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La storia di Tony Basili 
La storia 

La mia storia e del paese vi racconto,
ma a puntate, per non fare un sunto,
così da dargli l’armonia d’un canto
e senza mettere ogni volta un punto,
perché essa fluisca come nel fiume
l’acqua chiara che può esser bevuta,
e se lo fai puoi trattenere il lume,
che nella testa troppo risoluta
ho trascurato e a volo lo spunto
prendo questa notte che passo insonne
al pensier di quanto e quale assunto
abbia per questo dal cor delle donne
che forse mi tempraro a fare il resto,
ma voleano che sol per lor scrivessi,
così lessero ridendo qualche testo,
poi se lo tennero, ed allor non ressi
che di lor dicean in modo pur gentile,
ma a volte, irrigidito per il freddo,
ma diverso fu poi col sol d’aprile,
quando l’animo se non è tanto vile
sa dire cose che ora a dir mi metto,
ma non vorrei che fosser per gioco
come tante che ho lasciate in giro,
anzi vorrei che avessero del fuoco
per scaldare sia un leon che un ghiro
e non solo di queste cose dire,
ma ogni altra che mi viene alla mente,
che la mia è fatta forse a spire,
che delle cose lontane vede e sente
né ha timore di uscire fuori tema,
chè non s'adatta a stare in catena,
ma vol razzolare  senza uno schema
in ogni loco senza darsi gran pena,
ed è perciò che per quel che vorrei un canto,
farò preghiera ad ogni buon punto
d'un sostegno pure a qualche buon santo
che mi dia forza per tener l’assunto
ed intanto mi rivolgo a te, santa
che mi fai ritrovar le cose perse,
ed io ti venero ancor più che n’ho ottanta
e mi riporti in mente pure Serse,
chè vicina mi stia in questo impegno
che vol proporre quel che m’è dato
in quest’istante a me, dal poco ingegno,
che pure ad un certo punto va usato
sicchè ad un tratto, quando non ci pensi,
prendi il filo che ogni cosa adatta
ai sensi tuoi e con pensieri densi
avanti porti la tua storia che par matta,
che pure è come vuole la mente
che ti indica cosa c’è da fare
e ti propone quello che alla gente
possa chiarire quel in un mare
c’è da capire quando c’è la tempesta
che strappando le barche dalla riva
tra i flutti le fa sbandar e rizzar la testa,
ma nessun danno però gli arriva
ed è questo che mi par adatto a dire,
in quest’ora che pare un pò funesta,
che c’è una mano che saprà invertire
il male in bene e pure dire basta,
ma a questo punto val che tu capisca,
che il tempo è trascorso della cosca
e se gli occhi stacchi dalla lisca
è il ciel che vol che altro tu conosca
ed è per questo che all’alba assonnato,
per quel ch’è una notturna funzione,
un barlume ad un tratto s’è mostrato
che s’é mutato in un vulcano in eruzione
da cui esce ogni cosa fuor dal cono
e lapilli e massi rotan per la china,
ma polve ed aria con un gran tuono
salgono in aria, non restano in fucina
e tutto adorna con una data rima
quel che viene in mente in sordina,
col rumore della vento che la lima.
Appena si ferma e si volge, poca cosa
vede dietro di sé, ed allora il passo
trattiene un po', che ha visto una rosa,
e l’odor ne aspira anche perché lasso
si ritempri e poi il cammin spedito
verso il monte riprenda o per la valle,
chè l’orientamento si è smarrito
e il sentir lo spinge in ogni calle
sicchè ad un punto ritrova la memoria
che avea trascurata un pò di tempo
e s’era coperta con una spessa scoria
e per scoprirla ne pulisce un lembo,
così recupera quel che ancora è viva
e che scossa si mostra a rimpigliare,
perché di lei ci s’accorga e pur si scriva
così ancora in mente possa restare,
ed inizia a ricordar che da bambino
entrai anzitempo in un’aula di scuola
e ansioso di dir qualcosa, birichino,
voleo indicar quasi un asino che vola
ed altro m’inventai per mover le risa
agli scolari cui infin dissi una cosa,
che un gallo non è gallina che assisa,
sta nel nido e l’ovo con un coccodè posa.
Per le risate, non so quanto restai,
che rosso in viso, assai confuso,
a pigolar mi misi, sicché “vai!”
mi disse la maestra e ne fui deluso,
perché pur era bella e intelligente,
non come quella ch’ebbi poi in prima,
che per il fatto che tenea a mente
uno dei miei, così ben poca stima
