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Racconto di Erasmo Sebastiano 
Chicho: una voce dalla luce

Ciao. Io sono Chicho e vi voglio raccontare la mia storia e la mia speranza.

Sono un cane di razza mista tra un bigol americano incrociato con un “meticcio” (qualcuno direbbe anche “bastardo”, per il semplice fatto di non essere di sangue blu e di nobili origini). La mia mamma si chiamava Laila e nacqui ultimo di una cucciolata di nove cagnolini. Le mie peripezie iniziarono da subito, appena nato. Infatti io, pur non vedendoci, la prima cosa che cercai di fare fu quella di mettermi alla ricerca di quella parte della mia mamma dove avrei potuto trovare da bere e da mangiare ma, nonostante io cercassi sempre di avvicinarmi, venivo sempre scacciato via. Ero il più piccolo e anche con un difetto alla mandibola inferiore e questo mi rendeva “ultimo” tra le preferenze della mia mamma la quale, dovendo sacrificare qualcuno perché non ce l'avrebbe fatta ad allattare tutti, aveva scelto proprio me come agnello sacrificale. E anche se piangevo e mi lamentavo, il gesto di mamma indicava sempre la stessa sentenza: «via, lontano da qui!».

Rischiavo di morire se non mangiavo e così il padrone della mia mamma si mise al telefono per cercare qualcuno che desiderava essere il mio padrone che si prendesse cura di me. Ero triste al pensiero di dover lasciare la mia mamma e i miei fratelli, ma loro non pensavano che a se stessi e io ero stato abbandonato al mio destino, che non era più insieme a loro. Sperimentai un brutto senso di solitudine e di abbandono, e cominciai a credere di dover morire presto. Nel frattempo che aspettavo il compimento del mio destino arrivò German (il padrone di mamma) che mi prese e mi mise in una scatola per le scarpe. Ebbi paura a stare chiuso in quel buio e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stato di me: «sarei morto? avrei continuato a vivere? avrei avuto un nuovo padrone?». Ero troppo piccolo per poter decidere autonomamente della mia vita e aspettai, chiuso nella scatola, che il mio destino si realizzasse al più presto.

Mi sentivo sballottato in questa scatola – dove per fortuna avevano fatto dei buchi e io potevo respirare – e mi sentii in movimento come se stessi facendo un lungo viaggio. Quando, finalmente, arrivammo a destinazione e fu aperta la scatola che mi aveva accolto e custodito durante tutto il viaggio, vidi due facce di uomini che mi osservavano. Io ero ancora tutto indolenzito e tramortito dal lungo viaggio e l'impatto con la luce del giorno, dopo essere stato al buio per tanto tempo, mi rese quasi cieco. Poi, quando cominciai ad ambientarmi, riconobbi che uno dei due uomini era il padrone della mia mamma e con lui c'era un altro uomo, molto grosso e con barba e occhiali, che mi guardava con affetto e mi chiamava “Chicho”. Capii allora che quello era il mio nome e che l'uomo che me l'aveva dato sarebbe stato il mio nuovo padrone.

Ma io avevo fame e la mamma non c'era. Quand'ecco che mi sentii vicino alle labbra qualcosa di bagnato che sembrava quasi come la mammella che desideravo succhiare dalla mamma e che mi era stata negata. Non era la mamma ma quello che mi arrivava in bocca era buono lo stesso. Affamato com'ero mangiai avidamente quel latte e accettai con gioia che Ramon (così si chiamava il mio nuovo padrone) avesse preso lui il posto della mia mamma. Poi mi misero in una scatola (sempre di scarpe) nuova, perché quella del viaggio l'avevo sporcata con i miei bisognini e io mi addormentai coccolato dalla voce del mio nuovo padrone.

