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Euripide: Fedra e Medea
di Tony Basili

            F E D R A
Se lo vedrà quel giovane impudente
Che non cura d’immolare al mio nume
Quanto poco gli giovi un core assente
Agli svaghi d’amor che sono lume
Al viver come fiamma di candela
In una notte che è come bitume,
Senza la levità che al par di tela
Tienti sospeso dal cader più in basso
In un gorgo ove è vana la tutela
Degli dei ché non val il solo spasso
Senza l’amor che tutti i cor consola
Ad impedir che affondi come un sasso.
Sì la dea per quei che non immola
Sugli altari d’amor che il cuore allieta
Il tempo che trascorre e sì gli vola
Sol d’Artemide alunno che ne vieta
I connubi e del talamo gli ardori
E l’acerbo cor sol di cacce quieta.
Ippolito tal’è che i suoi fervori
Tutti volge in battute mane e sera
Schivo sempre dei femminil sapori,
Ma tant’è bello e forte come fiera
Che ogni donna lo vorrebbe a sé legare
E pur Fedra n’ha l’animo in bufera
E sì n’è presa e pur vuol conservare
Il segreto nel cor che le si strugge;
Ché dirne non lece ma come fare?
Ch’ella è sposa del padre e lui la sfugge
Né tradir vuol pe’ l desio che sente,
Di Teseo l’onor ma intanto mugge,
Tal ferita giovenca ad ogni assente
Calore dei figli e del caro sposo
Che capirla non sanno né altra gente.
Ma ora un castigo grande al presuntuoso
Sta a preparar la Cipride ch’ è offesa
Se quegli sol di Diana è rispettoso
E attizza in cor di Fedra la contesa
Che tra i lamenti e i gemiti d’amore,
Quel nome infin pronuncia che le pesa.
La nutrice che al palpito del cuore
E’presente la prega e la scongiura
Di non svelar il duol che n’ha pudore
E par che il suo cor così infin la cura
Al pianto ed al dubbio che la dilania,
Or trovi, ch’una sa, ma n’è sicura
E a questo modo spenta par la smania.
La dea ciò non vuole e così s’indura
Che or medita pe’l giovine l’infamia.
Alla nutrice fa poi dir sicura
Che non ha senso all’amor por riparo
Ma consentir conviene a la natura.
Ad Ippolito svela quanto caro
Sia lui alla regina che solo vuole
Saper se sappia amar o se ne è avaro.
Ma lui sente ch’è questo che lei vuole,
La gran puttana, e ingiuria la nutrice
Ché sentire le donne egli non suole
E non vuole tale amor che non lice
Della sposa del padre c’ha rispetto,
Poi non vuol ché ancora è casto e felice.
Delle ingiurie il rumore che dal petto
Gli sgorgano verso quell’ impudica
Per tutto risuona ed ella ha il sospetto
Che pure Teseo sappia che s’intriga
E n’ha vergogna e sì questa l’ha presa
Che la morte sol par senza fatica.
Teme che giunga ai figli qualche offesa
Per lei che nell’amor vedono persa
E di Teseo lo sguardo pure le pesa.
Con la morte l’anima ormai sommersa,
Si salverà e con lei pur la sua casa,
Pensa ormai nel timor che imperversa.
Di lamenti la reggia è tutta invasa,
Dell’ancelle che in un dirotto pianto
Dicono ch’ ella ormai è dell’Ade in casa.
Così, misera quetò il cor affranto
Dalla colpa che non sa sostenere
Della passion, che l’irretì cotanto.
Giunge Teseo sente e vuole sapere
Del pianto la cagione e delle grida
E Fedra infin appesa viene a vedere.
Un grande sgomento ne ha perché fida
Era la sua Fedra e madre serena
Né sa capire perché sia suicida.
Poi in mano le scorge sotto la schiena
Che un messaggio stringe col sigillo.
Legge e viene a sapere… quanta pena!
Che scrisse? Perché qual fu l’assillo?!
E dal tremore di man poi gli cade
E grida e guata e d’un torvo scintillo
Gli occhi gli ardono e l’ira lo pervade
Di spasmi il volto e trema e si lamenta
“Lui, lui, si cerchi per tutte le strade!
Fedra m’ha uccisa, sol da lui fu spenta
Per tema di subir la sua violenza!
Ippolito l’ha fatto! o se si penta!
Ah del figlio che grand’ impudenza,
Ch’abbia a colpir sì con man funesta,
Non posso aver pietà! Macché clemenza!
Che sia bandito e quel che ne resta
Di quell’indegno vada alla malora
per quel che fé con la sua voglia infesta!”
Sente Ippolito inveir e se n’accora,
Suo padre Teseo che lo maledice,
Ma pietà pur per lui gli viene ancora
Ché senza ascoltar scaglia all’ infelice,
L’anatema che trovi morte certa.
E suo figlio è casto! Come ognun dice.
Non ascolta ragioni ch’è scoperta,
La verità. E’ lei, Fedra che l’accusa!
Ippolito non ha cor a dir come sofferta
Fu l’indignazione di lei per la ricusa
Dell’amor che dar volea a lui schivo,
Seguace della dea, che non ne usa.
Un nunzio fu poi a dir: non è più vivo.
Ippolito! Ei fu, dai suoi cavalli,
Ucciso mentre del mar era sul rivo
Da un gran toro impauriti dai calli
D’acque sorto dal dio del mar mandato,
Ché la bestemmia tua non segna falli.
Ne piange il re ma il giusto gli fu dato,
Dal dio pensa a cagion della sua colpa
E il guaio c’ha commesso par scontato.
“Si riporti qui che il morir lo scolpa,
Fu causa di malizia questo danno,
E il dio ad espiar gli die’ sol la sua colpa.
Ma Diana in sogno viene ed altro affanno
Assomma nel suo cor “tuo figlio, è onesto!
E Fedra ne soffrì com’altri sanno
Che lui colpa non ebbe ché molesto
Fu della nutrice il dir ch’ella era schiava
Solo in cor ma a Cipride lui era infesto.
E’questo qui tuo figlio che negava
L’amore ch’ella pur tenea nascosto.
Nessun ruppe la fé che ti portava;
Né pur tradì Fedra ma ciò fu imposto
E quel che avvenne fu sol per la dea,
Cui era inviso, perché a lei non disposto.
Piange Teseo il figlio ed or l’idea
Di Cipride comprende che fu dira
Che di morte e di dolor sol lei fu rea.
14.4.2000

