La fiera risposta di Pier Capponi
17 Novembre 1494
di Mimì Menicucci
Era l'alba del 17 novembre 1494. Nonostante l'ora mattiniera, Porta San Frediano era gremita di gente. Ma pareva che i Fiorentini, quel giorno, avessero perduto tutto il loro spirito arguto.
Silenziosi, torvi in viso, ravvolti nei loro mantelli per difendersi dal vento gelato che scendeva dai colli, sembravano aspettare qualcosa che non doveva, certo, rallegrarli. Si sentono già le trombe!» sussurrò un popolano e tutti lo guardarono di traverso, come se quelle parole avessero ribadito, inutilmente, l'angoscia di ciascuno. Ma le trombe ormai si sentivano davvero e il suono si faceva sempre più distinto. Nonostante fossero squilli allegri, pareva che la gente si rattristasse sempre di più, via via che si avvicinavano.
La grande porta della città si aprì lentamente sotto la spinta di qualcuno che restava invisibile e i Fiorentini, aggrondati e cupi, si fecero da parte. Per un attimo, la porta rimase aperta e vuota, lasciando vedere la campagna brulla e intirizzita sotto la brina invernale. Uno scalpitio si avvicinò rapidamente e, mentre le trombe squillavano festose, apparve, sotto l'arco della porta, in tutto lo splendore di una cavalcata favolosa, il re Carlo VIII che veniva ad impadronirsi di Firenze.
Il sovrano straniero procedeva a cavallo sotto un ricco baldacchino portato da quattro cavalieri, due per parte. Di Iato cavalcavano i suoi marescialli. Seguiva la guardia del corpo, formata da cento dei più bei giovani di Francia e da duecento cavalieri splendidamente vestiti. Dietro, venivano i guasconi leggeri e vivaci, poi subito la cavalleria in cui militavano i giovani della migliore nobiltà che portavano armature cesellate, mantelli di ricchissimo broccato, stendardi di velluto ricamati d'oro e cavalcavano boriosamente su cavalli scalpitanti. Era davvero uno spettacolo fastoso e brillante, ma i Fiorentini, avvezzi allo splendore della corte medicea, non si entusiasmavano per questo. C'era, invece, qualcosa che li preoccupava e che faceva aggrondare sempre più i fieri visi di quei popolani. Ed erano i cinquemila fantaccini svizzeri, i quattrocento arcieri bretoni, i duemila balestrieri e, soprattutto, il lungo trasporto di artiglieria che essi vedevano, per la prima volta, trainato da cavalli invece che da buoi.
Come uomini d'arme, essi potevano ben valutare la potente forza militare di quell'esercito regolare quale Firenze non aveva mai visto e a capo del quale Carlo VIII, re di Francia, entrava in Firenze senza colpo ferire. Come avrebbe potuto resistere, la città, a quell'esercito potentemente organizzato, con le sue povere truppe mercenarie, valorose, sì, e condotte da grandi capi, ma armate male e peggio accozzate? Per la prima volta, forse, i Fiorentini si rendevano conto che la Toscana non era che un piccolo Stato, stremato dalle guerre contro gli Stati vicini e che meglio avrebbe fatto, invece, ad accordarsi con loro per combattere l'invasore!
La città si trovava costretta, ora, ad ospitare, fra le sue mura, ventimila soldati stranieri, e prepotenti per giunta. Il re francese, ostinato e fatuo, si pavoneggiava di una così facile conquista e, come primo segno di padronanza, si era dato subito a far saccheggiare e smantellare il Palazzo dei Medici dove aveva preso alloggio.
Ma se credeva di aver domato Firenze s'illudeva. Già la città rumoreggiava sordamente, mal tollerando, fra le sue mura, quegli stranieri prepotenti e rissosi. Questi non erano ancor fini!i di entrare, si può dire, e già il mugghio della Vacca, la campana della torre del Palazzo della Signoria, aveva raccolto i Fiorentini, decisi all'offesa e alla difesa.
Ma si era trattato di un falso allarme e la gente se ne era tornata a casa, delusa.
Però, Carlo VIII aveva avuto paura. Che popolo silenzioso questi fiorentini che invece gli avevano descritto come giocondi e spensierati e facili a trattare! Dalle finestre del palazzo usurpato, egli vedeva gruppi di gente sostare silenziosamente sulla strada, senza voce, ma anche senza amicizia. Il Francese era, però, ostinato e li avrebbe piegati alla sua volontà. Non si resiste alla forza delle armi.
Ma il re aveva fretta. Doveva andare prima a Roma, poi a Napoli per restaurare gli antichi diritti della Casa Angioina che gli erano serviti di pretesto per scendere in Italia. Fece, perciò, avvertire la Signoria che gli ambasciatori si recassero da lui per ascoltare le condizioni che intendeva imporre alla città, in cambio del saccheggio che le aveva risparmiato.
Vennero gli ambasciatori, solenni e silenziosi, come severo e silenzioso era il popolo che, alla notizia, si era raccolto nelle strade.