In questi miei primi giorni di vita non pensavo ad altro che a mangiare e a dormire e il mio mondo consisteva solo nella scatola di scarpe che era la mia casa e le grandi mani del mio padrone che mi sollevavano delicatamente e mi davano da mangiare e poi mi prendeva in braccio. E io ci stavo tanto bene in braccio al mio padrone. Ogni giorno che passava, però, la scatola diventava sempre più piccola per me (o forse ero io che mi facevo più grande?) e così arrivò il giorno che la lasciai definitivamente e al suo posto mi fu indicato un bel tappeto ai piedi del letto del mio padrone. Accettai di buon grado il cambio, perché così stavo sempre vicino al mio padrone e potevo controllare meglio se lui era presente o meno.

Nel frattempo avevo cominciato a conoscere le persone che frequentavano la casa e mi divertivo molto quando Amelia mi metteva su una sedia mentre lei faceva le pulizie e mi dava da mangiare dei bocconcini di salame o prosciutto. Il mio mondo si andava riempiendo sempre di più di orizzonti e di persone nuove. Cominciai a conoscere il giardino del Centro in cui mi trovavo e i ragazzi che venivano a salutarmi e a giocare con me. Il giardino era molto grande e ci passeggiavo insieme con il mio padrone, che si divertiva a giocare a nascondino con me, andandosi a nascondere appena mi allontanavo un poco e io dovevo correre subito a cercarlo, sempre con la paura di non trovarlo più. La mia gioia stava tutta nello stare con lui e il solo vederlo vicino a me mi dava tranquillità e gioia. Quando poi mi teneva in braccio e mi portava sulle sue spalle, mi sembrava di essere il cane più grande del mondo; e non avevo paura, perché sorretto dalle sue braccia forti di sentivo al sicuro da ogni pericolo. Poi mi diede una camera tutta per me, collegata con la sua dal balcone in comune, così che potevo andarlo a trovare ogni volta che vi ritornava, e la mattina per ricordargli che dovevo uscire per fare i miei bisognini. Fui abbastanza bravo a vivere in queste condizioni e l'unico guaio che gli combinai fu che rosicchiai con i miei denti tutti i mobili di legno perché avevo bisogno di qualcosa di duro con il quale dare sollievo alle gengive che soffrivano per i denti che le premevano per uscire fuori. E i segni di quei morsi sono evidenti ancora oggi! La cosa che mi piaceva di più della casa che abitavamo era il lungo corridoio sul quale affacciavano tutte le porte delle camere, e la mia era proprio l'ultima in fondo, così che quando sentivo che qualcuno veniva ad aprirmi la porta io ero subito lesto a uscirne fuori e a fare di corsa tutto il corridoio, con la curva finale in scivolata grazie alla cera che Amelia passava sul pavimento ogni mattina.

Ricordo poi una volta che, da cucciolo, dovendo assentarsi per alcuni giorni e non volendomi lasciare solo al Centro, il mio padrone pensò bene di affidarmi ad German, il padrone della mia mamma, che mi portò con lui nella sua casa al mare. Io, come tutti i cuccioli, ero curioso e mi avvicinavo a ogni cosa che non conoscevo e la annusavo e provavo a sentire il sapore, se fosse una cosa buona da mangiare. Così accadde che sulla spiaggia trovai qualcosa che attrasse la mia attenzione e provai a morderla e a mangiarla. Poi, però, non stetti bene ed ebbi un forte malessere e non riuscivo più a mangiare nulla. Quando il mio padrone venne e mi trovò così si arrabbiò molto con German perché non era stato attento con me e mi portò di corsa dal dottore. Per fortuna le medicine che mi diedero mi fecero bene e tutto passò in pochi giorni.

