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Poesia di Domenico Marras
Servi delle gleba


Ho tagliato, ammucchiato e bruciato
Tutte le sue sterpaglie; ho raccolto
E ammucchiato tutte le sue pietre;
L’ho bene zappata e seminata,
Ed il seminato e ben cresciuto,
Perché, ogni santo giorno, annaffiato
Col sudore mio e quello dei figli!
L’annata è stata parecchio buona,
Perciò, abbondantissimo il raccolto.
Sul punto di caricare i sacchi
Del grano sui carri, ecco che arriva,
In sella a uno dei suoi puro sangue,
Il bruto padrone della terra
Che, imperiosamente, dice ai servi:
Sentitemi bene tutti, appena
Finito di caricare i sacchi
Sui carri, mettetevi in cammino
Verso i miei magazzini, e badate
A che nessun carro si ribalti.
Altrimenti saranno frustate!.
La sfilza dei carri, lentamente,
Prende la strada dei magazzini,
Mentre noi, l’intera mia famiglia,
Ristiamo nell’aia per raccogliere
Gli attrezzi, sparsi un po’ qua un po’ la,
E per consumare il magro pasto:
Non consumato allora debita.
Mentre distribuivo le patate
Bollite e i tozzi di pane d’orzo,
Mi fa Vladimiro, il più piccolo
Dei miei dieci figli: Padre mio,
Quando arriva l’atteso segnale
Di tirare fuori, dai pagliai,
Roncole, forconi ed archibugi?