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Poesia di Vincenzo Fiaschitello
Palmira

Percorsi un giorno le piste
carovaniere che portavano
a Palmira. Una freccia nel deserto
indicava la direzione verso l'Eufrate
dove non potevamo spingerci.
Alto risuonava il grido del muezzin
tra le rovine dell'antica città romana,
ricca di templi, terme archi e colonne
sormontate da capitelli corinzi
dalle rosate sfumature nella dolce
luce del tramonto.
Cercavo le tracce di un avo sconosciuto
che appena due millenni fa forse
aveva sostato in quella città, si era
rifornito di cibo prima di ripartire,
si era dissetato a lungo e aveva colto
datteri giganti sulle palme della felice
oasi che i mercanti chiamavano
"Sposa del deserto", in onore
della bellissima Zenobia.
Quanti, come lui, lungo le roventi
sabbie a volte si nutrirono solo di vento,
di sonno e di calura! A ogni passo,
innanzi ai loro occhi bruciati, brillava
un bicchiere di fragile cristallo colmo
d'acqua: con falso gentile volto
la morte offriva loro da bere.