Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Poesia di Francesco Nigro
Cadere

Un giorno,
nel mentre passeggiavo per strada,
vidi oscurarsi il cielo,
e una pioggia delicata inondò la città.
Piovevano corpi,
come lacrime di una madre
impotente nel suo amore.
Piovevano lacrime,
come corpi di figli
abbandonati dalla madre.

Ma nessuno se ne curò,
un vano sole nel clima dell' indifferenza,
e allora,
mentre il cuore dalla mia mano
scivolava in una pozza,
abbandonato in un riflesso di squallore,
la delicata pioggia
si tramutò in un'eterna tempesta.

Sulla terra fui schiacciato,
quella melma che da anni ormai sognavo di abbandonare.
Mentre i giardini degli anni
erano pronti a seguirmi,
a inseguirmi,
e io sognavo l'abbandono come liberazione,
i canti della primavera
gemevano,
strazianti urla di dolore tagliavano l'aria.

Il mio cuore vagava nella tempesta,
mentre gli alberi furono sradicati,
strappati dal terreno,
come soldati alle madri,
e la terra diventò fango,
come la mia pelle,
e le gambe mie radici.

E affogando affondando,
cercando di aggrapparmi alle stelle,
venni inghiottito.
Ma il mio ultimo sguardo,
rivolto alla mia passata vita,
che sussurrava teneri richiami,
col piacere che solo un ricordo amaro può darti,
accese un sorriso in me,
sollevato all'idea di sprofondare.

Passai per cadaveri affilati dal tempo,
il mio corpo ormai lacerato,
rassegnatosi all'idea di giacervi,
quando cercò il fondo,
non lo trovò,
poichè più in basso
si stendeva un accogliente cielo colorato,
dal tramonto dorato,
nel quale venni vomitato.

Ma la mia caduta proseguiva,
e il rimpianto del ricordo mi assaliva,
la coscienza non perdona
chi fugge.
Ho superato invalicabili montagne,
ascoltato i canti proibiti della tentazione,
ho odiato l'amore, capito l'odio,
ora la mia coscienza,
finalmente,
tace.

Finalmente il mio corpo si dissolve,
e il quesito della vita della morte si risolve.
Il vagabondo ha trovato la sua catena,
ora può romperla,
e nella terra sconosciuta si sente arrivato.

Ma i maledetti in paradiso non vanno,
non hanno diritto alla pace,
né a esserne proibiti,
-ah- quel paradiso così infernale,
per chi ne può solo sentire parlare.

I maledetti possono vederlo,
lo scorgono da lontano,
vedono fini fili brillare nel buio,
le porte dorate e serrate,
ne assaporano il dolce cullarsi,
ma la vita li richiama al dovere.

Quel dovere inciso sul corpo,
di cui sono fiero,
di cui mi vergogno,
come di una cicatrice di guerra.

Ma la pace non è eterna,
solo il ricordo suo sbiadito lo è,
e la sua immagine diventa un motivo per combattere,
ma l'eterno è troppo fragile per essere vissuto,
e così...

Un giorno,
nel mentre precipitavo senza più strada,
vidi sbiadirsi il cielo,
e una pioggia delicata mi trasportò sulla terra.
Il mio corpo lacerato,
circondato da lacrime e corpi,
cercò il fondo,
trovandolo.