Poeti Emergenti -
Poesia di Tony Basili -
FEDRA![]()
Se lo vedrà quel giovane impudente
Che non cura d'onorare il mio nume
Quanto poco giovi un cuore assente
Agli svaghi d’amor, che sono il lume,
Al viver, come fiamma di candela,
In una notte che è come bitume,
Senza la levità, che al par di tela,
Ti tien sospeso, dal cader più in basso,
In un gorgo ove è vana la tutela
Degli dei, ché non val il solo spasso,
privi d'amor, che tutti i cor consola,
Ad impedir che affondi come un sasso.
Sì la dea, per quei che non immola
Sugli altari d’amor che il cuor allieta
Il tempo che trascorre e sì gli vola,
Sol d’Artemide alunno, che ne vieta
I connubi e del talamo gli ardori,
E l’acerbo cuor sol tra i boschi queta.
Ippolito tal’è ché i suoi fervori
Tutti alla caccia volge, mane e sera,
Sempre schivo dei femminil sapori,
Ma tant’è bello e forte come fiera
Che ogni donna lo vorrebbe a sé legare
E pur Fedra n’ha l’animo in bufera,
E sì n’è presa e pur vuol conservare,
Il segreto nel cuor che le si strugge;
E dirne non lece, ma come fare?
Ch’é del padre la sposa e sì lo sfugge
Né tradir vuol pe’ l desio che sente,
L’onor di Teseo, ma intanto mugge
Tal ferita giovenca ed a ogni assente
Calore dei figli e del caro sposo
Che capir non ponno né l'altra gente.
Ma ora un danno grande al presuntuoso
Sta a preparar la Cipride ch’è offesa
Ché sol di Diana quegli è rispettoso,
E al cor di Fedra attizza la contesa
Che tra lamenti e gemiti d’amore
Pronuncia alfin quel nome che le pesa.
La nutrice che al palpito del cuore
E’ presente, sì prega e la scongiura
Di non svelarne la pena ch’a pudore,
E par che il suo cuor così, alfin la cura
Al pianto ed al dubbio che la dilania,
Or trovi, ch’ella sa ma n’è sicura,
E a questo modo spenta par la smania.
Non vuole ciò la dea e tal s’infura
Che medita pe’l giovine l’infamia
E a la donna fa dir che l'assicura
Che non ha senso all’amor por riparo
Ma consentir conviene alla natura.
Ed a Ippolito ella svela quanto caro
Sia lui alla regina che solo vuole
Saper se possa amar o se ne è avaro.
Sente lui ch’è l'amore ch'ella vuole,
La sua matrigna e ingiuria la nutrice
Ch'alle donne dar ascolto lui non suole
E si sdegna dell'amor che non s'addice
alla moglie di suo padre per rispetto
Poi l'amor non lo attrae e n' è felice.
Quali ingiurie per rabbia poi dal petto
Gli sgorgano verso quella impudica,
Che senton tutti ed ella ha il sospetto
Che Teseo pure sappia che la intriga
E n’ha vergogna e sì tanto n'è presa
Che sol la morte par curi la briga.
Teme che ai figli venga qualche offesa
Per lei che nell’amor vedono persa
E lo sguardo di Teseo pur le pesa
Sì la morte dal desio ormai sommersa,
potrà salvar e con lei pur la sua casa,
Pensa pe'l gran timore che imperversa.
Tutta la reggia di lamento è invasa
Dell’ancelle che, in un dirotto pianto,
Dicono ch’ ella ormai è dell’Ade in casa.
Così quetò misera il cor affranto
Chè non seppe tal peso sostenere,
Della passion che l’irretì soltanto.
E l'apprende Teseo e vuole sapere
La cagion del pianto e delle grida
Che Fedra impiccata va a vedere.
Che sgomento n'ha grande perché fida
La sua Fedra era una madre serena
Né sa capire perché sia suicida
ed in mano le scorge sotto la schiena
Un biglietto ch'ancor stringe col sigillo.
Legge e viene a sapere… quanta pena!
Perchè lo scrisse? … quale fu l’assillo ?!
E dal tremore di man poi gli cade
E grida e guata e d’un torvo scintillo
gli occhi infiammano e l’ira lo pervade
E spasmi al volto e trema e si lamenta:
“Lui, cercate lui in tutte le contrade!
M'ha ucciso Fedra, sol per lui fu spenta
Per tema di subir la sua violenza!
Ippolito l’ha fatto!.. o se si penta!..
Ah!..O figlio che grand’ impudenza,
Or ti colpirà la mano funesta!
Come aver pietà?! Macché clemenza!
Che sia bandito e quel che ne resta
Di quell’indegno vada alla malora
Per quel che fé con la sua voglia infesta!”
Ippolito lo sente e se n’accora,
Suo padre, Teseo, che lo maledice,
Ma pietà pur per lui gli viene ancora,
Ché senza ascoltar scaglia a un infelice,
La condanna ch'è come morte certa,
A suo figlio ch'è casto e ognun lo dice.
Ma non ascolta ragioni ch’è scoperta,
La verità. E’ lei, Fedra, che l’ accusa!
Ippolito non ha cor a dir come sofferta,
Fu la indignazion sua per la ricusa
Dell’amor che dar volea a lui schivo,
Seguace della dea che non ne usa.
Un messo annunziò poi non è più vivo,
Ippolito, che fu dai suoi cavalli
Ucciso mentre del mar era sul rivo
Da un gran toro imbizzarriti dai calli
D’acque sorto dal dio del mar mandato
Ché a condannar non faccia falli.
Ne piange il re ma il giusto gli fu dato,
Dal dio, pensa, a cagion della sua colpa
E il guaio c’ha commesso par scontato.
“Si riporti qui che il morir lo scolpa,
Fu causa di malizia, questo danno,
ora espiato e non ha più alcuna colpa.
Ma in sogno la dea viene ed altro affanno
Accresce nel suo cor: “tuo figlio è onesto!
E Fedra ne soffrì com’altri sanno,
Che lui colpa non ebbe ché molesto
Fu della nutrice il dir ch’ella era schiava
Solo in cor ma a Cipride egli era infesto.
E’ questo qui tuo figlio che negava
L’amore ch’ella pur tenea nascosto.
Nessun ruppe la fé che ti portava;
Né pur Fedra tradì ma ciò fu imposto
E quel che avvenne fu sol per la dea
Cui era inviso perché non ben disposto.
Piange Teseo il figlio ed or l’idea
Di Cipride comprende che fu dira
Che di morte e di dolor sol lei fu rea.
14.4.2000
