello di Dio, rifiuta la salvezza-
La sua era una fede combattuta, guerreggiata, dubbiosa. Si fa presto a dire che la fede debba essere così, non acquiescente, non ferma come l'acqua paludosa di uno stagno, ma continuamente alla ricerca, attraversata dal vento, tempestosa, afferrata e perduta, luce e ombra, dono mai completamente donato, senza possibilità di recriminazione proprio perché gratuito, immeritato.
Questi erano i pensieri di Armando!
Brancolava in questo cammino accidentato e insidioso, in cui quando gli sembrava di aver raggiunto un piccolo equilibrio di idee, veniva di nuovo precipitato nel fondo del dubbio più atroce.
-Siamo o non siamo immortali? Tutti, pochi eletti, nessuno?-
E poi si domandava: "E il papa, che è il papa, non avrà anche lui di questi dubbi? Quando la mattina si sveglia, quando studia, insegna, ammaestra, conforta, scuote gli animi di milioni di persone, non si domanda anche lui: qual è la verità? dov'è la verità?-
Seduti dinanzi a due calde tazze di tè, Armando aspettava di conoscere la ragione dell'incontro.
-E' partita!- cominciò Antonella.
-Chi è partita? Metti il soggetto, per favore. Non hai perso l'abitudine di parlare per indovinelli, sai che non mi piacciono -
-Ah, sì, è vero, me n'ero dimenticata! -rispose prontamente Antonella e le vennero in mente le numerose circostanze in cui Armando l'aveva rimbrottata per quella abitudine.
-Tu ricorderai che Giulia fin dalla adolescenza ha manifestato il desiderio di recarsi in India per immergersi in quella spirituale atmosfera di saggezza, di sensibilità religiosa orientale. Io ho sempre creduto a una infatuazione tipica di quell età, senonché dopo un lungo letargo di quei propositi, da quando ha finito gli studi superiori e si è iscritta all'università, ha ricominciato a parlarne e questa volta con una fermezza che mi è sembrata incrollabile. Ho cercato di prospettarle i pericoli, le difficoltà e comunque di chiedere la tua approvazione. Non ho ottenuto nulla. Anzi mi ha proibito di informarti, obbligandomi a farlo solo dopo la sua partenza. Questo è tutto!
E' partita due giorni fa, insieme con una amica di non so quale associazione di volontariato, dicendomi che, appena arrivata, ti avrebbe scritto una lettera con tutti i particolari -
Armando accolse la notizia della partenza della figlia scuro in volto: "Avrebbe potuto telefonarmi, almeno!"
Si lasciarono con la promessa che chi dei due avrebbe avuto per prima notizie della figlia si sarebbe fatto vivo.
Giulia non mancò alla parola data, scrisse una lunghissima lettera al padre, spiegando le ragioni della sua scelta: bisogno di far chiarezza dentro di sé, di capire il progetto della sua vita, cominciando con l'aiutare il prossimo, che nel suo caso ora era l'infimo. il diseredato, il malato dei villaggi poverissimi dell'India. Preferiva scrivere e non parlare al telefono. Anzi nella comunità in cui era stata accolta si era stabilita la regola di usare l'unico telefono a disposizione della comunità solo per situazioni di emergenza. Diceva di essere felice, di aver scoperto un mondo che per lei era inimmaginabile. Aveva bisogno di mettere una sua piccola pietra nel grande edificio di pietà e di amore che via via veniva innalzato.
Erano passati molti mesi da quando Giulia si trovava in India. I suoi scritti erano regolari, ogni quindici giorni. E Antonella e Armando si scambiavano le notizie sulla figlia.
Ora da circa due mesi, però, non giungevano più notizie di Giulia. Antonella e Armando erano molto preoccupati.
Una mattina Armando chiamò Antonella e le riferì che il giorno dopo sarebbe partito per New Delhi.
In volo, ad Armando venne spontaneo domandarsi da dove iniziare le ricerche. L'unico elemento concreto era il timbro postale dell'ultima lettera di Giulia.
Che cosa sapeva lui dell'India? Pochissime cose: un ricordo letterario che addirittura risaliva alle famose lettere di un mercante fiorentino Filippo Sassetti che, raggiunta Goa, allora colonia portoghese, descriveva da finissimo uomo del rinascimento, quel mondo con curiosità e intelligenza; la conquista militare degli inglesi; le avventure straordinarie dei personaggi di Emilio Salgari che, pur non avendo mai messo piede in India, aveva così bene descritto quella terra, la giungla, le tigri, i misteri; e poi, più recentemente, il patriottismo pacifico di Gandhi; l'indipendenza dall'Inghilterra.
-Mah, poteva bastare! -diceva a se stesso Armando -
Preso da questi pensieri, non si era accorto dell'agitazione crescente tra i passeggeri. A un tratto una signora seduta accanto a lui, vicino al finestrino, emise un urlo: "C'è il fuoco, c'è il fuoco!"
Il motore sinistro dell'aereo era lambito dalle fiamme. Gli assistenti di volo si davano da fare, avanti e indietro, cercando di calmare i passeggeri, raccomandando di tenere allacciate le cinture e di non farsi prendere dal panico. Il comandante sapeva quel che doveva fare e poi mancava poco all'arrivo.
