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Racconto di Piero Tucceri 
Un crudele destino

Conoscevo Mario sin dall'infanzia. Per anni eravamo stati compagni di giochi. Quel che maggiormente apprezzavo in lui, era lo straordinario amore per gli animali.
La sua famiglia somigliava a tante altre. Suo padre era uno stimato artigiano del luogo e sua madre attendeva alle faccende domestiche. Forse anche per il fatto di essere figlio unico, Mario veniva a dir poco adorato dai suoi genitori.

Dopo aver ultimato gli studi superiori, il ragazzo trovò impiego presso la pubblica amministrazione. Siccome si alimentava dell'affetto dei suoi genitori, oltre che della gratificazione del lavoro svolto, non si era mai premurato di impegnarsi stabilmente con qualcuna delle tante ragazze che gli ronzavano attorno, nonostante le pressioni esercitate in tal senso da sua madre.

La vita di Mario trascorse normalmente fino a quel tardo pomeriggio di primavera, quando, riavviatosi verso casa dopo una delle sue frequenti passeggiate in campagna, scorse la presenza di un cane adagiato sotto un cespuglio. Incuriosito, e guidato dal suo innato amore per gli animali, si avvicinò con cautela. Gli sembrava che la bestiola non stesse bene. Per questo, si accostò ulteriormente. Facendolo, i loro sguardi si incontrarono. Per qualche istante si guardarono negli occhi. In quegli attimi, il ragazzo si rese conto che la bestiola soffriva. Che gli chiedeva aiuto! Osservando meglio, Mario vide che il cagnolino era ferito. Sul suo corpo erano presenti diverse ferite, alcune delle quali sanguinavano. Quasi certamente, a procurargli quelle lesioni era stato qualcuno dei tanti branchi di cani randagi della zona.

La sfortunata bestiola era un meticcio di taglia media. Il suo pelo era raso e presentava alcune macchie nere sullo sfondo bianco. La preoccupazione di Mario era che, data la circostanza, essa potesse abbandonarsi a qualche incontrollata reazione nei suoi confronti. Ma il cagnolino rimase tranquillo. Al punto che Mario, con la dovuta discrezione, riuscì persino ad accarezzarlo. Dapprima gli sfiorò delicatamente il dorso e poi, una volta rassicuratolo, lo accarezzò anche sulla testa. Nel frattempo, gli si rivolgeva con voce pacata.

In quella situazione, il ragazzo non sapeva però cosa fare. Voleva aiutarlo, ma non immaginava come. Dopo aver superato l'iniziale disorientamento, Mario risolse di andare a prendere la macchina per accompagnarlo da un suo amico veterinario. Cominciò allora a sussurrargli di rimanere tranquillo. Lui non lo avrebbe abbandonato. Si sarebbe assentato soltanto il tempo necessario per poter recuperare la sua automobile. Quindi, provò ad allontanarsi. Fece soltanto pochi passi. Voltandosi indietro, scorse il cagnolino che cercava a stento di tenersi sulle zampe per seguirlo. Allora, Mario si fermò. Commosso dallo slancio affettivo dimostratogli da quell'esserino sofferente, tornò sui suoi passi. Tornò indietro per rassicurarlo. In quei momenti, Mario capì che ormai nulla e nessuno avrebbe potuto più separalo da quella bestiola. Ormai, i loro destini si erano indissolubilmente intrecciati. Per questo, lo prese in braccio delicatamente, per evitargli ulteriori sofferenze. Lo strinse con affetto a sé per testimoniargli tutto il suo amore; quindi, poggiò la sua guancia sinistra sulla sua testolina insanguinata e si avviò verso casa.

Durante l'intero tragitto, Mario si rivolse pacatamente al suo nuovo amico, tranquillizzandolo e ripetendogli continuamente che fra poco si sarebbero risolte le sue sofferenze. Una volta ristabilitosi, sarebbero rimasti sempre insieme. Fu proprio lungo quel tragitto che, forse per via delle chiazze nere presenti sul suo mantello, il ragazzo decise di chiamarlo Black.

