Antigone
di Tony Basili
Son putridi, non più dei corvi pasto
Di Polinice i miserevoli resti,
Che ammorban l’aria d’alito nefasto.
Ma muti i Tebani son a ubbidire mesti
All’ordine del re Creonte severo
Che alcuna pietà vuole che si presti
A quei che fece quel duello fiero
Contro Eteocle, e intoccati i resti,
ché morte si dieder l’un l’altro per vero;
ma Antigone ne soffre e l’abbandono
Del fratello in tal stato più non regge
E chiede per il misero perdono,
Ch’è suo fratel, benché la dura legge
Di Creonte sancisca morte certa
a chi osi un tumulo far che' l protegge.
Lei è ostinata e n'ha l'anima sofferta
Di veder quel corpo al sole martoriato,
pasto di corvi e mosche in terra aperta,
e alla sorella Ismene l'ha confidato,
Vorrebbe il suo aiuto per questa fatica,
Ma non è d’accordo che ha decretato
La morte re Creonte a chi lo sfida.
Ma è tenace Antigone e non lo sente,
E se la sorella Ismene non s'intrica ,
Si mette essa a coprir la salma, prudente,
Al buio pesto, senza luna con le stelle,
e nessun la può veder, a luci spente.
Ora è tranquilla e l'orgoglio va alle stelle
E l'ardire le rempie il fiero cuore
Pe’l fatto di cui van leste novelle.
Creonte di rabbia avvampa e di stupore
Per l’affronto di chi contr’al suo imperio
Ha fatto quel che pur facea orrore,
E minaccia di fare un putiferio
Contro chi ha oltraggiato il suo decoro,
Che ha causato però di Tebe il vituperio.
Chi l'ha osato?! E scoperto è da coloro
Posti ad evitar lo scorno sofferto:
E’Antigone, ch’al corpo fè ristoro!
Allor portano Antigone ove certo
Creonte ne pronuncerà la condanna;
Ma Ismene pur n'ha colpa, ch’è scoperto
Anche il suo aiuto, e ora pur lei s’affanna,
Ché la mannaia appare minacciosa
Sul suo capo, non più lungi d’una spanna.
Ma è Antigone di Emon promessa sposa,
Il figlio di Creonte. che l’ama tanto,
E come condannar lei, per cosa,
Se tutta Tebe affranta e in pianto
E’per la sorte e in duol dell'infelice,
Rea d’aver fatto un tumulo soltanto
Al corpo del fratel che ‘l popol dice
Per pietà strappato ai denti dei cani,
Chè sì Dike ha voluto, e pur lo dice
Tiresia che ne svela i segni arcani,
Chè anche i corvi han smesso di gracchiare,
Ch’erano a scempio di quei resti umani,
E tuoni e rimbombi tra le vuote are,
s’odon per il beccare in tutto il luogo.
Tiresia dà segno di approntat le bare!
E di bruciar tutto col fuoco sacro,
I putridi resti che appestan tutto,
Quindi di liberat Antigone se il giogo,
Non già ebbe a subir del fato ed il lutto,
Perché Emon è corso pien di rabbia,
A ricercar l’amata dappertutto.
Quella è chiusa in prigione come in gabbia,
Condannata dal re a morir di fame.
Creonte pur s'affretta chè danno non abbia,
ancor più triste ed una morte infame
Debba avvenir a cagion della sua legge.
Si brucian quindi con molto legname
I resti di Polinice che fu rege.
Così ebbe fine quella insolenza
Dell’ ordir con altri per tornar rege.
Ma ora Creonte s’affretta nella speranza
Di trovar lei ancora viva, ma i lamenti
Sente d’Emone che piange nella stanza,
Ché Antigone ha posto fine ai tormenti!
Geme disperato e impreca su quel corpo,
E tutti restano impietriti e sgomenti.
Pure il re di pietà ha il cor ristretto,
Ed è ad implorar il figlio ch’abbia pace,
Ma quello n’è impazzito e con sospetto
Lo guarda torvo con gli occhi di brace,
Pieni d’odio, sicché la daga impugna
E tenta di colpirlo, altro che pace,
Ma non lo prende, ché il pianto gli insugna
sì gli occhi e il core gli empie di follia
Chè tanti danni pe’l genitor mugugna,
Sulla testa dal ciel, ché “la sposa mia
hai ucciso, e pure me che son tuo figlio! “
Così si ficca un pugnale pien di follia
nel petto, e nel cadere, l’amato figlio,
a lei s’avvinghia, come un corpo solo,
stretti in due alfine nel feral giaciglio.
E' prostro il re Creonte e cade al suolo,
cerca la moglie, ma lei in un momento
è corsa via impazzita pe’l grande duolo
E disperata piange, ma il tormento
non può regger più e con residue forze
con una lama placa pur lei lo sgomento.
49/6/3/00