                M E D E A
Inquieta era Medea ma tanto amava
Il suo uomo ed è per lui che avea tradito
Ed ucciso il fratello e sopportava
D’aver i suoi monti un dì fuggito;
Con Giasone sino in capo al mondo
Sarebbe andata di tal amor nutrito
Tant’era il suo cuore dai figli a fondo
Che il talamo di fiori profumato
Di ogni gioia e di ben parea fecondo,
Pur se nel vagar tutto avea provato
Ed ogni posto se poco ospitale
Giasone avea pei figli abbandonato.
A Corinto però un’ambizion fatale
Lo vinse pe’l poter di re Creonte
La cui figlia lo volea con nodo maritale.
N’ ardea d’amore sì che nozze pronte
Dovean coronar quel grande amore
E in non cal tenea lei che come fonte
Piangea e imprecava piena di furore
L’infedele Giason che sì la tradia,
Lei barbara ma colma di livore
Sia lui che il re e sua figlia maledia
E ancora rendergli dovea il frutto
Del tradimento e dell’onta che patia.
Quando Creonte quest’ebbe conosciuto
Pensa a cacciar lei ed i figli da Corinto
Ché tal ferocia teme e non sa tutto.
Poi la ragione la frena e l’istinto
trattiene alfin per tessere la trama.
Giasone pure lui pare convinto
Che alfin da quella terra che non ama,
Lei voglia partir e però i suoi figli
Lasciar chissà a lui potrà come brama,
Ché con gli altri che avrà dai perigli
Sian lungi ed abbian la stessa sorte
Di altri che nasceran par si consigli.
Medea par quieta e la buona sorte
pur ai suoi figli andrà se vorrà lei,
Ma se lungi sarà se sarà forte
E le invierà pur dei doni e dei più bei,
A lei per i figli sì che l’assicuri
Che di Giasone sono ma pure suoi.
Un diadema e altro ché di lor si curi,
Se ne compiaccia e s’acconci bella,
Le manda per i figli alfin sicuri,
Che se n’allegrerà la miserella,
Quando addosso li terrà e col sorriso
Giasone ne stupirà e dirà: bella!
Questo esegue ma il suo cuore intriso
E’d’odio e di velen per un sol fine
Che l’ istiga a fare quel ch’ha deciso.
Un colpo n’abbia quei senza confine
Pe’ aver lasciato il suo letto deserto;
Così il nuovo sarà pieno di spine
Che quel che avverrà darà tal sconcerto
Sì acre che in memoria non si trova.
“Vedrà il cor d’una donna quant’ è esperto!”
Dei doni gode che beltà rinnova
La regina che subito li indossa
E pensa or che la prole chissà nuova
Possa conciliar con quei commossa
Che i bei doni portano e la corona
Tosto cinge… scavandosi la fossa.
Medea esulta ed erge la sua fronte
Come leone che tiene tra gli artigli
La sua preda sicuro su pe’l monte
E rugge nel sentir come somigli
La fin di quella dal velen bruciata
A quel ch’erano stati i suoi consigli
E pur del re arso con una vampata.
Ed ora è forte e come un’aspra rupe,
Dai venti che la sferzan temperata
S’erge e di quel che resta dell’ore cupe
S’appresta a fare quel che meno vuole,
Che mai s’ebbe a sentir né dalle lupe
Né d’altre belve ch’uccidon la lor prole
per fame però non per nero sdegno,
pel padre di cui quella ancor si dole.
Col ferro sui suoi figli mette a segno
l’odio per lui che l’avea tradita
seppur per timor ch’altri di quel regno
avesse contro lor morte sancita.
Giason ch’è spinto tardi in aiuto ai figli
Dallo sdegno della gente inviperita,
Trova Medea col sangue negli artigli,
Come tigre che trascina nel covile
Le prede come stracci e son i figli.

15/3/00 -5/12

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