I due giunsero in paese dopo quasi un'ora di cammino. Ma Mario non si sentiva stanco: aveva soltanto fretta di accompagnare Black dal veterinario. Giunto fuori casa, adagiò delicatamente il cagnolino accanto al portone d'ingresso; poi, si catapultò dentro casa per prendere le chiavi della sua macchina. Sua madre, che era intenta a preparare la cena, di fronte alla sua inusitata fretta, gli domandò cosa fosse successo. Non ottenendo risposta e scorgendolo con la camicia macchiata di sangue, gli corse dietro, aggiungendo:

“Cosa ti è successo?”

Giunta sull'uscio, vide il cagnolino.

“Dove hai preso quella bestiola?”, gli domandò.

“L'ho trovata su, ai piedi della montagna”, rispose il ragazzo con voce concitata. “L'avrà sicuramente aggredita qualche branco di cani randagi. Adesso comunque la porto dal veterinario...”

Maria non provò neppure a replicare. Conoscendo suo figlio, sapeva che non le avrebbe dato ascolto. Perciò, aiutò Mario ad adagiare Black sul sedile posteriore dell'automobile. Prima però si preoccupò di prendere una coperta nella quale avvolgerlo. Subito dopo, Mario partì, raccomandandole di tranquillizzare suo padre. Lui sarebbe tornato a casa appena possibile.

Dopo quasi un quarto d'ora, Mario giunse fuori lo studio del veterinario. Arrivò proprio mentre il sanitario stava chiudendo. Insieme presero Black e lo condussero dentro l'ambulatorio, dove lo adagiarono sul tavolo delle visite. Il veterinario si trattenne a lungo attorno alla bestiola. Dopo averla reidratata, le suturò le diverse ferite presenti sul corpo.

“Vedi?”, disse il medico a Mario,”Sono ferite prodotte dai morsi. Hanno lacerato i tessuti e causato una notevole perdita di sangue”. Trascorse più di un'ora, durante la quale Black rimase tranquillo, agevolando così l'intervento del sanitario, il quale alla fine disse a Mario:

“Secondo me, almeno questa notte, il tuo Black dovrebbe trascorrerla qui in regime di ricovero, per consentire l'accurato controllo delle sue condizioni cliniche. Ora lascerò scritto al collega che mi sostituirà di tenerlo sotto stretta osservazione. Tu potrai tornare domattina. Allora, a seconda delle sue condizioni, stabiliremo cosa fare”.

“Mi dispiace”, replicò convinto Mario, “ma non mi separerei da lui per nulla al mondo. Questa notte la trascorreremo insieme: cerca perciò di farmelo portare a casa. Se poi, durante la notte, qualcosa non dovesse andare, mi rivolgerò al tuo collega”.

Soprattutto perché lo conosceva, il veterinario si rese conto che sarebbe stato inutile insistere di fronte alla decisione del ragazzo. Insieme sistemarono Black sull'automobile di Mario, dopo di che si salutarono.

Mario tornò a casa che erano quasi le ore 22. Ad attenderlo trovò i suoi genitori. Dopo averli ragguagliati sull'accaduto, insieme prepararono il lettino per Black. Mario volle che fosse sistemato accanto al suo, per poter meglio controllare la situazione. E soltanto quando videro il ragazzo più tranquillo, Maria e Antonio decisero di andare a dormire.

Per la prima volta, Mario aveva qualcuno accanto al suo letto. E quel qualcuno era Black! Le sensazioni che gli si affollavano erano tante, provocandogli una insolita eccitazione, oltre che una piacevole condizione di benessere. In qualche modo, si sentiva protetto da quella inattesa presenza. Finalmente, aveva incontrato il suo amico del cuore! Un amico che non lo avrebbe mai tradito e con il quale avrebbe condiviso ogni sua futura esperienza. In breve, le sue convulse riflessioni cedettero il posto al sonno ristoratore. Durante la notte, Mario si svegliò diverse volte, accostandosi sempre silenziosamente al suo amico. E solo dopo essersi assicurato che lui riposava tranquillamente, si riappisolava.

