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Lancia Appia
Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
Lo strano caso dell'abbazia

Finalmente lo zio prete gliela aveva regalata per il suo venticinquesimo compleanno.
La berlina Lancia Appia prima serie correva veloce lungo la via Salaria verso Roma,una sera d'autunno del 1957. La guidava un bel giovanotto, alto e robusto, gran conversatore, che a fianco aveva una ragazza ventenne dai lineamenti delicati, di carnagione biancopallida e dai capelli biondi. Erano entrambi allegri per la bella gita nei paesi dell'alto Lazio e ora erano impazienti di tornare a casa, perché si era fatta notte e cominciava a lampeggiare e a tuonare.
Marco era tranquillo, conosceva bene la macchina sin da adolescente, quando con lo zio girava per le parrocchie dei paesi attorno a Roma. E di questo parlava con Claudia, tranquillizzandola.
A un tratto, a un incrocio i fari illuminarono il segnale stradale per Nerola. Imprudentemente disse a voce alta: "Mi vengono i brividi solo a leggere quel nome!"
-" Perché?"- domandò Claudia incuriosita.
-" Ma come, non te lo ricordi? Ah, già, tu sei più giovane di me, non ne hai sentito parlare! Fu un fatto di cronaca di cui i giornali, una decina di anni fa, scrissero a lungo. Un tizio, di cui non ricordo il nome e che comunque tutti subito chiamarono il "mostro di Nerola" si divertiva a uccidere quelli che passavano vicino alla sua casa o si fermavano per chiedere qualche informazione. Ne fece scomparire almeno una ventina, prima che lo arrestassero"-
Marco si pentì di aver accennato a quella brutta storia,proprio nel momento sbagliato: erano a due passi dal paese e il buio della campagna attorno faceva gelare il sangue. Come se non bastasse, dopo neanche un chilometro, il motore della macchina ebbe un sussulto e subito dopo improvvisamente si spense.
Marco provò e riprovò a rimettere in moto, ma peggiorò la situazione. Infatti si spensero del tutto le luci della macchina. Ora sì che anche Marco si impaurì, perse ogni spavalderia, ma per fortuna si mantenne lucido. Fece scendere Claudia e insieme spinsero la macchina verso un vicino viottolo di campagna.
Ogni tanto vedevano le luci di una macchina, facevano ampi gesti con le braccia, ma nessuno si fermava. Era già trascorsa quasi un'ora, quando Marco rincuorò Claudia che cominciava a tremare per la paura e per il freddo della notte.
Presero per una stradina che si inerpicava su una collina. Di continuo il cielo era attraversato dai lampi. Videro una casa, si avvicinarono e provarono a bussare. Nessuno rispose, anzi una finestra illuminata da una fioca luce, subito si oscurò. In lontananza il latrato di una cane accrebbe ancora di più la loro preoccuppazione.
-"Senti, Claudia, credo che la cosa migliore che possiamo fare sia quella di raggiungere l'abbazia che, sono certo, si trova a non molta distanza da qui. Ricordo che da ragazzo sono venuto in visita con mio zio"-
-" Speriamo che non sia lontana, perché già si è rotto il tacco di una scarpa e zoppico"-
-" Porca vacca, guarda dove ho messo i piedi, mi sono impantanato!"-
Così la paura e il disagio li spingevano avanti, finché, giunti in cima alla collinetta, un lampo improvvisamente fece intravedere la sagoma della gloriosa abbazia di Farfa. Per tutto il medioevo aveva visto passare illustri personaggi, re, imperatori e milizie di ogni genere. I pontefici se la contendevano per la sua posizione strategica, ma quasi sempre gli abati si erano schierati a fianco degli imperatori.
Ora Marco e Claudia, umilissimi pellegrini, in piena notte bussavano al portone d'ingresso del monastero. Il padre portinaio, molto sospettoso, con voce assonnata disse: "Chi siete, a quest'ora della notte?"
Marco spiegò alla meglio al frate quel che era successo e, trovandosi in grave difficoltà, pregava di farli entrare. Il padre non si era affatto commosso e si rifiutava di aprire. Allora Marco insistette e, facendo appello al dovere di carità cristiana, passò attraversò lo spioncino la sua carta di identità e, per rafforzare le credenziali, aggiunse che a Roma aveva uno zio prete.
Finalmente il padre portinaio si lasciò convincere e aprì il portone. Li fece entrare in una saletta e disse di aspettare perché doveva informare l'abate.
Dopo qualche minuto, il padre portinaio tornò e con un sorriso restituì la carta di identità a Marco e li accompagnò, attraverso un lungo corridoio in due piccole celle, una accanto all'altra.
-"Passerete il resto della notte qui e domani potrete provvedere alla vostra macchina. Vi farò aiutare da un giovane che conosco"-
Nella sua cella, Marco non riusciva a dormire, mentre Claudia piombò in un sonno profondo.
