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Racconto di Vincenzo Fiaschitello
Simone riprese il suo racconto

-"I soldati abbandonarono il posto di guardia e si precipitarono fuori nel cortile. Lo stesso feci io. E il mio pensiero, in quel momento, corse fino al colle del Cranio, a quell'uomo crocifisso in mezzo a due ladroni. Rientrati al palazzo, mi disposi ad aspettare con pazienza, quando improvvisamente comparve un uomo dall'aspetto imponente, autorevole, che teneva appoggiata una mano sulla daga allacciata al suo fianco. Subito i soldati scattarono in piedi e salutarono il tribuno, seguito da un centurione. Anch'io mi alzai prontamente e, dopo aver salutato rispettosamente quell'uomo, esposi la ragione della mia visita".

-"Così tu hai aiutato il flagellato a portare il patibolo. Hai fatto bene, perché era ridotto molto male dopo la flagellazione. Ma qualcuno dei miei soldati che non ha ubbidito agli ordini verrà punito, come pure il decurione, responsabile della scorta che ti ha imposto quell'obbligo, visto che tu sei cittadino romano, come mi ha riferito il mio centurione. Ora, però, è meglio non disturbare il Prefetto. In questo momento, come puoi sentire, è impegnato con la moglie Claudia Procula".

-"Ecco il cielo e la terra si sono ribellati alla tua azione sciagurata. Sei un uomo pavido e presuntuoso! Te l'avevo raccomandato stamane di mandare libero quell'uomo, perché non l'hai fatto? Ora temo che qualche grave disgrazia cadrà sulle nostre teste. Dovevi liberarlo...liberarlo e avere un po' di coraggio contro quella serpe di Hanna".

Gridava e, sciogliendosi i capelli e correndo da una stanza all'altra, rovesciava a terra tutto ciò che trovava dinanzi, anche due preziosi vasi che finirono in cocci. Pilato le andava dietro, inebetito, completamente smarrito in mezzo a quel terribile trambusto. Sotto, nel cortile, un drappello di soldati, facendo finta di esercitarsi con le lance, udendo le grida della donna e la voce stridula e piagnucolosa del Prefetto, ridevano alzando la testa verso il porticato della splendida reggia. Il tribuno, resosi conto di quel che accadeva, ordinò al centurione di far allontanare immediatamente il drappello di soldati, perché non venisse leso ancora di più il prestigio di Pilato.

-"A quel punto", continuò il Cireneo, "mi sentivo da un lato soddisfatto, dall'altro pieno di angoscia per le sofferenze e la morte di quell'innocente".

-"Bene, hai espresso perfettamente il tuo giudizio. E' stata una vera infamia consegnarlo all'odio del Sinedrio e consentire la sua crocifissione, soprattutto se si tiene conto dell'ultimo ingenuo tentativo del Prefetto di salvarlo. Il veleno contro il falegname  di Nazareth era così evidente che dinanzi all'alternativa di salvare Gesù o Barabba, il popolo urlò Barabba".

All'udire il nome di Barabba, Simone impallidì e ebbe un sussulto. Il chiasso nella taverna era cresciuto, quasi diventato insopportabile, per l'arrivo di numerosi clienti che si si avventarono sulle ultime seggiole rimaste ancora libere.

Un gruppo di giocatori nell'angolo più buio della taverna imprecava e si azzuffava gridando e facendo rovesciare sgabelli e vivande. Altri chiamavano a gran voce il taverniere affinché portasse qualche lucerna o altra torcia, là dove il buio era più fitto.

I due si accorsero del turbamento di Simone e non esitarono a chiedergli il motivo.

-"Barabba...Barabba...", ripeteva Simone, calcando la voce su quella B ripetuta ben tre volte in quel nome. "No, aggiunse Simone, non lo conoscevo, ma il suo nome ha avuto da lungo tempo nella mia casa un suono lugubre, doloroso. Fu lui, il brigante ladro che una sera assassinò mio padre per derubarlo del denaro che aveva riscosso per la vendita del pesce. A quel tempo mio padre viveva con la mia famiglia, mia moglie e i miei tre figli: Sara, Alessandro e Rufo. Avevamo una grande e bella casa a Betsaida, sul lago di Tiberiade. Il commercio del pesce che abbondava in quel lago ci consentiva un buon tenore di vita. Poi quella tristissima sera ci cambiò la vita. Fummo costretti a lasciare tutto e quel poco che rimase, dopo il pagamento dei numerosi creditori, mi consentì di comprare un campo, appena fuori le mura di Gerusalemme. Sapevo che Barabba, dopo altri numerosi delitti e ruberie, era stato catturato e tenuto finalmente in prigione, in attesa di condanna. Potete, quindi, immaginare come la notizia della sua liberazione al posto di un uomo mite e innocente, mi sconvolga".