Quella notte, anche sua madre si alzò diverse volte per avere sotto controllo suo figlio e il cagnolino. Quando la mattina dopo Mario si svegliò, per prima cosa telefonò al veterinario, al quale precisò di volersi concedere alcuni giorni di ferie per poter seguire meglio il decorso clinico di Black. Concluse, precisandogli che di li a poco sarebbe giunto nel suo ambulatorio. Anche Black sembrava essere in buona forma. Dopo aver fatto colazione insieme, i due partirono verso lo studio del veterinario.

Nel volgere di alcuni giorni, la bestiola si ristabilì. Negli occhi di entrambi si coglieva un lampo di felicità. Anche Antonio e Maria erano felici di vederli insieme. Da quei giorni, Mario e Black vissero praticamente in una condizione di simbiosi. Non c'era nulla che essi non condividessero. Ormai vivevano l'uno per l'altro. Tanto che il ragazzo non andava da nessuna parte se non poteva farsi accompagnare dal suo amico.

Trascorsero così cinque anni: anni che per l'intera famiglia furono indimenticabili. Ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, Mario faceva fare una lunga passeggiata a Black. Tornati a casa, insieme consumavano la colazione che Maria nel frattempo gli aveva preparato. Quindi, si salutavano. Il resto della mattinata, Black lo trascorreva con Maria, che gli parlava e lo accudiva come un figlio. Lui capiva tutto quel che lei gli diceva. Spesso le si sedeva accanto e rimaneva lì finché lei non aveva sbrigato le sue faccende. All'ora di pranzo, rincasava anche Antonio. Black lo accoglieva compiendo autentici salti di gioia. Insieme giocavano fino a quando Maria aveva preparato il pranzo. Dopo di che, Black si poneva in una sorta di condizione di attesa. Aspettava per le ore 15 il ritorno di Mario. In quel frangente, nulla e nessuno riusciva a distrarlo. Quando finalmente il ragazzo tornava, lui se ne accorgeva dal rumore del motore dell'auto assai prima che lui giungesse sotto casa. Al punto, che si alzava e andava ad attenderlo accanto al portone. Il rientro in casa di Mario era annunciato dai salti di gioia che Black gli faceva attorno. Poi si abbracciavano e si stringevano l'uno all'altro per diversi minuti. Quegli episodi commuovevano Maria, che era entusiasta dello slancio affettivo stabilitosi tra i due.

Più tardi, Mario usciva. Ma non lo faceva mai senza il suo amico. Durante le belle giornate, insieme tornavano ai piedi della montagna, dove si erano incontrati la prima volta. Allora Mario gli parlava. Gli ricordava l'unicità di quel giorno. Black lo ascoltava con attenzione. Sicuramente capiva tutto quel che gli veniva ricordato, tanto che spesso rispondeva con dei guaiti. Insieme facevano lunghe corse tra i prati, e solo verso sera tornavano a casa.

I fine settimana, erano i giorni preferiti da entrambi, perché gli consentivano di rimanere più a lungo insieme. Anche quando Mario doveva scegliere cosa fare o dove andare, interpellava sempre il suo amico.

Un giorno però Maria cominciò ad accusare strani malesseri. Subito, Antonio e Mario la condussero presso il loro medico di famiglia, il quale la sottopose agli accertamenti diagnostici specifici, che purtroppo non evidenziarono nulla di buono. La donna soffriva per la presenza di un cancro. Aveva un tumore allo stomaco, e per giunta in una fase piuttosto avanzata. Quella situazione precipitò tutti nello sconforto. Mario e suo padre sapevano, perché informati dai medici, che la donna sarebbe vissuta ancora poco tempo. Anche Black intuì la situazione, tanto da chiudersi in un sofferto silenzio. Le sue giornate le trascorreva restandosene accucciato accanto alla donna. Accanto a lei che gli era più di una madre. Ogni tanto la donna, quando le condizioni fisiche glielo consentivano, lo accarezzava e lo stringeva forte a sé. Quasi per fargli capire di non volerlo lasciare. Perché a quel punto, anche se non lo diceva a nessuno, Maria sapeva che da quella malattia non sarebbe guarita.

