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Contro le donne Satira VI
di Giovenale

Con testo latino e italiano
115 a 230

Ma lasciamola stare Eppia, che in fondo
è solo una privata cittadina.
Guarda la casa imperiale e coloro
che rivaleggiano coi numi; senti
Claudio cosa dovette sopportare!
Non appena sua moglie5 lo vedeva
addormentato, l'augusta puttana
indossava un mantello col cappuccio
e usciva, accompagnata da una sola
fantesca, preferendo un pagliericcio
da bordello al suo letto in Palatino.
Coi capellI nerissimi nascosti
da una parrucca bionda scompariva
nel lupanare tiepido, dai vecchi 
cortinaggi, sino alla cameretta 
tutta sua, vuota. Sotto il falso nome 
di Licisca si distendeva nuda, 
le mammelle velate da una rete 
d'oro, e scopriva il ventre da cui tu, 
generoso Britannico, sei nato. 
Accoglieva i clienti con carezze 
e moine, intascava il suo salario. 
Poi, quando il tenutario congedava 
le prostitute, se ne andava triste,
e non potendo far altro era l'ultima 
a chiudere la stanza. Ancora ardente 
del prurito del sesso, stanca eppure
ancora insoddisfatta, rincasava
con gli occhi pesti, sudicia del fumo
della lucerna, e portava nel letto
imperiale il fetore del bordello.

Vuoi che parli dei filtri, delle formule
magiche, dei veleni preparati
per i figliastri? Sotto l'imperiosa .
spinta del sesso compiono delitti
tanto gravi che la lussuria è il meno.
Sono così le donne. «Ma perché
a sentire il marito di Censennia
lei almeno è perfetta?» Gli ha portato
un milioncino di sesterzi in dote,
per quella somma la trova perfetta.
Non è mica la fiaccola di Venere 
a farlo dimagrire, ad incendiarIo,
ma il fuoco della dote. S'è comprata 
la libertà Censennia: può far segni 
apertamente all'amico, rispondere 
ai suoi biglietti. La ricca che sposa 
un uomo avaro è come fosse vedova.

«Ma Sertorio ama Bibula davvero,
brucia per lei di desiderio!» Guarda
a fondo: ama la forma non la donna.
Fa' che affiorino rughe su quel volto,
che la pelle s'afflosci, inaridita,
che s'anneriscano i denti, che gli occhi
s'impiccioliscano e: «Prendi i tuoi stracci
ed esci - le comanderà un liberto.
Esci. Ci hai già scocciato con quel tuo
soffiarti il naso di continuo. Sbrigati.
Sta già arrivando un'altra moglie, giovane,
col naso asciutto!». Per adesso è in auge
e regna ed ordina al marito pascoli,
greggi a Canosa, vigneti a Falerno.
Cos'altro ancora? Schiavi a carrettate,
interi ergastoli: quello che in casa
manca -e ce l'ha il vicino - lo si compri!
Persino in pieno inverno, sotto il gelo,
quando Giasone (s'è fatto mercante
ormai lui pure!) se ne sta ben chiuso
al caldo e il ponte candido di neve
trattiene i marinai equipaggiati,
si naviga per lei, portando vasi
enormi di cristallo, immense coppe
d'agata e il celeberrimo diamante
che Berenice ha reso più prezioso
infilandolo al dito: quella gemma,
dico, che un tempo un barbaro donò
a un'incestuosa (Agrippa a sua sorella)
nel bel paese ove persino i re
a piedi nudi festeggiano il sabato
e un'antica pietà risparmia i porci
lasciando li morire di vecchiaia.

«Ma insomma, non te ne va bene una
di tante e tante donne?» Prova dunque
a immaginare una ragazza bella,
ben fatta, ricca, feconda, una nobile
che allinei in lunga fila sotto il portico
di casa i busti dei vecchi antenati,
una fanciulla pura più di quelle
sabine che evitarono la guerra
entrando scarmigliate fra i manipoli,
un vero uccello raro, più d'un cigno
nero, e dimmi chi mai sopporterebbe .
un simile prodigio di virtù?
Meglio una cafoncella di Venosa
che te Cornelia, madre dei due Gracchi, -
se insieme a tante qualità mi porti 
un sacco d'aria e conti nella dote
le imprese di famiglia. Ti scongiuro,
:. riprenditi il tuo Annibale e Siface,
vattene, tu e tutta la tua Cartagine!

«Apollo, abbi pietà! Diana, lascia
le frecce, te ne prego! I miei bambini
sono innocenti, colpite la madre
piuttosto!» supplica Anfione. Ma Apollo
tende l'arco ricurvo. Così Nìobe
portò alla tomba i figli e il loro padre
per essersi creduta superiore
-ei più feconda della scrofa bianca 
al sangue di Latona. Esiste al mondo
un'onestà, una bellezza che regga
a un continuo vantartela? L'incanto
di questi beni, anche se rari e grandi,
svanisce in un baleno se l'orgoglio
converte il miele in assenzio. E chi è tanto
innamorato da non detestare
e maledire per sette ore al giorno
una donna che esiga eterne lodi?

