Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Poesia di Salvatore Fittipaldi
La morte non è carneficina

- per dedicarti un solo minuto, bisogna aver vissuto

molta vita: con te l'approccio non è incontro:
sei miserabile dentro e fuori non hai nessuna forma
realizzata:
                                                     è voglia di sangue,
il suono che ripete il tuo comportamento, quando
batte la campana grossa:
                                                    la carnage è in corso:
ti sei impossessata, troppo presto, della coscienza
di perire: non hai lasciato il tempo di stendersi,
sul letto, di aspettarti nell'intimità dell'ultimo
momento:
sei rapida, veloce, nel tuo gioco estremo:

- non sono come sono, sono come mi vuole il mondo:
lo dimostra che gli uomini, e non tutti, mi ritengono
una punizione: fossi io, fuggirei io stessa da me,
da loro e mi nasconderei nella mia sparizione:
la mano dell'uomo mi snatura, riducendomi
alla pazza che incombe, che non perdona:

- c'è un luogo in cui ti sentiamo avvicinare
e uno che gli occhi ti vedono lontana:
mai ti consideriamo estranea, banale
con il tuo passo leggero di pantofole
tirate sul pavimento lucido di cera:
e c'è un altro luogo ancora, dove tu
non sei amica, familiare: arrivi da un
punto estraneo degradata, violenta,
delinquente, volgare:

- dopotutto, non è difficile capire che morire, in sè,
non conta molto: conta ciò che mi sta dietro, che
mi alimenta o mi contrasta:
se non mi aspetti mi tratterai da estranea, distratto:
se mi temi, ti sembrerò spaventosa, vuota e con la maschera:

- che ne possiamo dire, intrigante filosofa e unica
immortale, se non ammettere che arrivi con mille
definizioni: se non uccidi il corpo, fai morire l'anima,
trattenendola a te, nella tua vita, priva di vita:

- va da sè che un siffatto volermi commentare
e non volermi identificare con la falce lunga
che porto nella mano, alza la gravità del tema:
che gli uomini sono destinati a rimanere mortali
invece che qualcosa di più che tali uomini:

- dunque uomini che vivono per poter morire,
che traggono questo potere da un rapporto
anticipato con la morte?
e la morte nel rispetto della vita, dei vivi,
come renderla attiva e con la sua libertà
di affermarsi, renderla possibile?

- dominarmi, essere arbitro di me stessa, rendere sobrie
e dolci le agonie, non è piacere che mi è riservato quando
è l'uomo, e mi ripeto, a violentare il potere di morire:
egli riesce a fare di me una possibilità sua:
annettere alla sua incoscienza la scomparsa della mia coscienza
e alla sua coscienza la scomparsa della coscienza:
un immondo privilegio che non supera il limite di essere mortale:

- ma il senso di sconfitta rimane: ci disorienta
la morte che resta estranea ad ogni decisione:
andare a questa morte, che non è quella che
si vorrebbe a disposizione, che non ha nulla
di intenzionale e verso la quale non si è diretti,
evidenzia meglio la natura che ti lega ai morti: