Login

Pin It

Il mio amico Patroclo
di Tony Basili

Disse qualcosa e all’improvviso un salto
fece dalla rupe da sembrare un astore
e lo scorsi, pure se era molto alto
che la mano destra tenea sul cuore
come stesse a sicurarmi ch’era sincero
che veramente era un amico vero
e così fu che mi parve una foglia
che scendesse leggera dalla rupe,
ma dal tonfo capii che era la spoglia
che stava a terra e le ambasce cupe
m’assalirono che per il turbamento
mi ritrovai senza sensi in un momento.
Là sui sassi s’era sfracellato
ed il sangue intorno che parea colla;
povero amico, così era volato
dalla cima del dosso e le midolla
perdeano sangue tutto intorno
un grumo pesto era e così finì il giorno.
Non avrei pensato di vedere questo,
di averne parte in questa rovina
e mentalmente cercai qualche pretesto
che non me la tenesse troppo vicina,
ma nel fuggire, appena quattro passi
potei far lento e poi tra quei sassi
caddi al pensiero di quel corpo riverso
che m’era vicino, del mio caro amico,
e mi sentii tutto a un tratto perso,
seppur ristretto come in un intrigo
e con grande sforzo mi spinsi avanti
dove si sentia un risonar di canti.
Caos e tenebre mi trovai davanti
ed un mugghio orribile e profondo
e un sonno, per gli occhi assai pesanti,
a un tratto mi portaron accanto all’onde
che Omero vide nella spiaggia di Troia
e il malessere mi si converse in gioia.
C’era Patroclo che piangea pe’la strage
che i Teucri facean senza sforzo
e in più il Pelide, che è là che piange
per Briseide toltagli con un sol un morso
ed è sconvolto dall’ira, quando l’amico
gli giunge in tenda e con far pudico:
“amico mio, come a tanto resister puoi,
chè ci stanno ammazzando i compagni,
e ci incendiano le navi e pure i buoi
stan predando, così i nostri guadagni
che con fatica avevamo messo da parte;
tutto prendono e tu te ne stai in disparte?!
Che cuore di pietra tieni, amico caro,
se te ne stai inerte tra tanto danno,
che vedi che i nostri non hanno riparo
travolti pur dagli dei, in un gran malanno,
abbi pietà di noi, ché se così resti,
finiremo intrappolati, non solo pesti.
E se tu non ti senti, dai a me il permesso
di combattere per salvare almen le navi,
che stanno incendiando proprio adesso
e di questo passo certo schiavi
finiremo, perciò datti una mossa,
suvvia amico, facciamo la riscossa!
Se non ti garba ancora, mio caro amico,
dai a me il permesso di lottare
con i tuoi Mirmidoni, contro il nemico
che non si arresta e vuole incendiare
tutte le navi e allora sai che disastro,
per far ritorno a casa, un bell’incastro!
Ascoltami, Achille, dammi il permesso
di scendere in campo in tua vece
e vedrai che provocherò un fuggi, fuggi,
che credon che sei tu, non porre indugi!”
Ed il Pelide, vinto da quest' insistenza,
accorda a Patroclo tutto quel che vuole,
ma raccomanda di dar consistenza
solo alla difesa delle navi, e se ne duole
che lui non possa, perché l’offesa
dell’Atride per Briseide, ancor gli pesa.
I Mirmidoni son pronti, che da tempo
stanno in ozio, in ansia che si quetasse,
e Patroclo si prepara e fa i suoi conti
di attaccar quello e l’altro e il fuoriclasse
Serpedonte che pensava non fosser pronti
gli Achei, ormai privi com’eran del Pelide,
non pensando che lui c’era per le sfide.
Quando Patroclo entra nella tenzone,
fa proprio un macello con la lancia,
colpendo qua e là e una emozione
lo assale pe’l suo poter che tutto trancia
sicchè respinge gli incendiari dalle navi
che dalle sue armi fuggono da ignavi.
I Mirmidoni poi son come cavallette,
vincono facile, ma di lui affrettano le pene,
che credendosi imbattibile, alle strette
condizioni del Pelide non si tiene
e irrompendo a massacrar in ogni posto
fino alle alte mura d’Ilio s’è esposto.
Per tre volte tenta di sfondarne il blocco
e la sua foga pur Ettorre ha messo in rotta
che dentro le mura con i suoi fa l’arrocco,
ma Apollo lo rampogna, che la lotta
non ha da evitare se la sua fama
vol mantener, ché là c’è chi lo chiama.
Così lo scudo d’Ilio in campo scende
per lottar con quel massacrator di duci
che lo aspetta e non una tregua prende
a sgozzar chi gli capita e le luci
gli ardono, dimentico ciò c’ ha promesso,
ché il Pelide ne gioirà lo stesso.
Ma Apollo lo avvolge di nebbia a un punto
e gli dà pure un forte colpo al tergo,
sicché traballante e tanto smunto
s’aggira nella mischia e pur l’usbergo
gli scioglie e di ciò s’accorge Euforbo,
che con un colpo lo lascia mezzo orbo.
La mischia strenua e rada gli sta intorno,
ma non se ne cura, ma v’è spinto Ettorre,
che gli s’avvicina e là finisce il giorno
che lo preme come una gran torre:
questo è il suo destino, e non pe’l comando
non atteso, ch'è della Parca il bando.
31-31.3.25

Pin It