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 I sette contro Tebe (da Eschilo)

 

Ovunque s’ode il pianto e lo scongiuro
Di donne che agli dei chiedon riparo
E tutte sono a pregar per il futuro
Che sta per giungere ché non sia amaro,
ma verso loro il re Eteocle inveisce
Ché col pianto il senno si infiacchisce.

Piuttosto tornino ai loro simulacri,
Se voglion bene alla città di Tebe,
Chè non pregare dovrebbero i lari
Ma preparare tutto quel che serve
Per la difesa della cinta e delle porte,
Nè si senta più parlare di morte!

Una vedetta giunge che annunzia
Che sette sono i duci del nemico
Al seguito di Polinice che rinunzia
Vuol chieder al re del trono e fè l’intrico,
Lui rinnegato sta a guidar lo stuolo,
e vuole la città radere al suolo.

Ognun di questi assalterà una porta:
Chi andrà agli spalti e chi verso le mura!
Ed il primo di lor è Tideo ch’è forte,
E poi Colofone ch’è di statura,
come un gigante, di grande prestanza
e il coro a sentir piange nella stanza.

Degli altri capi dice ancor tanto
E a ognuno oppone un di forza pari
Ma Eteocle, riferisce poi in pianto
Che c’è Polinice pur tra gli avversari
A forzar la porta che vuol distrutta,
E uccider lui Eteocle, per dirla tutta.

Quest’è lo scontro che il destino impone
E la sventura d’Edipo s’avvera,
Che i figli suoi in tale confusione
In questa lotta troveranno maniera
Di annientarsi e spartir nel sangue
Il suol di Tebe che senza colpa langue.

Son le donne a supplicar di non andare
Contro suo fratello ché le Erinni
Il sacrilegio faranno a Eteocle pagare,
Ma non convincono il re i loro inni
E ne fa eco il coro con lamenti
ma non riesce a fermar i fatali eventi.

Che gli impedisce di tirarsi indietro?
Ché sarebbe per lui una gran vergogna
Se il pericolo che sovrasta tetro
Lascia ad altri gestir, è porsi alla gogna;
Bensì otterrà fama pur con la morte,
più che sfuggire quel che è la sua sorte.

“Gli dei da tempo ci hanno abbandonati,
dei figli d’Edipo voglion la rovina,
ché l’infamia che ci ha contaminati
Sol la morte estinguerà che è vicina,
e sarò certo io, Eteocle, pronto al duello;
Sì vuol il fato, contro mio fratello!”

Clamor di pugna s’ode dagli spalti
E il coro piange, prega, non ha pace,
Poi i Tebani bloccano gli assalti
E il clangor d’arme cessa e tutto tace,
Ché i Sette son respinti ed è ritirata,
tanti uccisi, ma Tebe l’ha scampata.

Esulta il coro e trova sulla porta,
pur Polinice morto che contro ebbe
Il fratello Eteocle, che n’era di scorta,
se il destin non fosse sì non sarebbe,
Ché dei due nessun risparmiò una botta,
E l’un l’altro ha ucciso a finir la lotta.

I fratelli sono ora separati
Chè ad Eteocle danno onorata sepoltura
Che la città difese da quei forsennati
Guidati dal fratello che per iattura
Si vuole che insepolto resti al suolo
pasto a lupi e corvi, senza un lenzuolo.

 

Ma Antigone n’è afflitta e la ria sorte
Del fratello piange e non si dà tregua
Sdegnando che Polinice oltre la morte
Pagar debba il fio che par l’ insegua
Per colpe che gli giungon a far danno,
Di lontano! Quest’è il Fato tiranno.
16.12.14

 

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