avea di me e con le dure nocche,
mi martellava spesso la tenera testa
e senza fermar poi le tante scocche,
mi scatenava addosso una tempesta
e finia poi mettendomi in castigo,
proprio perfido, a stare in ginocchio
sul granoturco, ma or la benedico
che per questo poi non feci rocchio
con una delle figlie, pure carine,
e pure di buon padre, poveretto,
che penso prendesse la cinquina
di avere una iena dentro al letto.
Di ragazzini allora ce n’’eran tanti
ed a scuola in dialetto si parlava,
unico modo per non andar per santi,
e solo col Libro Cuore si insegnava,
ad amar la patria ed esser bravi soldati
ed al più ad esser figli ubbidienti,
a chi passava il dì con vacche e bidenti.
Così era la scuola, da scalcinati,
ma appena usciti s’era tutti in piazza,
a giocare a lizza, oppure a pallone,
che era solo cuoio, pezza e cartone
rimediati a disfare l’ultima “pupazza”.
E le ragazzine erano allora più tranquille,
che faceano a campana sulla pietra,
e sognavano di andare a Roma nelle ville
a servizio, o verso Piazza Esedra.
Quando poi fu fatta la nuova scuola,
che era nel piano sotto al Comune,
si smise di fare qua e là la spola
a trovare un’aula, e che non facesse fume,
perché era la cosa assai importante,
appicciare la stufa ogni mattina,
e portare ognun di noi la legna bastante,
per non finire a prenderne dalla vicina.
Ma infine si sa la scuola a ch'è servita,
a vincere l’analfabetismo di tutti quanti
Per imparare a chi ubbidire appen finita
e poi votare all’elezioni a dei furfanti
che se all’inizio hanno dato il lavoro
poi si è visto che era per lor ristoro,
e l’avean messo su il magna, magna,
dove fai lo schiavo per la lor cuccagna.
Ma non seguito con questa tiritera,
che mio padre ci mise presto in collegio,
per prender il diploma altra maniera
non c’era, e si dicea fosse un privilegio.
Ma io e mio fratello, si sognava la piazza,
con i compagni lasciati nel paese,
con le pozzanghere ove il porco sguazza
quando accerrato scappa con l’arnese.
Pur se lì si giocava e c’era tutto,
ma non mamma e papà e soprattutto
i miei fratellini che quando si tornava,
ci guardavano come estranei e non andava.
Così son sorte le incomprensioni,
non solo con loro, ma anche con i paesani,
che ci vedeano proprio come dei coglioni,
e ‘sti romani! diceano e si finia alle mani.
Quando a un romano mi mettevano a paro,
a me che di mani son sempre pronto
mi si accendevan gli occhi come un faro
e reagendo aizzavo a saldare il conto
e se per caso non capiano l’antifona subito
e magari ringhiavano:“chi credi d’essere tu?!”,
puntandomi il naso con un dito,
con una cianchetta, li spedivo giù.
E bastava questo pure in collegio,
dove il Nero mi chiamavano i più,
e lottavo spesso per non finire peggio
e se pur da solo, mi distinguevo tra i più.
Quando poi ritornai col lauro in testa,
mi tenean per un pò in considerazione,
purché lasciassi lor liberi di far festa
e vincer sempre ad ogni elezione,
che mai vinsi perché molto distante,
era il nostro far,che non avrem lucrato
in quel posto, ove è dato, che un brigante,
scelto dall’alto, sia spesso coronato,
e se chiedi perché, è chiaro, cittadino,
capire che là ci vogliono dei fresconi,
che s’accontentino del tricolore centurino,
ma lascino a lor le commenda da birboni.
Perciò un po' me ne stetti tranquillo,
studiando bene l’arte d’un tal tizio,
e veder bene che non trascurava uno spillo
pe’ acconciarsi i pantaloni, né era un vizio!
avea sempre fatto così, sicché la gente,
credea che fosse infallibile l’Adelmo,
che coi compari, più qualche parente,
là s’era intronato, con lancia ed elmo
da parer un monarca onnipotente.
Credeva che ognun nel consiglio lo temesse,
ma quando la terza volta, sconveniente,
presentò le dimissioni, non mi resse,
e debbo rammentar che a muso duro,
dissi ai suoi che se non eran deficienti,
doveano approvar il suo abiuro
e così fecero, ma non ne fur contenti,
che il prode incazzato non lo resse
e iniziò a tirar calci come un somaro,
ma la cosa era fatta e il segretaro
verbalizzò la cosa e poi la lesse.


12/3.1.25

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