L'amicizia del mio padrone con German fu anche l'occasione di un altro viaggio per me, che fu una vera sorpresa. Mi portarono a trovare la mia mamma! Ero andato via solo dopo pochi giorni dalla mia nascita da quei luoghi ma, nonostante questo, dall'odore che sentivo giungermi alle narici mi rendevo conto che si trattava di qualcosa di familiare, soprattutto quando incontrai altri cagnolini come me, i miei fratelli, che mi circondarono e annusarono per capire chi fossi. Purtroppo, anche se mamma mi riconobbe dall'odore che avevo, ancora una volta non si curò di me più di tanto: mi aveva rifiutato allora e continuava a rifiutarmi adesso. Ma, ormai non mi importava più: io, ora, avevo il mio padrone e la mia casa e stavo bene così e non mi dispiacque per nulla quando fui chiamato a risalire in macchina per tornarcene a casa nostra.

Ero felice della mia vita così: io con il mio padrone, la nostra casa, il giardino e le persone che vivevano con noi. Poi, appena fui un po' più grande, i ragazzi che abitavano al Centro ebbero anche il permesso del mio padrone per portarmi fuori a passeggio con loro, anche se potevo uscire solo se accettavo di farmi mettere il guinzaglio, così che non mi allontanassi troppo. Un giorno ebbi a conoscere il pericolo che si corre nell'uscire da solo e senza guinzaglio: infatti mi avventurai fuori dal cancello da solo proprio nel momento che passava una macchina e fui colpito dalla sua ruota. «Che botta, ragazzi! E che paura!». Anche i ragazzi si impaurirono molto nel vedermi incapace di fare più nulla, bloccato dalla paura e dal dolore che sentivo nella zampa ferita. Non avevo nemmeno la forza di lamentarmi, perché sapevo che la colpa dell'accaduto era solo mia e mi dispiaceva aver dato un problema in più al mio padrone, che mi portò subito dal dottore per verificare che non ci fosse nulla di rotto.

Il mio padrone mi ha sempre voluto tanto bene e stava sempre con me, tranne quando doveva assentarsi per qualche giorno per motivi di lavoro; ma avevo pur sempre Amelia che mi dava da mangiare e i ragazzi che mi portavano fuori con loro. Un giorno, però, il mio padrone mi salutò in maniera diversa dal solito. Era preoccupato e dispiaciuto e mi abbracciò forte a sé con le lacrime agli occhi. Così mi salutò e se ne andò. Quando poi mi portarono giù al giardino come al solito, al termine della passeggiata e dei giochi con i ragazzi avrei voluto ritornare nella mia camera in attesa del mio padrone, ma non mi fecero entrare nel portone d'ingresso per salire. Mi portarono, invece, in un'altra stanza che si affacciava sul giardino, attrezzata con acqua e cibo per cani. Io cercavo di fargli capire che stavano sbagliando, che non era quella la mia camera, ma era quella vicino al mio padrone... «Ma dov'era il mio padrone? Altre volte si era allontanato per qualche giorno. Perché ancora non tornava? E perché mi tengono sempre chiuso qui dentro e non mi fanno uscire più?». Avevo cercato di nuovo di entrare dal portone d'ingresso per salire al secondo piano dov'era la mia camera e quella del mio padrone, ma me lo impedivano sempre. E mi richiudevano di nuovo in quest'altra stanza, da solo.

Non c'era più nulla da fare: il mio padrone mi aveva abbandonato. Ero solo. Adesso capivo perché si dice “essere solo come un cane”: se non hai un padrone non hai nulla. E io, il mio padrone ora non l'avevo più. Non ero più nessuno. Quando sentivo che si avvicinavano alla porta della mia “prigione” Amelia o i ragazzi io cominciavo a piangere e a lamentarmi, nella speranza che qualcuno si impietosisse e mi facesse uscire. Invece, niente! Pian piano che i giorni passavano la speranza che il mio padrone tornasse e mi liberasse dalla prigione nella quale mi avevano chiuso andava sempre più scemando e nasceva dentro di me la rabbia nei suoi confronti, perché mi aveva lasciato così.