Gli interlocutori diel Cireneo avevano ascoltato quella storia in rispettoso silenzio. Al ricordo del padre, Simone si commuoveva sempre e diceva che se un giorno avesse incontrato Barabba, l'avrebbe sicuramente ucciso.

Quella sera, stranamente, Simone pur se commosso fino alle lacrime, si accorse che nella sua mente non passò alcun pensiero di vendetta. Piuttosto avvertì un senso di pietà verso quell'uomo che ora aveva aggiunto, involontariamente, alla sua carriera di assassino un altro delitto. Doveva sentirsi in colpa se il popolo aveva scelto di liberare lui, noto malfattore e assassino, anziché Gesù.

Ora, man mano che passavano le ore, il pensiero della morte in croce di quell'uomo che aveva aiutato, anche se costretto, liberava il suo animo da una infinità di scorie: vendetta, egoismo, orgoglio, ateismo. Uscito dalla taverna, Simone vagò tutta la notte per le stradine del centro di Gerusalemme, viuzze che i soldati chiamavano budella. Di tanto in tanto incontrava piccoli gruppi di persone dinanzi alle case che commentavano quanto era accaduto.

-"Io lo conoscevo e per diversi giorni sono andato ad ascoltarlo quando parlava alle folle. Le sue parole e i suoi miracoli straordinari lo facevano amare. Non capisco come la piazza in così breve tempo abbia potuto cambiare opinione. E' successo di tutto nel cortile dinanzi alla scalea del tribunale: urla, fischi, suoni di corno come muggiti di toro, assordanti, furiosi e ritmati colpi metallici che rimbombavano in mezzo alla folla fino allo stordimento. E intanto da ogni lato si moltiplicavano i drappelli di soldati che, ubbidienti agli ordini secchi dei decurioni, circondavano come meglio potevano la folla, tenendola lontano, con le lance abbassate, dalla scalea dove si affacciava il Prefetto, al quale venivano indirizzate minacce se non avesse ascoltato la volontà del popolo".

Le donne si scioglievano in lacrime e rientravano in casa.

Simone aveva dentro di sé il fuoco. Albeggiava e non provava ancora alcun bisogno di dormire. A un tratto sentì la propria voce: "Galileo, perché i tuoi occhi sono ancora fissi su di me? E' stato solo il caso che la mia strada si sia incrociata con la tua. Dapprima controvoglia, maledicendo la sorte, ti ho aiutato a portare quel legno, ma via via che i nostri sguardi si incontravano, mi sentivo sempre più disponibile, più comvinto, in dovere di spendere le mie forze per te, che avevi versato già metà del tuo sangue, fino ad avvertire un senso di insufficienza e di inadeguatezza. Nulla per me quell'aiuto temporaneo per un breve tratto di strada! Che evento dolorosissimo per te! E perché, poi? Eri innocente, come la stessa autorità dell'aquila romana aveva riconosciuto".

Galileo tu dici ora a me:"Camminando con me, hai trovato la tua via. Il tuo cuore e disposto a perdonare, persino Barabba. l'assassino di tuo padre. Hai deposto  ogni pensiero di vendetta. Sei sulla strada dell'amore!"

Galileo tu dici a me: "Vuoi sapere da me che cosa è l'amore?"

-"No...no...Galileo, non aggiungere altro. So già che cosa è l'amore, mi hai già fatto capire il suo significato, la sua logica folle: tu curvo sotto la croce spossato dalla sofferenza, invece di gridare la tua innocenza, hai voluto offrire la tua vita per me e per tutti. Me lo hai detto con il tuo sguardo, con i tuoi occhi profondi, illuminati da una luce misteriosa e sei stato capace, al termine della salita del colle, di rivolgermi persino un sorriso, un sorriso che ha annientato la mia incredulità, il mio ateismo, le mie ingiuste critiche alla mia sposa e alla mia figliola Sara, che prima di me ti avevano incontrato per le vie di questo paese. Ora conosco la tua legge, la legge dell'amore, che trasfigura il nostro cammino, bagnato dalle lacrime della sofferenza".

Simone non si era allontanato molto dal Tempio, le stradine convergevano verso quel cuore della Città Santa. Il sole era già alto, i bambini giocavano per la via, gridando e correndo. A un tratto si fermò. Dinanzi a lui si apriva una piazzetta, dove si era radunata una piccola folla di ragazzi. Uno di loro, in cima a una piccola scalinata, avvolto in un lenzuolo bianco, diceva:" Ecco l'uomo!" Accanto a lui, un ragazzo con le vesti strappate e macchiate di rosso, con una canna in mano, barcollante, stava con la testa piegata verso terra. Gli altri ragazzi urlavano: "Crocifiggilo, crocifiggilo!"

                                                                                                                                                        ( continua)

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