La situazione si protrasse per alcuni mesi. Poi, una mattina di novembre, Maria li lasciò. Se ne andò serenamente, così come serenamente aveva vissuto la sua malattia. Da quel momento e fino al funerale, Black non le si mosse accanto. Se ne stette accucciato accanto al suo letto. Solo prima di accompagnarla al cimitero, accarezzandolo e parlandogli dolcemente, con la voce rotta dalle lacrime, Mario lo convinse ad allontanarsi da li. Insieme si rifugiarono nella stanza accanto. Entrambi non avevano la forza di assistere al momento in cui la donna veniva deposta dentro la bara. Quello che restava impresso nei loro cuori era un altro ricordo della loro mamma.

Con la scomparsa di Maria, la casa divenne vuota. Tutti e tre si sentivano disorientati. Seppure con il dolore nei loro cuori, tutti e tre fronteggiarono quei tristi momenti proprio grazie allo spirito di coesione trasmessogli dalla donna.

Ma i problemi non finirono li. Sicuramente anche in conseguenza del dolore cagionatogli dalla perdita di sua moglie, Antonio cominciò ad accusare problemi di salute. Anche lui, nel volgere di un anno, abbandonò Mario e Black.

Dopo il secondo lutto, Mario e Black si aggrapparono ancor più l'uno all'altro. Non avendo più nessuno in casa, la mattina, prima di recarsi al lavoro, Mario faceva fare una lunga passeggiata al suo amico. Poi Black rimaneva solo in casa fino al primo pomeriggio, quando tornava Mario. Allora facevano insieme un'altra lunga passeggiata, durante la quale spesso il ragazzo gli parlava dei loro genitori scomparsi, ricordando gli indimenticabili giorni trascorsi insieme con loro. Quando le condizioni climatiche lo consentivano, trascorrevano interi pomeriggi giocando e correndo in campagna. La sera tornavano a casa. Una casa che sentivano sola e fredda: una casa nella quale si era di colpo spenta l'armonia che l'aveva animata sino ad allora. Una casa nella quale si sentivano terribilmente soli.

Entrambi trascorsero così altri due anni, durante i quali condivisero tutto. Poi anche Black cominciò ad accusare problemi di salute. Mario lo accompagnò subito dal suo amico veterinario per accertare cosa avesse. Toccò al sanitario assestargli il colpo finale. Anche Black era malato di cancro! Un cancro che lo avrebbe rapito entro breve tempo! La notizia fece piombare Mario nella più terribile disperazione. Dopo i genitori, doveva separarsi anche da Black! Di colpo gli crollò addosso il mondo. Senza Black si sentiva davvero finito!

Insieme tornarono a casa. Appena rientrati, Mario strinse fortemente a sé Black, scoppiando in un pianto dirotto. Restarono così a lungo. Trasmettendosi quell'affetto che nessuna parola avrebbe saputo meglio testimoniare. Con la voce rotta dal pianto, Mario promise a Black che gli sarebbe rimasto accanto sino alla fine. Insieme avrebbero trascorso quel troppo breve periodo di tempo e ogni sofferenza dovuta alla malattia. Black se ne stava calmo. Sembrava che capisse la difficoltà della situazione che li attendeva. Al punto che anziché abbattersi, diede coraggio al suo amico togliendogli dalle mani con la sua zampa il fazzoletto con il quale si stava asciugando le lacrime.

Black visse ancora sei mesi: mesi che trascorse quasi sempre stando abbracciato con Mario, il quale nel frattempo aveva rinunciato anche al lavoro per potergli stare accanto. Rimasero così fino a quel sabato di settembre, quando, a mezzogiorno, Black si congedò da lui.

