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Percorso antico -



Sui monti all'orizzonte del mio paese
volevo andare, per le antiche imprese,
che salgono al  cielo tinto di verde,
tra rovi e ginestre ove il sole si perde.
La mattina, quando il raggio la rischiara
ed il profilo tra la nebbia appare terso,
in un tenue orizzonte mi sono perso
e l'anima in quel rifugio si ripara.
Così pensai di compiere il tragitto,
che dai monti, scende giù per diritto
e andare fin dove giungon gli occhi,
tal bisogno è per bimbi di balocchi.
Pensavo di seguir i tratturi antichi,
percorsi dagli antichi al piano volti ,
che ci fosse un rigo sulla cresta,
per passar in ogni groppa senza resta.
Quindi scendemmo presto giù dal colle,
nella piana del Turano, molle di brina,
in fila, per il sentiero che alla Difesa,
é d'altana al Cavalier, come sospesa.
Era appena sorto il sole sul Velino
e l'erba era fumante pe'l cammino,
si sentiva il fiume, scrosciar tra i sassi,
che ci guidò a Pontone, in pochi passi.
La piana era d'argento fumigante,
sparsa di mille luci che, in un istante
davano bagliori rossi, blu e dorati
alle erbe e gli occhi n'erano estasiati.
In un attimo lontani da Collalto,
eravamo giunti giù, come d' un salto,
contenti certo, per la gagliarda lena,
che ci portava avanti senza pena.
Il passo sfarfallava l'asfalto scuro
verso il confin del pianoro, sicuro,
ma la via tra l'erbe era più snella
se accompagnava il canto e la favella.
Si giunse a Riofreddo, al dì festivo,
la gente del bar, un gruppo giulivo,
ci vide, come una sorta di marziani,
con tute e zaini, e guardavan strani.
Indugiammo a curiosar tra i banchi
di frutta secca, e non tutti, ma in tanti
s'iniziò poi a salire il dorso fluente,
che al paio dell'Aniene va ad occidente.
Per il sentiero di sassi della cima,
uno struzzo in gabbia mi diede la rima,
fatta per deprecare la prigione
che gli dava non poca afflizione.
Andammo per sentieri di tornanti
tra cerri, lentischi e ginestre sfavillanti
era un Ver Sacrum, di erbe vanenti,
evocante lo stupor che primamente
scosse quegli arbusti forti e tesi
coi petti irsuti, senza d'alcun difesi,
tanto avean cor di andare avanti
che infiammava i Sabini migranti.
Il tempo quei passi ha sconvolto
e fu arduo non perdersi nel folto.
Camminando per una vecchia via,
in un bosco si giunse, ove non s'udia
più il rumore delle auto lontane,
ma sol corvi ed un latrar di cane.
Era incredibile che in poche ore
Si fosse tanto lontani dal rumore,
Tra alti cerri, mai d'ascia lesi,
E ci guardammo intorno come presi
Dal silenzio di quella macchia infinita
Che ci portava all'inizio della vita
Tra questo vaneggiar in cose umane,
Per la via desolata, solo un cane,
si incontrò d'un ovile a farci festa,
che vagolava, ai Lagustelli, fuor di testa;
E ci fu a scodinzolar poi che un pane,
Gli demmo, restato nel tascapane.
Uno scrigno di casette nella valle

col sol ci apparve che volgea le spalle,
ed il cane alle prime voci del paese,
si fermò per tornar dove ci prese.
Era l'antico borgo di Percile,
Dove si giunse e all' acqua del Licenza
ci dissetammo, in un fontanile,
lieti d'aver percorso a sufficienza.
17.12.02

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