Non so quanti giorni erano passati chiuso in quella stanza, nella quale ormai aspettavo solo che venisse la morte a liberarmi da tanta pena e amarezza, quando sentii che qualcuno girava la chiave nella serratura e la porta si apriva. C'erano diverse persone che vennero a trovarmi: Julio, Giles, Erasmo... e c'era anche lui, Ramon, il mio ex padrone. Sì! Ex padrone, perché ormai avevo deciso che non lo avrei mai più voluto avere come padrone, che ti usa per avere compagnia e poi ti lascia quando gli pare: meglio perderlo che trovarlo, un padrone così. Anche se lui cercava di abbracciarmi e di farmi le feste come solo lui sapeva farmi, io feci come se non lo avessi mai visto né conosciuto prima: ormai le nostre strade si erano divise per sempre. C'era un problema, però: io in quella prigione non ci volevo più tornare e il mio padrone non si dirigeva verso il portone d'ingresso per salire alle nostre camere. C'era una macchina e mi invitavano a salirvi sopra: «cosa fare? dove mi volevano portare? perché non torniamo a casa nostra?». Alla fine decisi di salirvi e mi misi sul sedile posteriore dove c'era Erasmo, che già avevo conosciuto l'anno precedente quando era venuto a passare le sue vacanze con noi: «magari poteva diventare lui il mio nuovo padrone!». Andammo via dal Centro, ma non mi interessava più niente: la mia vita non aveva più senso senza il mio padrone e lui non era si meritava di esserlo, mai più.

Arrivammo in un'altra casa, che era quella di Giles, e mi fecero stare con loro! La cosa cominciò a piacermi, perché cominciavo a capire che non ero stato abbandonato come avevo creduto, ma forse avevano solo cambiato casa. Certo, questa non era grande e bella come quella, ma qui c'era un padrone, anzi ce n'erano tre: l'uno o l'altro mi portavano a passeggio in città, e quando loro si sedevano a mangiare non si dimenticavano certo che c'ero anche io. E anche se loro uscivano, lasciandomi da solo in casa, sapevo che sarebbero tornati presto e io li aspettavo fuori al balcone, e poi correvo subito verso la porta quando vedevo che ritornavano dalle loro faccende. Rimanemmo qualche giorno alla casa di Giles e poi risalimmo tutti in macchina, di nuovo in viaggio. Questa volta il viaggio fu un po' più lungo del precedente perché non si trattava solo di uno spostamento cittadino da una casa all'altra, ma addirittura cambiavamo città e provincia. Per un gallego come me, che ero nato a Santiago di Compostela e poi avevo vissuto sempre a Vigo con il mio padrone, ora di trattava di cambiare città e ambiente: dalla grande città a un paese di poche migliaia di anime nella provincia di Segovia; dal mare alla campagna; dal traffico cittadino alle passeggiate nei boschi. Prima andò via Erasmo, poi andò via anche Giles e io rimasi solo con Ramon. Ora finalmente avevo capito tutto: lui, il mio padrone, ora abita in questa nuova casa e io vivrò con lui qui. «Evviva! Sono di nuovo con il mio padrone!»

Cantalejo non era una grande città come Vigo, e così, passeggiando con Ramon, imparai subito a conoscerla tutta. Ormai ero abbastanza grande da non aver più bisogno del guinzaglio (almeno nelle zone vicino alla nostra casa e al centro-anziani dove Ramon lavorava) e io passeggiavo liberamente nei dintorni e tutti mi conoscevano e mi chiamavano per nome quando passavo. Ormai tutti sapevano che io ero “Chicho, il cane di Ramon”, e io camminavo orgoglioso per le vie del paese.

In casa poi c'era Felicia che si occupava delle nostre pulizie (anche del mio tappeto, naturalmente) e ci preparava da mangiare e spesso mi portava a casa sua dove c'era un altro cagnolino, Bicho, con il quale potevo giocare. Quando poi Ramon era costretto ad assentarsi per qualche giorno io mi trasferivo a casa loro, che era diventata la mia seconda casa. Anche Jesus, il marito di Felicia, mi accolse molto bene e io mi trovavo bene perché mi trattavano come uno di famiglia.

