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Poesia di Salvatore Fittipaldi
Ode alla terra

 se l'uomo giudica la terra , la terra non lo giudica,

non chiarisce i suoi errori: la terra non dice niente,
come se, obbedendo alle leggi della pazienza,
guardando la sua bellezza, la terra non facesse altro
che obbedire all'esigenza profonda della natura,
come se, per un impulso ispirato, rapisse alla mano
dell'uomo l'ombra e il chiarore e, a sua insaputa,
riportasse la sua grandezza al grande splendore
del giorno:

quella terra di alberi e di foglie, che si mette in vista,
che ci lascia qui, dove non si è mai lontano
dal qui che ci regala: quella terra dove esistono
le condizioni per un vero soggiorno, dove si vorrebbe
vivere in un abbraccio imperdibile, in una esclusione
dalla quale non si è mai esclusi: in quella terra dove
tutto comincia e non ha fine, dove sussiste il tempo,
la possibilità di errare o rimanere, d'andare oltre
il mondo e avvicinarsi alla madre natura:
camminare con una sola meta, nella certezza
d'arrivare senza un verificabile cammino:

e se ci distogliamo dall'esteriore e scendiamo giù nei solchi,
verso quello spazio profondo, immaginario che è l'intimità
della terra, l'incoscienza cerca la coscienza, come via d'uscita,
nelle viscere, nelle venature, nei cuniculi scavati dalla pazienza
del tempo, dalla pioggia, fino a trovare la purezza che usano
gli animali nella tana, negli anfratti, nella fedeltà alla vita:

sollevare la pietra: ecco la missione: inginocchiarsi, genuflettersi
e sollevare la pietra al cielo, renderla trasparente come il sole,
dissolverla con la penetrazione dello sguardo che la passa,
la trasforma in luce, in mille punti vertiginosi:
sollevare la pietra della vita, della tomba
di Lazzaro e scoprire che ancora non è morto:

il paesaggio non è l'unità inerte che riposa:
è intimità e violenza di movimenti simili e contrari,
che non si conciliano, che si placano, si cercano:
intimità e movimento in cui si confrontano antagonismi,
a volte inconciliabili, che trovano pienezza in ciò che
li oppone, in ciò che schiudono e che nascondono,
lasciano chiuso:
il paesaggio è luce che splende sul buio, che vive dell'oscurità,
che avvolge il chiaro e lo scuro del primo e l'ultimo chiarore:
lo schiudersi e il richiudersi di quello che rivela, che inghiotte
dentro l'unione dei contrari:

dicono che il paesaggio è solitario:
questo non significa che la vista, la visuale gli vengono
a mancare: chi guarda, entra nell'affermazione della
solitudine del paesaggio e al paesaggio stesso appartiene
il rischio di sembrare solo:

la terra non parla, non ha parole, non parla il linguaggio
che gli uomini parlano ma si rivolge a chi la guarda:
lo interpella, lo chiama, lo meraviglia: il linguaggio
mancante la fa parlare con il silenzio abituale:
la terra parla solo in presenza di chi la scruta:

le parole degli alberi sono di legno massiccio,
sono quelle che nominano e il nascosto e l'estraneo,
che non sono solo parole ma uso corretto della parola,
che descrivono la MADRE TERRA come rifugio,
come presenza dell'universo chiuso nei rami,
sotto la scorza, nel lavoro segreto delle radici:
le parole degli alberi racchiudono il mondo
che le fa parlare, che le lascia in disparte,
racchiuse nel cercio contorto del tronco,
dentro gli incavi, le riserve interne,
negli spazi privi di aria e di luce,
e in ogni più piccolo intreccio :

la verità degli alberi è racchiusa dentro un'impressione
di solitudine, dentro l'evidenza incomprensibile
di essere liberi d'affermarsi senza la verità dell'uomo:

la metamorfosi degli alberi
appartiene all' unicità della natura:

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