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zuppa di fave
Poesia di Vincenzo Fiaschitello
Le fave

All'ombra folta dei carrubi
approntavano il pranzo di fave:
per scherzo ne contavamo
il numero ad ogni cucchiaiata.
Dal mare spirava un vento leggero
a mitigare il sole inclemente
del mezzogiorno che brevi
faceva le nostre ombre.
Nell'aria volavano pensieri come
bianche farfalle, stridevano le ruote
dei carretti lungo la carraia e il marranzano,
in bocca al pastore, forte vibrava
fino a far tacere le cicale. Non era ancora
il tempo di Pitagora a dirci, con criptico
linguaggio, del misterioso tabù di piante
magiche e infernali. Noi, vivi eravamo,
nulla sapevamo dell'antica setta che riteneva
le fave "cibo dei morti" e le mangiavamo
allegramente. Strano che nella terra
dei pitagorici i nostri avi avessero dimenticato
il divieto al punto di fare delle fave un piatto
prelibato e indispensabile.
Al saggio contadino del Sud la fame scacciò
ogni terrore.