Carlo ricevette gli ambasciatori in quello stesso salone dove essi erano avvezzi a vedere i visi arguti e intelligenti dei Medici.
Ora l'intruso vi spadroneggiava, sogghignando per nascondere l'imbarazzo che gli alteri e fieri Signori gli ispiravano, anche se venivano in veste di vinti. Il segretario cominciò a leggere l'atto e man mano che procedeva nell'elenco delle dure condizioni che il re imponeva alla città, i Signori, in.vece di sentirsi umiliati, alzavano sempre di più il capo, con espressione di sfida e di insofferenza.
A lettura ultimata, nel silenzio pieno di attesa che gravò nel salone, fa voce di uno solo. L'ambasciatore Pier Capponi parlò, senza nemmeno consultare gli altri, perché il pensiero di ognuno era ben visibile nell'espressione dei volti. Egli dichiarò che la Signoria rifiutava le condizioni poste alla città, poiché i Fiorentini non avrebbero mai tollerato di essere offesi nel loro onore.
Alle parole di Pier Capponi, il re francese si levò in piedi con aria ostinata e proterva. Come potevano pretendere, quei vinti fiorentini, di discutere i suoi patti? « Giuro» egli gridò che se il trattato da me imposto, non viene immediatamente firmato, io farò suonare le mie trombe per raccogliere i soldati, e darò a questi l'ordine di saccheggiare la città! ».
Pier Capponi non rispose subito. Si avvicinò alla finestra e scostò le tende.
Tutti poterono vedere la silenziosa folla in attesa.
E la risposta venne senza un attimo di esitazione.
« Se voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane ».
Carlo conosceva il significato di questa frase: essa gli fece passare di nuovo per la schiena, il brivido di terrore che lo aveva assalito il giorno prima quando, al mugghio della Vacca », il popolo si era radunato, deciso a tutto. La rivolta di Firenze era legata a un filo, o, meglio, alla corda che pendeva lungo la torre di Palazzo Vecchio. Se la corda fosse stata tirata e la voce profonda della campana avesse destato gli echi della città, il popolo di Firenze si sarebbe riversato nelle strade e nelle piazze, armato e pronto a gettarsi sulle truppe francesi, prima ancora che queste avessero potuto organizzarsi a difesa.
Il re guardò quei visi chiusi e severi e abbassò lo sguardo sotto quello fierissimo di Pier Capponi che, con un gesto muto, ma quanto eloquente, teneva ancora scostate le tende della finestra.
E allora Carlo si mise a ridere grossolanamente, fingendo di aver voluto scherzare e ordinò con un cenno, al segretario, di lacerare la pergamena del disonore di Firenze.
AI fruscìo della carta strappata, la tenda ricadde lentamente, quasi a malincuore.
Silenziosi, torvi in viso, ravvolti nei loro mantelli per difendersi dal vento gelato che scendeva dai colli, sembravano aspettare qualcosa che non doveva, certo, rallegrarli. Si sentono già le trombe!» sussurrò un popolano e tutti lo guardarono di traverso, come se quelle parole avessero ribadito, inutilmente, l'angoscia di ciascuno. Ma le trombe ormai si sentivano davvero e il suono si faceva sempre più distinto. Nonostante fossero squilli allegri, pareva che la gente si rattristasse sempre di più, via via che si avvicinavano.
La grande porta della città si aprì lentamente sotto la spinta di qualcuno che restava invisibile e i Fiorentini, aggrondati e cupi, si fecero da parte. Per un attimo, la porta rimase aperta e vuota, lasciando vedere la campagna brulla e intirizzita sotto la brina invernale. Uno scalpitio si avvicinò rapidamente e, mentre le trombe squillavano festose, apparve, sotto l'arco della porta, in tutto lo splendore di una cavalcata favolosa, il re Carlo VIII che veniva ad impadronirsi di Firenze.
Il sovrano straniero procedeva a cavallo sotto un ricco baldacchino portato da quattro cavalieri, due per parte. Di Iato cavalcavano i suoi marescialli. Seguiva la guardia del corpo, formata da cento dei più bei giovani di Francia e da duecento cavalieri splendidamente vestiti. Dietro, venivano i guasconi leggeri e vivaci, poi subito la cavalleria in cui militavano i giovani della migliore nobiltà che portavano armature cesellate, mantelli di ricchissimo broccato, stendardi di velluto ricamati d'oro e cavalcavano boriosamente su cavalli scalpitanti. Era davvero uno spettacolo fastoso e brillante, ma i Fiorentini, avvezzi allo splendore della corte medicea, non si entusiasmavano per questo. C'era, invece, qualcosa che li preoccupava e che faceva aggrondare sempre più i fieri visi di quei popolani. Ed erano i cinquemila fantaccini svizzeri, i quattrocento arcieri bretoni, i duemila balestrieri e, soprattutto, il lungo trasporto di artiglieria che essi vedevano, per la prima volta, trainato da cavalli invece che da buoi.