E ci sono altri piccoli difetti
che un uomo non potrà mai tollerare.
Per esempio è una cosa stomachevole
che nessuna si reputi attraente
se non la posa a greca. E dI Sulmona,
è magari toscana? Un'ateniese
puro sangue ti sembra. Tutte parlano
in greco, anche se è peggio non sapere
bene il latino. Hanno paura in greco,
godono in greco, s'arrabbiano in greco,
s'addolorano in greco; insomma in greco
dicono tutti i segreti del cuore.
Peggio: fanno l'amore in greco. Passi
per le belle ragazze, ma che dire
di te che a ottantasei anni suonati
cinguetti ancora in greco? Non è mica
decente che una vecchietta se ne esca
in quei lascivi: «Zoè kaì psukè», metta
in piazza parolette da lasciarci
sotto le coltri! Una vocina languida
fa drizzare gli uccelli come avesse
le dita: ma con te le ali si piegano.
Puoi parlare con voce più flautata
dei grandi attori, d'Emo e di Carpòforo,
ma la tua faccia denunzia troppi anni.

Se non potrai voler bene a una donna
che ti è stata promessa e fidanzata
con tanto di pubblicazioni, dimmi
perché devi sposarla? Per rimetterci
il banchetto nuziale e i mostaccioli
di cui si riempiono le tasche gli ospiti
già abbuffati alla fine della festa;
nonché il classico dono che si dà
la prima notte, il vassoio prezioso
con l'effige del Dacico e Germanico
tutta in oro zecchino? Se ti prende
il desiderio sciocco di sposarti,
se hai dedicato il cuore ad una sola,
china la testa e preparati al giogo.
Nessuna donna risparmia chi l'ama;
sia pure innamorata ci godrà
a straziare il suo amore, a rovinarlo.
Perciò una moglie è poco consigliabile
all'uomo buono, al perfetto marito.
Non puoi fare un regalo se madama
non vuole; se si oppone non puoi vendere
o comprare un bel niente. Sarà lei
a controllare i tuoi affetti, a sbattere
fuori di casa quell'amico caro
che già la frequentava quando appena
incominciava a metter barba. Un pappa,
un maestro di scherma, un gladiatore
fan testamento in piena libertà:
tu no, lei vorrà importi per erede
i suoi parecchi amanti. «Crocifiggi
quello schiavo!» «Che ha fatto di tremendo
per meritare un simile supplizio?
Chi l'ha visto? Chi accusa? Ascolta, quando
ne va la vita d'un uomo, nessuna
esitazione è mai di troppo!» «Sciocco,
è forse un uomo uno schiavo? E va bene,
non ha fatto un bel nulla. Ma io voglio
questa morte, te l'ordino; la mia
volontà ti sia l'unica causale.»
Così regna sull'uomo. Ahimé, ben presto
questo dominio l'annoia: lo lascia,
cambia casato, getta a terra i veli
nuziali. Ma poi subito ritorna
di volo alletto prima disprezzato.
Abbandona le porte poco fa
parate a festa di nozze, la casa
ancora adorna di tulle, la soglia
decorata di ramoscelli verdi.
E crescono i mariti, siamo ad otto
in soli cinque autunni. Vanto degno
d'essere inciso a guisa d'epitaffio.

Contro le donne Satira VI
di Giovenale
testo in latino 

115 a 230
Quid priuata domus, quid fecerit Eppia, curas?
Respice riuales diuorum, Claudius audi  115
quae tulerit. dormire uirum cum senserat uxor,
sumere nocturnos meretrix Augusta cucullos  118
ausa Palatino et tegetem praeferre cubili  117
linquebat comite ancilla non amplius una.  119
sed nigrum flauo crinem abscondente galero
intrauit calidum ueteri centone lupanar
et cellam uacuam atque suam; tunc nuda papillis
prostitit auratis titulum mentita Lyciscae
ostenditque tuum, generose Britannice, uentrem.
excepit blanda intrantis atque aera poposcit. 125
continueque iacens cunctorum absorbuit ictus.
mox lenone suas iam dimittente puellas
tristis abit, et quod potuit tamen ultima cellam
clausit, adhuc ardens rigidae tentigine uoluae,
et lassata uiris necdum satiata recessit, 130
obscurisque genis turpis fumoque lucernae
foeda lupanaris tulit ad puluinar odorem.

Hippomanes carmenque loquar coctumque uenenum
priuignoque datum? faciunt grauiora coactae
imperio sexus minimumque libidine peccant. 135
'optima sed quare Caesennia teste marito?
bis quingena dedit. tanti uocat ille pudicam,
nec pharetris Veneris macer est aut lampade feruet:
inde faces ardent, ueniunt a dote sagittae.
libertas emitur. coram licet innuat atque 140
rescribat: uidua est, locuples quae nupsit avaro!