Alzando gli occhi verso il soffitto, Marco si accorse che c'era una crepa sul muro. Servendosi di un tavolino e di una sedia, riuscì a raggiungere in precario equilibrio quella specie di piccola nicchia, formatasi probabilmente a seguito di uno dei tanti terremoti, frequenti in quel territorio. Guardò dentro e vide un foglio di carta arrotolato. Era in più parti consumato dai vermi, ma si leggeva chiaramente:
" Questo è lo sfogo di lacrime represse del padre giardiniere dell'illustre monastero imperiale di Farfa, stanco di contare le notti senza sonno per colpa di un nipote, ingrato ladro e assassino, che avevo accolto con fiducia per dargli tutto il mio aiuto. la mia colpa è quella di aver mentito e di non averlo accusato dei suoi delitti. Non so nemmeno dove abbia nascosto il corpo del confratello ucciso! Pregate per la sua e l'anima mia.
Padre Tommaso, giardiniere
Autunno 1757
Marco nascose in tasca quella carta e poi si addormentò con il cuore gonfio di angoscia, pensando con tristezza come anche in un luogo santo potessero accadere fatti così orrendi.
La mattina furono svegliati da voci concitate, dai passi dei monaci che quasi di corsa andavano e venivano lungo il corridoio. Marco capì subito che quel trambusto non era dovuto alla loro presenza, perché nessuno badava a loro. Se domandavano che cosa fosse accaduto, nessuno si fermava. Qualcuno rispondeva solo a gesti e passava oltre. Solo un anziano monaco si fermò per un attimo e disse che durante la notte era stata violata la stanza del tesoro del monastero: l'inferriata era stata divelta e mancava un preziosissimo cofanetto che Carlo Magno aveva donato all'abbazia in ringraziamento dell'accoglienza ricevuta prima di recarsi a Roma per l'incoronazione.
Il danno era gravissimo, incalcolabile. L'abate ordinò a tutti i monaci di riunirsi nella sala capitolare e subito telefonò al maresciallo della vicina stazione dei carabinieri, chiedendo un immediato intervento.
Quando il maresciallo arrivò, trovò tutti riuniti nella sala, compresi Marco e Claudia. L'abate spiegò la loro presenza e assicurò che tutti coloro che vivevano nel monastero erano lì presenti.
Il maresciallo, dopo una breve riflessione, sentenziò che il colpevole doveva sicuramente essere uno dei presenti. All'abate, quelle parole fecero davvero molto male: "Come poteva un monaco macchiarsi di una colpa così grave!"
Chiese un bicchiere di acqua.
Prontamente un giovane monaco uscì per andare in cucina a prendere l'acqua. Era andato già da più di dieci minuti e ancora non tornava. Allora padre Filippo, il monaco addetto alla cucina, andò a vedere. Dopo qualche istante si levò un urlo e si vide il monaco ritornare in sala, sconvolto.
Tutti accorsero in cucina.
Il giovane monaco giaceva a terra in una pozza di sangue, con il capo fracassato.
Un orrore invase gli animi dei monaci. Il maresciallo ordinò di non toccare nulla e di tornare nella sala del capitolo.
-" Chi ha commesso questo orribile delitto -disse il maresciallo- è certamente anche il ladro che cerchiamo. Che nessuno esca dal monastero!"
A quel punto, il padre portinaio si fece avanti e consegnò al maresciallo il mazzo di chiavi che custodiva.
Il maresciallo invitò i monaci a fare ipotesi, ma nessuno osava parlare. Nel silenzio generale si sentì la voce di Marco, il quale avvicinatosi al maresciallo disse:
-" Io so chi è il colpevole!"
Tutti si meravigliarono perché quel giovane non conosceva nessuno nel monastero ed era capitato lì per caso.
- " Io -continuò Marco- oso affermare che il colpevole, ladro e assassino, è il nipote del padre giardiniere!"
Il padre giardiniere si fece piccolo piccolo, si sprofondò nel suo scranno e si coprì il volto con le mani dicendo: " E' troppo, è troppo!"
Alzatosi all'improvviso, dinanzi ai confratelli stupiti, confessò che nel monastero da alcuni giorni aveva accolto segretamente un suo nipote scapestrato, lo aveva aiutato a sfuggire a certe vendette e nascosto. Non poteva pensare che arrivasse a compiere così terribili atti. E rivelò il nascondiglio del nipote.
Dopo l'arresto del colpevole, il maresciallo, ancora sorpreso per la rapida soluzione del caso, volle sapere da Marco come fosse arrivato a quella certezza e se avesse intravisto nella notte trascorsa nel monastero quel giovane.
-" Niente di tutto questo -disse Marco- e gli consegnò la lettera che aveva trovato nella nicchia.
-" Davvero strano -disse il maresciallo- dopo duecento anni esatti, si è ripetuto un caso analogo". E scherzando aggiunse:
-" Ora dobbiamo cercare un altro cadavere e un altro assassino!"

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