Poi, però, come era già successo a Vigo, Ramon fu chiamato a trasferirsi in un'altra casa e in un'altra città. Io mi trasferii casa di Felicia e ogni tanto facevo una scappata verso la vecchia casa dove abitavo con il mio padrone, per vedere se fosse tornato, ma invano. L'esperienza traumatica già vissuta qualche anno primo mi rincuorò, pensando che poi lui tornò e mi portò di nuovo con sé nella sua nuova casa: probabilmente sarebbe successo così un'altra volta, e allora iniziai ad aspettare, con pazienza e fiducia e serenità, perché almeno, questa volta, non ero stato chiuso in una prigione ma vivevo in casa di Felicia. Mi divertivo molto quando Jesus mi faceva salire sulla sua lambretta e mi portava nel suo orto dove lui lavorava e io potevo correre e scorrazzare intorno a scoprire tante cose nuove.

Intanto passavano i mesi e Ramon non veniva ancora: era troppo occupato per venire, però lo sentivo quando telefonava e chiedeva mie notizie a Felicia e sentivo la sua voce attraverso la cornetta del telefono che lei mi appoggiava all'orecchio. Provavo anche a dirgli qualcosa, ma l'emozione era sempre talmente forte che rimanevo senza parole. Una cosa però era certa: lui mi pensava e mi desiderava sempre, e presto sarebbe arrivato. Per questo, quando mi trovavo a casa senza impegni particolari, il mio luogo preferito dove fermarmi a riposare erano i gradini del portone d'ingresso, da dove si vedono le persone che passano, sempre con la speranza che un giorno spuntasse da dietro il muro d'angolo la sagoma del mio padrone che veniva a trovarmi.

La mia attesa durò diversi mesi ma alla fine fu premiata: «Ramon è qui!». Finalmente potevo rivedere il mio padrone. Non era venuto per portarmi via con lui, ma non voleva perdere l'occasione di rivedermi e riabbracciarmi. Anch'io ero felice di rivederlo e accettai con piacere di salire in macchina con loro a fare una passeggiata turistica. Anche se erano visite di poche ore, ero contento perché sapevo che non si era dimenticato di me e che continuava a volermi bene anche se viveva lontano lontano. Appena andava via ricominciava una nuova lunga attesa fino alla prossima visita. E quando le giornate cominciavano a farsi più lunghe e più calde capivo che il momento del suo arrivo era sempre più vicino, in concomitanza con le sue vacanze. Ormai la mia vita era così: con Felicia e Jesus, in attesa di rivedere ogni tanto il mio primo vero e unico padrone Ramon.

Poi, un giorno, cominciai a sentire dolore alla pancia. Ricordo di come mi era già capitato in passato e come l'intervento del dottore avesse risolto il mio problema. Stavolta fu Felicia a portarmi dal dottore, ma il mal di pancia continuava e io non riuscivo nemmeno più a mangiare, e per questo mi sentivo sempre più debole. Mi dispiacque molto quando Ramon venne a conoscenza del fatto che non stavo bene, perché sapevo quanto si sarebbe preoccupato (era così ogni volta che Felicia gli doveva raccontare qualcosa di brutto che mi era capitato). Ma io speravo che, con le medicine che mi davano, il mal di pancia passasse e tornassi di nuovo in forma per quando Ramon sarebbe di nuovo venuto a trovarmi durante le sue vacanze estive. Ma l'estate successiva per me non arrivò più. Il mio male non mi lasciò più fino a quando, incapace di fare più nulla, sentendomi particolarmente diverso dal solito, richiamai tutte le mie residue forze che mi rimanevano e mi trascinai fino ad arrivare al letto di Felicia perché non volevo stare solo in quel momento.

