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Poeti Emergenti -
Poesia di Tony Basili -

FEDRA
Alexandre Cabanel Phèdre.jpg



Se lo vedrà quel giovane impudente

Che non cura d'onorare il mio nume

Quanto poco giovi un cuore assente

Agli svaghi d’amor, che sono il lume,

Al viver, come fiamma di candela,

In una notte che è come bitume,

Senza la levità, che al par di tela,

Ti tien sospeso, dal cader più in basso,

In un gorgo, ove è vana la tutela

Degli dei, ché non val il solo spasso,

privi d'amor, che tutti i cor consola,

Ad impedir che· affondi come un sasso.

Sì la dea, per quei che non immola

Sugli altari d’amor, che il cuor allieta,

Il tempo che trascorre, e sì gli vola,

Sol d’Artemide alunno, che ne vieta

I connubi e del talamo gli ardori,

E l’acerbo cuor, sol tra i boschi queta.

Ippolito tal’è che, i suoi· fervori

Volge tutti alla caccia, mane e sera,

Schivo sempre dei femminil sapori,

Ma tant’è, bello e forte, come fiera,

Che ogni donna lo vorrebbe a sé legare,

E pur Fedra, n’ha l’animo in bufera,

E sì n’è presa, e pur vuol conservare,

Il segreto nel cuor che le si strugge;

Pur· dirne, non lece, ma come fare?

Ch’é la sposa del padre e sì la sfugge,

Né tradir vuol, pe’ l desio che sente,

Di Teseo l’onor, ma intanto mugge,

Tal ferita giovenca, ad ogni assente

Calore, dei figli e del caro sposo,

Che capirla non sanno, né altra gente.

Ma ora un danno grande al presuntuoso

Sta a preparar la Cipride ch’ è offesa,

Se quegli, sol di Diana è rispettoso,

E attizza in cor di Fedra la contesa,

Che tra i lamenti e i gemiti d’amore,

Quel nome, alfin, pronuncia che le pesa.

La nutrice, che al palpito del cuore

E’ presente, la prega· e la scongiura,

Di non svelarne la pena, ch’a pudore,

E par che, il suo cuor così, alfin la cura,

Al pianto ed al dubbio, che la dilania,

Or trovi, ch’una sa, ma n’è sicura,

E a questo modo, spenta par la smania.

La dea ciò non vuole· e così s’infura

Che or medita pe’l giovine l’infamia.

Sì alla nutrice fa dir, che la rassicura,

Che non ha senso all’amor por riparo,

Ma consentir, conviene alla natura.

Ed a Ippolito, essa svela quanto caro

Sia lui ·alla regina, che solo vuole

Saper, se sappia amar o se ne è avaro.

Ma lui sente ch’è questo che ·lei vuole,

La sua matrigna, e ingiuria la nutrice,

Ché dar ascolto alle donne lui non suole,

E poi rifiuta, tale amor, che non s'addice,

alla moglie di suo padre, per rispetto,

Poi  l'amor non gli interessa e n' è felice.

Tante ingiurie per rabbia poi dal petto

Gli sgorgano, verso quell’ impudica,

E tutti le senton, ed ella ha il sospetto,

Che pure Teseo sappia, che s’intriga,

E n’ha vergogna, e sì questa l’ha presa,

Che sol la morte par senza fatica.

Teme che ai figli venga qualche offesa,

Per lei, che nell’amor vedono persa;

E di Teseo, lo sguardo pure le pesa

Sì la morte, l’anima ormai sommersa,

potrà salvar, e con lei pur la sua casa,

Nel timor pensa ormai che imperversa.

Di lamenti la reggia è tutta invasa,

Dell’ancelle, che in un dirotto pianto,

Dicono, ch’ ella ormai, è dell’Ade in casa.

Così, misera, quietò il· cor affranto,

Chè la colpa, non seppe sostenere,

Della passion, che l’irretì cotanto.

E se n'accorge Teseo, e vuole sapere

Del pianto, la cagione e delle grida

E Fedra ch'è impiccata è a vedere.

Uno sgomento n'ha grande, perché ·fida

Era la sua Fedra, e madre serena,

Né sa capire  perché sia suicida,

ed in mano le scorge sotto la schiena

Un messaggio, ch'ancor stringe, col sigillo.

Legge, e viene a sapere… quanta pena!

Perchè lo scrisse? … quale fu l’assillo ?!

E dal tremore, di man poi gli cade,

E grida e guata e d’un torvo scintillo

s'infiamman gli occhi e l’ira lo pervade,

Con spasmi al volto, e trema e si lamenta,

“Lui, lui, si cerchi, per tutte ·le contrade!

M'ha ucciso Fedra, sol per lui fu spenta,

Per tema di subir la sua violenza!

Ippolito l’ha fatto!.. o se si penta!..

Ah!..O figlio, che grand’ impudenza,

Che colpirò sì,con mano funesta

Come aver pietà?! Macché clemenza!

Che sia bandito, e quel che ne resta,

Di quell’indegno, vada alla malora,

Per quel che fé, con la sua voglia infesta!”

Sente Ippolito inveir, e se n’accora.

Suo padre, Teseo, che lo maledice,

Ma pietà, pur per lui, gli viene ancora,

Ché senza ascoltar, scaglia a un infelice,

La condanna, ch'è come morte certa,

A suo figlio, ch'è casto e ognun lo dice.

Ma non  ascolta ragioni, ch’è scoperta,

La verità. E’ lei, Fedra, che l’ accusa!

Ippolito, non ha cor a dir, come sofferta,

Fu l’indignazione di lei, per la ricusa

Dell’amor, che dar volea a lui, schivo,

Seguace della dea, che non ne usa.

Un messo annunziò un dì, non è più vivo,

Ippolito, ei fu, dai suoi cavalli,

Ucciso, mentre del mar era sul rivo,

spaventati da un gran toro, dai calli

D’acque sorto, dal dio del mar mandato,

Ché la sua condanna non abbia falli.

Ne piange il re, ma il giusto gli fu dato,

Dal dio pensa, a cagion della sua colpa,

E il guaio c’ha commesso, par scontato.

“Si riporti qui, che il morir lo scolpa,

Fu causa di malizia, questo danno,

che ad espiar lui fu sol la sua colpa.


Ma in sogno la dea viene, ed ·altro affanno

Assomma nel suo cor: “tuo figlio, è onesto!

E Fedra ne soffrì, com’altri sanno,

Che lui colpa non ebbe, ché molesto

Fu della nutrice il dir ch’ella era schiava

Solo in cor, ma  lui a Cipride  era infesto.

E’ questo qui tuo figlio che negava

L’amore ch’ella pur tenea nascosto.

Nessun ruppe la fé che ti portava;

Né pur Fedra tradì , ma ciò fu imposto

E quel che avvenne, fu sol per la dea,

Cui era inviso, perché non ben disposto.

Piange Teseo il figlio ed or l’idea

Di Cipride comprende che fu dira

Che di morte e di dolor sol lei fu rea.

14.4.2000