Come uomini d'arme, essi potevano ben valutare la potente forza militare di quell'esercito regolare quale Firenze non aveva mai visto e a capo del quale Carlo VIII, re di Francia, entrava in Firenze senza colpo ferire. Come avrebbe potuto resistere, la città, a quell'esercito potentemente organizzato, con le sue povere truppe mercenarie, valorose, sì, e condotte da grandi capi, ma armate male e peggio accozzate? Per la prima volta, forse, i Fiorentini si rendevano conto che la Toscana non era che un piccolo Stato, stremato dalle guerre contro gli Stati vicini e che meglio avrebbe fatto, invece, ad accordarsi con loro per combattere l'invasore!
La città si trovava costretta, ora, ad ospitare, fra le sue mura, ventimila soldati stranieri, e prepotenti per giunta. Il re francese, ostinato e fatuo, si pavoneggiava di una così facile conquista e, come primo segno di padronanza, si era dato subito a far saccheggiare e smantellare il Palazzo dei Medici dove aveva preso alloggio.
Ma se credeva di aver domato Firenze s'illudeva. Già la città rumoreggiava sordamente, mal tollerando, fra le sue mura, quegli stranieri prepotenti e rissosi. Questi non erano ancor fini!i di entrare, si può dire, e già il mugghio della Vacca, la campana della torre del Palazzo della Signoria, aveva raccolto i Fiorentini, decisi all'offesa e alla difesa.
Ma si era trattato di un falso allarme e la gente se ne era tornata a casa, delusa.
Però, Carlo VIII aveva avuto paura. Che popolo silenzioso questi fiorentini che invece gli avevano descritto come giocondi e spensierati e facili a trattare! Dalle finestre del palazzo usurpato, egli vedeva gruppi di gente sostare silenziosamente sulla strada, senza voce, ma anche senza amicizia. Il Francese era, però, ostinato e li avrebbe piegati alla sua volontà. Non si resiste alla forza delle armi.
Ma il re aveva fretta. Doveva andare prima a Roma, poi a Napoli per restaurare gli antichi diritti della Casa Angioina che gli erano serviti di pretesto per scendere in Italia. Fece, perciò, avvertire la Signoria che gli ambasciatori si recassero da lui per ascoltare le condizioni che intendeva imporre alla città, in cambio del saccheggio che le aveva risparmiato.
Vennero gli ambasciatori, solenni e silenziosi, come severo e silenzioso era il popolo che, alla notizia, si era raccolto nelle strade.
Carlo ricevette gli ambasciatori in quello stesso salone dove essi erano avvezzi a vedere i visi arguti e intelligenti dei Medici.
Ora l'intruso vi spadroneggiava, sogghignando per nascondere l'imbarazzo che gli alteri e fieri Signori gli ispiravano, anche se venivano in veste di vinti. Il segretario cominciò a leggere l'atto e man mano che procedeva nell'elenco delle dure condizioni che il re imponeva alla città, i Signori, in.vece di sentirsi umiliati, alzavano sempre di più il capo, con espressione di sfida e di insofferenza.
A lettura ultimata, nel silenzio pieno di attesa che gravò nel salone, fa voce di uno solo. L'ambasciatore Pier Capponi parlò, senza nemmeno consultare gli altri, perché il pensiero di ognuno era ben visibile nell'espressione dei volti. Egli dichiarò che la Signoria rifiutava le condizioni poste alla città, poiché i Fiorentini non avrebbero mai tollerato di essere offesi nel loro onore.
Alle parole di Pier Capponi, il re francese si levò in piedi con aria ostinata e proterva. Come potevano pretendere, quei vinti fiorentini, di discutere i suoi patti? « Giuro» egli gridò che se il trattato da me imposto, non viene immediatamente firmato, io farò suonare le mie trombe per raccogliere i soldati, e darò a questi l'ordine di saccheggiare la città! ».
Pier Capponi non rispose subito. Si avvicinò alla finestra e scostò le tende.
Tutti poterono vedere la silenziosa folla in attesa.
E la risposta venne senza un attimo di esitazione.
« Se voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane ».
Carlo conosceva il significato di questa frase: essa gli fece passare di nuovo per la schiena, il brivido di terrore che lo aveva assalito il giorno prima quando, al mugghio della Vacca », il popolo si era radunato, deciso a tutto. La rivolta di Firenze era legata a un filo, o, meglio, alla corda che pendeva lungo la torre di Palazzo Vecchio. Se la corda fosse stata tirata e la voce profonda della campana avesse destato gli echi della città, il popolo di Firenze si sarebbe riversato nelle strade e nelle piazze, armato e pronto a gettarsi sulle truppe francesi, prima ancora che queste avessero potuto organizzarsi a difesa.
Il re guardò quei visi chiusi e severi e abbassò lo sguardo sotto quello fierissimo di Pier Capponi che, con un gesto muto, ma quanto eloquente, teneva ancora scostate le tende della finestra.
E allora Carlo si mise a ridere grossolanamente, fingendo di aver voluto scherzare e ordinò con un cenno, al segretario, di lacerare la pergamena del disonore di Firenze.
AI fruscìo della carta strappata, la tenda ricadde lentamente, quasi a malincuore.
