Racconto di Davide Lajolo
Tre cani
Stamattina sono andato nel bosco con i miei cani. Dicevo all'inizio: anch'io ho i miei pallini.' Sono affezionato a tre cani. Febo, dal colore della colomba più bianca con macchie color grano maturo. L'ho chiamato Febo, il nome del Sole, perché sotto il sole, quando il pelo è lucido, risplende. Andrebbe benissimo per la caccia e per i tartufi, ma io ho la passione dei cani non della caccia e dei tartufi e mi piace portarlo con me a correre tra i filari e lungo i prati verdi. Poi c'è Socrate, dal nome del filosofo, perché è un cane pensoso. Non ama abbaiare, ma contemplare. Rimane fermo a guardare il cielo, quando è in cortile, a guardare l'aria che muove le piante, a seguir l'ombra del fico che disegna geroglifici strani sulle pietre.
Poi, se lo porti in giro, salta di gioia, corre di furia attraverso tutte le colline e insegue gli uccelli con la velocità del loro volo radente.
Nei suoi occhi castani c'è il miele dell'affetto. E l'affetto lo cerca anche strisciandomi intorno, costringendomi, con la testa, ad alzare la mano per accarezzarlo. Socrate è un pointer 2 (pr. poenter) di pura razza ma con me ha imparato a non uccidere. L'ultimo arrivato è Bruto, uccisore dei tiranni. È un boxer con il gran muso scuro e sul naso una macchia bianca, il resto del pelo col or grano secco. Le mascelle pendono come quelle del Chon.' È pieno di vigore e della furia di crescere, distruttore di cose con i suoi denti di cinque mesi e la voglia pazza di giocare. Preferisce inseguire le farfalle. Gli uccelli sono troppo alti mentre le farfalle gli danzano sul muso da farlo impazzire. I miei cani rimangono cani. Non sono addestrati nè per la caccia né per i tartufi né per i convenevoli con la gente. Per questo mi tengono compagnia.