Di lì a poco, infatti, il comandante riuscì a domare il fuoco e a spegnere il motore. L'aereo, pur con un solo motore, era già sul sentiero, in avvicinamento all'aeroporto.
Fu un atterraggio di emergenza. I feriti, per fortuna non gravi, furono tutti soccorsi e ricoverati in ospedale. Tra costoro vi era anche Armando.
Il mattino seguente, dopo la visita medica, si avvicinarono al suo letto tre giovani infermiere volontarie. La sorpresa e l'emozione furono talmente violente che Armando e Giulia, abbracciandosi, non poterono trattenere le lacrime.
La comunità, per la quale Giulia lavorava, aveva voluto che frequentasse il corso per infermiera e ora tutte le mattine con le colleghe veniva in ospedale a far pratica.
Giulia aveva saputo dell'incidente aereo, ma non poteva immaginare che tra i feriti avrebbe trovato anche suo padre.
Armando restò ricoverato alcuni giorni.
Giulia ebbe il permesso dalla comunità di trascorrere qualche ora con il padre, al quale ribadì il suo proposito di restare in India.
Quella era la sua strada. Il Sapiente della Montagna, dopo vari colloqui, gliela aveva confermata ed ora pregava il padre di comprendere la sua scelta di vita.
Armando, colpito dalle parole di Giulia, espresse il desiderio di conoscere il Sapiente della Montagna.
Un pomeriggio, accompagnato da Giulia, giunse in un povero villaggio. Un impervio sentiero conduceva al luogo dove si trovava in meditazione il Sapiente della Montagna.
Un vecchietto con una lunga barba bianca, con gli occhietti vivacissimi che sembravano scrutare fin dentro l'anima, lo aspettava. Armando restò sorpreso, il Sapiente parlava perfettamente la sua lingua: "Non meravigliarti se parlo la tua lingua, da lungo tempo vengono molti italiani a trovarmi per chiedere consigli, profezie, aiuti spirituali. Anche tu vuoi interrogarmi, vuoi sapere verso quale meta indirizzare la tua vita. Io leggo in te molta solitudine, molto egoismo. Sei troppo preso dal tuo "io", vuoi che tutta la natura, tutti gli esseri viventi girino attorno a te. Ma tu non sei il sole. Sei un piccolo essere che ha bisogno degli altri. Finché gli uomini sono soli, sono come i sassi del tratturo che il torrente tumultuoso strappa alla montagna. Hanno bisogno di essere cementati gli uni agli altri per diventare qualcosa: case, templi, palazzi, edifici, scuole, dove germinano la cultura e la civiltà".
Il Sapiente parlava e, senza che Armando avesse fatto una domanda, aveva toccato il nodo della sua esistenza. Sì, era soprattutto il suo individualismo a farlo chiudere in se stesso, a non farlo sentire parte di una umanità, a innalzarlo orgogliosamente al di sopra degli altri, a credere in una improbabile autosufficienza fino a dubitare dell'Essere. Era tutto vero!
Armando non aveva mai voluto impegnare la sua vita per gli altri, non aveva mai voluto donare nulla al prossimo, E questo lo portava ad avere fede solo nella propria ragionevolezza, a credere solo a ciò che si comprende con la propria umana sapienza, a ciò che rientra nelle proprie categorie.
Un vecchio, magro, scalzo, dalle mani e dal volto rugosi, coperto di un semplice saio scolorito, stava con le sue parole mettendo a nudo la sua coscienza. Ora cominciava a vedere più chiaro, rifletteva a capo chino.
A un tratto il Sapiente prese un sacchetto e gli disse:
-Qui ci sono tutte le lettere dell'alfabeto della tua lingua. Metti dentro la mano e prendi una lettera a caso -
Prese la lettera "D".
Il Sapiente lo fissò negli occhi e poi con un sorriso gli disse:
-Ora puoi andare, ma ricordati di premettere la lettera da te scelta al pozzo profondo del tuo egoismo e troverai la tua strada -
Lasciò il Sapiente e cominciò a scendere lungo il sentiero verso il villaggio, dove l'attendeva Giulia.
Ancora non capiva quello che il Sapiente avesse voluto dire sul nesso tra la lettera "D" e il suo profondo pozzo di egoismo.
Giulia lo accompagnò fino all'albergo dove era alloggiato e gli promise che lo avrebbe salutato all'aeroporto al momento della partenza.
La mattina all'aeroporto, Giulia lo abbracciò, dicendo che avrebbe telefonato spesso alla madre per rassicurarla sulla sua permanenza in India.
Armando aveva evitato di far cenno al contenuto del colloquio con il Sapiente, si era limitato a dire che quel contatto effettivamente gli aveva procurato un senso di sana inquietudine. E quando Giulia domandò che cosa intendesse dire, Armando rispose che il Sapiente aveva ragione.
Seduto accanto al finestrino vide ancora la sagoma della figlia e fece un sorriso e un gesto con la mano.
Finalmente aveva capito: premettere la "D" al pozzo di egoismo, quale lui era, non voleva dire altro che "D-io".
Il suggerimento del Sapiente era perfetto. Era Dio che gli mancava, quel Dio che egli cercava invano da lungo tempo.
Ora la sua vita aveva una direzione!

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