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    Poesia di Angelo Michele Cozza 
    Tra sfibrati rami e fulve chiome 


    Tra sfibrati rami e fulve chiome
    turbina e ruglia il vento
    tombano fronde e ramaglie
    in alto grigie lanugini sfilano veloci
    dà il cambio l'autunno a l'estate.
    Di quanto sono più invecchiato
    quanta ruggine ancora su giorni passati
    e i sogni e i cerei pazzi voli
    da quando non mi hanno più contattato!
    Scorre il flutto, borbottando
    sotto i ponti dirige a rogge o al mare;
    in me, acquitrinoso, schiume non vi sono
    senza creste, stagno;
    il meglio delle mie forze
    si è presa nel tempo la vita.
    Dove potrò più andare io senza gorgoglio!
    Ogni lampo che abbaglia è pura anamnesi
    nulla o il vuoto figge lo sguardo.
    Non chiedo quasi più niente
    l'arco che scaglia desideri si è snervato
    e la faretra è vuota;
    più non mi affretto, evito gli ingorghi,
    non mi accaldo né mi raffreddo
    poco acciuffo di qualche soffio
    tutti spirati sono i colpi di scena;
    l'età, parlante o muta, tutto dice:
    quel che ci è toccato è noto
    resta solo l'incognita del domani
    che dista appena qualche vispa frazione
    di milionesimo di tempo dalla fine.
    Fu forse tutto un imbroglio orchestrato
    tra aureole di mendaci apparenze
    emerse per caso e per cause ignote.
    Che ancora da evanescenze affiora
    che tra sprazzi di sole o di luna
    che a pugni o a manate di vento resiste
    a rapprese illusioni abbarbicato?
    Non il colpo secco che ci spezza
    ci strappa e ci stacca dalla vita
    ci impaura ma solo gli scricchiolii
    e le agonie della carne ci fanno orrore!

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