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scicli
Poesia di Vincenzo Fiaschitello 

Scicli 1950

Che vertigine ti assaliva
quando alitavano odori d'incenso
dalle fenditure delle pietre
della crollata basilica medioevale?
Dall'alto di una rupe la sagoma
di San Matteo dominava la città.
Nella sottostante piazza, la domenica,
un formicaio di gente venuta
dalla campagna si scambiava saluti,
si narrava i fatti della settimana.
Gli uomini commentavano le notizie
politiche, le donne, intente a far provviste
col fazzoletto in testa e il bianco
grembiule ricamato, gesticolando,
si lamentavano dei prezzi lievitati.
Poi la voce rauca, accanita, di un oratore
risuonava nella piazza, interrotta
da continui applausi e di tanto in tanto
dal suono della campana di Sant'Ignazio
che chiamava gente d'altra pasta.
Un mare di rosse bandiere si agitava
attorno al ritratto gigantesco di un baffuto
Stalin, mentre un fanciullo, poggiato
al palo della luce, gustava il suo
buon gelato da cinque lire.
Una oblunga grossa anguria a strisce arancioni
ciascuno portava a casa verso mezzogiorno
e la piazza d'un tratto si svuotava.
Scorreva allegro il forte rosso vino
della vigna, le donne a comarare
sulle porte
 dove sostavano con le aste alzate,
leggiadramente intagliate all'estremità
con il cigno di Lohengrin, i carretti
sulle cui sponde laterali brillava la violenta
policromia dei colori delle storie di santi e di eroi.
In marcia rigavano, all'alba del nuovo giorno,
il selciato di lava etnea per far ritorno
alla campagna.