La perdita di Black fece piombare Mario in un profondo stato di tristezza. Ormai non sapeva più cosa fare. Ormai non aveva più nulla da fare. Ormai era rimasto davvero solo al mondo.

Mario vegliò Black tutta la notte. Gli rimase accanto accarezzandolo dolcemente e rivivendo i momenti felici che avevano condiviso. La mattina dopo, lo avvolse con una coperta e si recò in un suo terreno poco distante. Lì lo seppellì. Curandosi di volgergli la testa verso nord: verso la montagna ai piedi della quale si erano incontrati tanto tempo prima. Con quell'ultimo gesto, Mario voleva che il suo amico rimanesse in qualche modo legato a quel luogo che aveva segnato una significativa svolta nelle loro vite.

Tornato a casa, Mario percepì nettamente la solitudine nella quale era piombato. Tutto gli giungeva freddo, vuoto ed estraneo. Adesso, quel luogo una volta reso armonioso dai suoi affetti, era diventato una gelida scatola vuota. Ormai sentiva estraneo quell'ambiente. In quegli attimi, capì che la sua presenza lì non serviva più. Non ce l'avrebbe fatta a trattenersi oltre in quella casa che gli evocava soltanto dolore e sofferenza.

Nei giorni che seguirono, il ragazzo si adoperò per sbrigare le procedure burocratiche necessarie per consentirgli di andarsene. Fino a quando, una mattina, sentì qualcosa che gli suggeriva di partire. Gli sussurrava che non era più tempo di tergiversare. Non sapeva dove dovesse dirigersi. Sapeva soltanto che doveva andare. Che doveva andarsene lontano da quei luoghi. Uscì di casa e si avviò a piedi. Portando con sé soltanto l'essenziale. Tutto il resto, insieme con il suo passato, lo avrebbe custodito nel suo cuore.

Così varcò per l'ultima volta la soglia di casa. Compiendo i primi passi, si sentì distrutto. Nella sua mente si affollavano tanti ricordi, molti dei quali gli giungevano confusi. Camminava, ma non percepiva il suo corpo. Sentiva soltanto che si stava allontanando per sempre da quello che era stato il luogo più bello della sua vita: il luogo nel quale si condensavano tutti i suoi ricordi. Quelli belli e quelli brutti. Si allontanava da quella che fino ad allora era stata la sua vita. Camminando, non sapeva dove andare. Istintivamente, si diresse verso la strada che conduceva fuori dal paese. Lo fece senza mai guardarsi indietro: senza voler dare neppure un ultimo sguardo alla casa nella quale era vissuto sino ad allora. Raggiunta la periferia, qualcosa gli suggerì di dirigersi verso la sottostante pianura. Qualcosa lo induceva ad attraversarla. Fino alle montagne che si stagliavano di fronte. Procedeva lentamente. Come un automa. Andava verso sud. Andava incontro a un mondo diverso. Andava incontro all'ignoto.

Solo quando ebbe percorso un buon tratto di strada, con gli occhi pieni di lacrime e con il cuore affranto, trovò la forza di voltarsi indietro. Il suo sguardo si diresse verso sinistra, in direzione del cimitero nel quale riposavano i suoi genitori. Poi, compiendo un notevole sforzo, guardò ancora più a sinistra: verso il terreno nel quale aveva sepolto il suo Black. Per alcuni minuti rimase a fissare quei luoghi. Poi, sempre con il passo lento, si riavviò.

Percorse ancora un lungo tratto di strada. Aveva oltrepassato quasi per intero la pianura, quando provò a guardare di nuovo indietro. Da lontano gli giungevano confuse le case del suo paese arroccate sulla collina. Guardò ancora in direzione delle tombe dei suoi affetti. Ma ormai, anche quei luoghi gli giungevano sfocati. Ormai non distingueva più nulla.

A quel punto, Mario tirò un profondo respiro. Quasi per riassaporare per l'ultima volta l'aria dei suoi luoghi. Quindi, si riavviò. Verso sud. Verso un mondo nuovo. Che, pur non lenendogli le sofferenze, gli prospettava almeno un diverso futuro.

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