Cur desiderio Bibulae Sertorius ardet?'
si uerum excutias, facies non uxor amatur.
tres rugae subeant et se cutis arida laxet,
fiant obscuri dentes oculique minores, 145
'collige sarcinulas' dicet libertus 'et exi.
iam grauis es nobis et saepe emungeris. exi
ocius et propera. sicco uenit altera naso.'
interea calet et regnat poscitque maritum
pastores et ouem Canusinam ulmosque Falernas 150
quantulum in hoc! pueros omnes, ergastula tota,
quodque domi non est, sed habet vicinus, ematur.
Mense quidem brumae, cum iam mercator Iason
clausus et armatis obstat casa candida nautis,
grandia tolluntur crystallina, maxima rursus  155
murrina, deinde adamas notissimus et Beronices
in digito factus pretiosior. hunc dedit olim
barbarus incestae, dedit hunc Agrippa sorori,
obseruant ubi festa mero pede sabbata reges
et vetus indulget senibus clementia porcis. 160

Nullane de tantis gregibus tibi digna videtur?
Sit formonsa, decens, diues, fecunda, vetustos
porticibus disponat auos, intactior omni
crinibus effusis bellum dirimente Sabina,
rara avis in terris nigroque simillima cycno, 165
quis feret uxorem cui constant omnia? malo,
malo Venustinam quam te, Cornelia, mater
Gracchorum, si cum magnis uirtutibus adfers
grande supercilium et numeras in dote triumphos.
Tolle tuum, precor, Hannibalem victumque 170
Syphacem 
in castris et cum tota Carthagine migra.

«Parce, precor, Paean, et tu, dea, pone sagittas;
nil pueri faciunt, ipsam configite matrem'
Amphion clamat, sed Paean contrahit arcum.
extulit ergo greges natorum ipsumque parentem, 175
dum sibi nobilior Latonae gente uidetur
atque eadem scrofa Niobe fecundior alba.
quae tanti grauitas, quae forma, ut se tibi semper
inputet? huius enim rari summique uoluptas
nulla boni, quotiens animo corrupta superbo 180
plus aloes quam mellis habet. quis deditus autem
usque adeo est, ut non illam quam laudibus effert
horreat inque diem septenis oderit horis?

Quaedam parva quidem, sed non toleranda
maritis.
Nam quid rancidius quam quod se non putat ulla 185
formosam nisi quae de Tusca Graecula facta est,
de Sulmonensi mera Cecropis? omnia Graece:
cum sit turpe magis nostris nescire Latine.
hoc sermone pauent, hoc iram, gaudia, curas,
hoc cuncta effundunt animi secreta. quid ultra? 190
concumbunt Graece. dones tamen ista puellis,
tune etiam, quam sextus et octogensimus annus
pulsat, adhuc Graece? non est hic sermo pudicus
in uetula. quotiens lasciuum interuenit illud
zoe kai psyche, modo sub lodice relictis 195
uteris in turba. quod enim non excitet inguen
vox blanda et nequam? Digitos habet.» ut tamen omnes
subsidant pinnae, dicas haec mollius Haemo
quamquam et Carpophoro, facies tua conputat annos.

Si tibi legitimis pactam iunctamque tabellis 200
non es amaturus, ducendi nulla uidetur
causa, nec est quare cenam et mustacea perdas
labente officio crudis donanda, nec illud
quod prima pro nocte datur, cum lance beata
Dacicus et scripto radiat Germanicus auro. 205
si tibi simplicitas uxoria, deditus uni
est animus, summitte caput ceruice parata
ferre iugum. nullam inuenies quae parcat amanti.
ardeat ipsa licet, tormentis gaudet amantis
et spoliis; igitur longe minus utilis illi  210
uxor, quisquis erit bonus optandusque maritus.
nil umquam inuita donabis coniuge, uendes
hac obstante nihil, nihil haec si nolet emetur.
haec dabit affectus: ille excludatur amicus
iam senior, cuius barbam tua ianua uidit. 215
testandi cum sit lenonibus atque lanistis
libertas et iuris idem contingat harenae,
non unus tibi riualis dictabitur heres.
«Pone crucem servo.» «Meruit quo crimine servus
supplicium? Quis testis adest? quis detulit? audi; 220
nulla umquam de morte hominis cunctatio longa est.»
«O demens, ita servus homo est? nil fecerit, esto:
hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas.»
Imperat ergo viro. Set mox haec regna relinquit
permutatque domos et flammea conterit; inde 225
avolat et spreti repetit vestigia lecti.
ornatas paulo ante fores, pendentia linquit
vela domus et adhuc virides in limine ramos.
Sic crescit numerus, sic fiunt octo mariti
quinque per autumnos, titulo res digna sepulcri.

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