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    Poeti Emergenti -
    Poesia di Antonio Basili -
    L'affare -


    Seduto allo scranno, con aria impegnata,

    quel di borgo vicino, dal vizio confuso,

    si spreme a inventar una tal birbonata

    che possa la mano lasciargli dov’è uso,

    nelle tasche degli altri, con scudata brigata.

    Tenta ed inventa, ma il senno l’ha eluso:

    ed un non va bene, l’ha già constatato;

    a forse questo par scritto ad arte,

    per fregar quello, pare intonato,

    per far scontar non so che al capoparte,

    e segno di blu conferma il dettato

    di tal macchiavello reperto tra carte.

    Ormai è sfinito, ma il tocco ha trovato

    -e stira la polpa di sé soddisfatto.

    Ma ecco che sente quel tal designato

    in quel covo comune a chiedere atto

    di un certo casino e pare indignato,

    per questo problema, che or qui dibatto.

    Il giovin· villano di belle speranze

    che tronfio sedea tra tanto codazzo

    e doni ed onori cedea all’istanze

    dei suoi sodali, d’ assiduo intrallazzo,

    taluni inver senza molte speranze,

    un dì s’inventò, con grande sollazzo

    di arruspare il colle che ben tante palle

    nel tempo trascorso avea rotolato

    e ignobil rovina far al Collepuzzo

    che un verde prato e bel pascolo era

    dai tempi giulivi, che il corno aguzzo

    s’en gir vedea nell’età primiera,

    tra ginestre e rovelle, bagnato dal guazzo

    del concavo erboso, come un’antera,

    che gioiose· tenea le rane gracchianti

    fare eco al mugghio dei bianchi armenti

    dai candidi velli, tra rovi vaganti,

    per il prato fiorito a brucar intenti;

    e a suon di denari, mai così tanti,

    divelsero il colle con ruspe potenti.

    Strapparon la pelle a quell’ermo colle

    che da tempi lontani buon pascolo era,

    volser gli arnesi a martoriar le zolle

    sempre più a fondo: più trista che fera

    l’opra si svolse tra l’attonita cera

    di gente stupita da quanto si volle.

    Quivi un giovin venne con la palina

    che un servo ingegno mise all’opra

    ed il colle: via di qui! Una latrina!

    Indi si pose a rivoltare sossopra

    lo sterro a girotondo e per la china

    lo scaricò: che il fianco il fango copra!

    Il tempo passa e sopisce le doglie

    e il verde rigoglio un poco s’accende

    ma il giovin villano di belle speranze,

    quei che d’inizio pur presi a mirare,

    pose lo sguardo, con l’usata baldanza,

    al resto del campo su cui acciarpare

    la sua smania, la sua tracotanza

    di quel suo bagaglio, di quel vaneggiare.

    Tanto ispirato di quel che ha veduto

    a Roma, di Tito, il bel Colosseo,

    pure lui pensa ch’è il tempo dovuto

    per porre sul colle il suo bell’ipogeo

    e poi riflette,· gran· testa di ciuco,

    d’offrire al popol quel gran mausoleo.

    Ed appena s’avvicina il tempo di scelte

    s’affretta, volpone, a traguardar l’opra

    ma intorno le spire il compare gli ha messe,

    qual sia il motivo, nel covo si scopra.

    Ma pur tuttavia tien· d’occhio alle scelte

    scadenze al pagar, se pur niun lo copra.

    Or nuovi assetti, il suo turno è passato,

    il soldo è finito, nella cassa comune,

    al primo dar, il fondo ha toccato,

    il danno s’allarga, ma lui è immune.
    Il tempio è laggiù: un bel campo vangato

    e mucchi di terra· fan da tribune.

    La gente al belio nei· bar solo intenta,

    l’affare rampogna, ma ecco i compari

    pronti a placar del rumor le tormenta

    ch’è ciò che serve a contar più denari

    ad un altro compare, che terra ritenta

    su e giù in giro, chè tutto rincari:

    Ed altri denari, ma quanti non dico,

    vengon profusi dal popol sovrano

    in questa bell’opra che gloria l’intrigo:

    e il colle sparisce, si fa tutto un piano,

    si tiran le mura, s’abbatte l’antico

    e tutto si rade a terra alla mano.

    Tra tanto sconquasso, il colle che era,

    ora è un erto pendio, di sterro colato

    e invano l’ascender tra i massi si spera,

    chè tutto è precario, e un bordo posato

    su terra allentata e a colmo ringhiera!

    Con tale furbizia l’ha sistemato.

    Povero illuso! Borbotta qualcuno:

    la gente è sol gregge fesso ammassato,

    che sol si muove al bastone ed ognuno

    tiene un padrone che lo tien legato

    a greppia vil, che lo vuole in aduno,

    per farne greggia, ma in tutto tosato.

    A chi vuoi che freghi, se tutto è rovina,

    il campo è laggiù, una valanga ha creato:

    ed è una manna, per chi s’inquattrina,

    e qualche gozzo ha sì ben attrezzato,

    che val la pena irrider la possa

    del popol belante, che l’ha promossa.


    12/90

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