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Poeti Emergenti -
Poesia di Tony Basili -
36
Il mostro
-



Trabocca la fogna e viscida in terra

Evade fetida, piena di cacca,

Trapassa la chiusa ed ogni altra serra

E fluida mesce l’odore di bacca,

Lurida bolla che al giorno disserra

Un nuovo alitare e più non si stacca;

E tutta pervade di· Ogigia il calle

Ma non c’è un Ercole a pulir le stalle.

II lezzo di fogna non è vanente

Dal bel roseto ch’è così inzuppato

E tutto ormai appare immanente

E come uno Stige, vi rimani inficiato,

Ché non basterebbero altre risorse

Per rendere tutto terso e smerdato;

Ma guai se t’azzardi ad usar la cultura,

Su qualsiasi cosa, si va alla ventura.

Ma ecco un rumor salir dal profondo

Che fa bollire quella merdiccia

Che sul tombino esplode dal fondo

E tutto ingessa e rigida spiccia

L’anima mia, che in questo mondo

Ha fatto di male ed ora arsiccia

Attende qualcosa che può arrivare

E che non sembra si possa schivare.

Cerca salvezza in cielo ed intorno,

Ma non c’è nulla, né può fuggire,

Il rimbombo è cupo che oscura il giorno,

E non c’è nulla che l’aiuti a capire;

Sta certo in punto di succeder qualcosa,

E tutto trema per la cosa insidiosa.

Ecco spuntare, lucenti di fuoco

Occhi vividi che· sprizzan scintille,

Ruotano in tondo, non certo per giuoco,

Stemprando l’ animo, che sparge stille,

Che frante si sperdono, in ogni luogo

Ove non è facile seguirle, son mille,

E sì l’animo che al timor si sgomenta

E questa favola così poi argomenta.

Quell’essere viscido, d’aspetto ferace

Esce dal chiuso per tantissimo tempo,

Perché è lunghissimo, di spire tenace

E tutto s’involtola, né l’ultimo lembo

Vedo da un’ora che ancora fugace

E il suo divenire che sibilar sento;

Poi che è tutto, è una cuspide roccia

E sul sommo, un capo orrido, sboccia.

Guata intorno e poi mi fissa negli occhi,

Di fuoco sì, che a stentar sosterrei

E vibrò forte, e per non esser tra gli sciocchi

Mi feci coraggio e a lui resistei,

a quell’orrido essere, che su quei rocchi

Di saper dava segno, dei fatti miei,

eEmi guardava, voleva dire qualcosa,

Ed sì non pareva più tanto rischiosa.

Spiravano le fauci come un vulcano

E una verde schiuma colava dai denti,

Ma qualcosa c’era ancora di strano

In quel mostro che gli umani argomenti

Pareva tenere nella sua mano

Per chiarire bene gli accadimenti

E sì mi disse che l’umana natura

Dall’orrido viene e per questo ch’è impura.

Resto allibito e non ci capisco

Di questo spirare così enigmatico

E se n’avvede che tanto patisco

Nello· sforzo di non sembrar pragmatico,

Ché le sue spire, stoicamente attutisco,

A stento però, non sono lunatico,

E quell’orrida torre di spire davanti

Mi dice qualcosa, che scopre di tanti.

Chi t’è vicino, non è fatto d’aria

Ma tien delle cose di quel confine,

Dell’essere primo, che sì lo caria,

E così appare, con talune spine

Dell’antica essenza, sì che lo varia,

Da un punto all’altro, e le rovine

Che tu· intravedi non proprio d’umano,

Son di tal forma che ne fanno lo strano.

Abbi pazienza che è per natura

Che essi usino strisciar come serpi,

Non è colpa lor, ma della ventura,

Se pure ben nati, appaiono servi,

Non ti fidar di blasoni e cultura

Che non val molto, in tutto l’osservi;

Essi mi nacquero da questo porcile

Non devi curar perciò dello· stile.

Poi che spirò queste strane parole,

Gli occhi movendo in giro per l’orbe,

Assicurando che non erano fole,

Con un cenno del capo, come chi assolve,

E una stretta diede alle cento e più rote

Che in su lo tenevano e poi capovolse

Il capo nel fondo spirando argomenti

Che se stai attento di altri ancor senti.



9.4.07