Mi rendevo conto che ormai la mia vita stava finendo e il mio pensiero andava ancora al mio caro padrone, che non avrei mai più visto e che sarebbe stato tanto in pena sapendo che stavolta ero io ad andarmene per non tornare più. «Possibile – mi chiedevo – che la mia vita dovesse finire così, senza nessun'altra possibilità?». Dai discorsi che sentivo fare dal mio padrone con le altre persone con cui viveva mi era sembrato di capire che esisteva una vita eterna, che non finisce più. Ma questo valeva solo per gli uomini. «E per me, che sono solo un cane, invece niente? Essere stato il miglio amico dell'uomo non è servito a niente?». Vedevo spesso Ramon che pregava il suo Dio e mi chiedevo: «Possibile che un Dio che ha creato tutte le cose poi abbia deciso che solo gli uomini debbano vivere per sempre e gli animali no? In fondo siamo tutte creature create dallo stesso Dio. E poi, anche se questo Dio volesse bene solo agli uomini e non agli animali, perché farli soffrire privandoli per sempre dei loro amici più fedeli? Che vita eterna “beata” sarà mai una vita in cui non trovi più ciò che ti è più caro?». Mentre seguivo il corso di questi miei pensieri capivo che la morte stava per venirmi a prendere. Ciò mi rattristava molto perché così non avrei mai più visto il mio padrone; ma anche lui sarebbe stato triste perché non mi avrebbe mai più veduto e abbracciato. E mi chiedevo: «Ma perché Dio che ha creato tutto poi ci rende infelici?».

Con questa domanda nella mente e con il pensiero sempre rivolto al mio caro padrone il mio cuore cessò di battere. E mentre sentivo le lacrime di Felicia che mi bagnavano il pelo che aveva continuato a lisciarmi fino all'ultimo, mi chiuse gli occhi e io mi ritrovai improvvisamente a passare dal buio della morte alla visione di una grande luce. E una voce dalla luce rispondeva alla mia domanda: «Non ho creato l'uomo perché sia infelice, ma ciò che desidero è esattamente il contrario, che raggiunga la pienezza della sua felicità che realizzerà solo quando un giorno tutti entreranno nella libertà della gloria dei figli di Dio. E poi non è affatto detto che la vita eterna è solo per gli uomini. Anche tutta la creazione sta vivendo la sua realtà di schiavitù della corruzione nella speranza di esserne liberata. Un giorno io farò nuove tutte le cose e ci saranno cieli e terra nuova. E tutta la creazione sarà rinnovata ed entrerà anch'essa nella gloria dei miei figli»[1].

«Allora anch'io potrò esserci in questa nuova creazione?» – chiese ansioso Chicho rivolto verso la luce dalla quale proveniva la voce.

«Certo che sì!» – sentì che gli veniva risposto dalla luce.

«E potrò incontrare il mio padrone?» – fu la nuova domanda che pose Chicho alla luce.

«E come no? Ti pare che Dio, che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza e il cane come suo più fedele amico, non li voglia amici per sempre?» – gli rispose la voce.

«E quando succederà tutto questo?» – gli chiese di nuovo Chicho.

«Un giorno che verrà! Devi solo avere pazienza di aspettare» – fu la risposta dalla luce.

«E io, allora, aspetto!» – gli disse Chicho.

E ora sono qui che aspetto, come quando aspettavo il ritorno del mio padrone nella mia camera di Vigo, o al balcone della casa di Giles, o dietro la porta della stanza di Cantalejo, o sul gradino davanti al portone della casa di Felicia... «Sì. Aspetto! Non importa quanto tempo dovrò aspettare ma sono felice e sicuro che quel giorno arriverà! Arriverà e sarò di nuovo con il mio padrone. Ci credo: me l'ha detto la voce dalla luce.»

Napoli 12/09/2012

Cfr. Rm 8,22: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità e nutre la speranza essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio»; 2Pt 3,13: «E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.»; Ap 21,5: «E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"»

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