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Poesia di Vincenzo Fiaschitello
L'isola mobile di Ibn Battuta

- ...partiamo, già la luna è tramontata
dietro le colline dell'ovest...
ho sognato il ghibli che portava
il deserto nel nostro giardino...
riparatevi, riparatevi accanto ai cammelli...-
-Non affaticarti, sei a casa, sei al sicuro!-
Moriva Ibn Battuta nel suo letto, nessuno
l'avrebbe supposto dopo trent'anni di viaggi.
Moriva nella sua casa, dove da bambino
contemplava il cielo stellato. Gridava
dentro di lui il profondo silenzio della notte.
Tra gli odori del suk, un tale raccontava ai passanti
di un giovane veneziano che aveva raggiunto
il Catai e, vecchio, era tornato a morire a Venezia.
Ibn Battuta, il ragazzo scapestrato dei vicoli
della città, a se stesso promise che avrebbe
fatto più e meglio del veneziano.
Un'idea lo guidava e spesso ne discorreva
la sera, attorno a un fuoco, con i suoi amici.
"Voi -diceva- nei vostri viaggi dovete
cercare mirabilia. Il mio viaggio è sempre
aperto: io guardo a un'isola mobile,
dove non ci sono alberi concreti, dove
facile non è l'approdo. L'isola che sogno
è quella che realizza un non-dove geografico.
Ecco perché non mi preoccupo di tenere
al mio fianco un nocchiero che conosca
concretamente la rotta".
"Se è così -disse uno del suo seguito- potremmo
imbatterci in un'isola dove crescono alberi
che portano appese come frutti bellissime donne.
Baciate dagli uomini, sono pronte a violentarli,
a ucciderli, a mangiarli!"
Ibn Battuta lo rimproverò per quella fantasia
maschilista. Il suo sogno era quello di non fermarsi,
di procedere sempre verso un altrove, verso l'incontro
dell'altro che mai si riesce completamente a capire!

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