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Margherita dAngouleme
Racconto di Vincenzo Fiaschitello
Un po' di pane, un po' di sesso

Nella biblioteca comunale del mio paese, un giorno mi capitò tra le mani l'Heptaméron di Margherita d'Angouleme.
Com'è noto, l'Autrice, richiesta dalla brigata di amici e amiche che l'attornia, di quale piacevole svago possano occuparsi per non morire di noia, fa dire alla saggia signora Oisille, che non c'è miglior diletto se non la lettura delle sacre carte. Lei stessa lo ha fatto sempre prima di cena per dare al suo animo il nutrimento di qualche salutare istruzione, per domandare perdono dei suoi peccati e per ringraziare il cielo dei favori ottenuti.
Si sa che il suggerimento verrà accolto, ma sarà integrato dalla narrazione a turno di storie vere. Ma si sa altresì che si trattava di cortigiane e dame senza problemi economici, né riserve morali, capaci di affrontare i temi più scabrosi con naturalezza.
Con mia viva sorpresa trovai tra le pagine del libro un foglio di carta che con minuta e fitta grafia conteneva la storia che mi accingo a raccontare, evidentemente opera di un ignoto lettore siciliano che, rimasto affascinato dai racconti letti, aveva voluto lasciare un suo creativo contributo.
La storia era così intitolata: "Chi n'avimu na stu munnu? Puzzuddu ri pani, puzzuddu ri cunnu!" ( Che cosa abbiamo in questo mondo? Un po' di pane, un po' di sesso)
- Nella fattoria di un ricco signore, originario di Modica, viveva come vero e proprio servo-schiavo, un certo Mommu, un tipo sulla quarantina, alto, magro, allampanato.
Sin da ragazzo aveva fatto di tutto presso la casa del padrone: il lavapiatti, il raccoglitore di ulive e di carrube, il facchino, l'impagliatore di sedie e ogni altro lavoro che gli veniva affidato. Naturalmente il tutto senza limiti di orario, dall'alba a notte inoltrata.
Mommu faceva del suo meglio senza mai lamentarsi. Al mattino verso le dieci un piatto di fave cotte e la sera un pezzo di pane non gli mancavano mai.
Da quando aveva compiuto i trent'anni, però, Mommu non era più lo stesso. Si era smagrito di più, guardava gli altri con occhi stralunati, non era più come prima pronto ad eseguire i comandi e faceva strani discorsi senza capo né coda.
Le prime volte qualcuno glielo fece notare, poi vista l'inutilità, fu lasciato al suo destino e poco per volta diventò per tutti "Mommu il matto".
Quel ricco signore se ne sarebbe potuto facilmente disfare, ma siccome si riteneva un uomo di cuore lo trattenne al suo servizio, accontentandosi di ciò che Mommu riusciva a fare. Per la verità non era molto. Del resto Mommu non costava neanche molto per il suo mantenimento e non era affatto pericoloso.
Spesso la sera lo si vedeva fissare per ore la luna. Se ne stava sdraiato supino con la testa poggiata su un grosso sasso che gli faceva da cuscino e di tanto in tanto farfugliava sempre la stessa frase: "Puzzuddu ri pani, puzzuddu ri cunnu!"
Gli altri lo prendevano in giro: "Vastasi, non si dicono queste cose, a te basta il pane!" Oppure: "Ma dove l'hai sentito dire?" E altre espressioni simili che volevano essere di rimprovero e di scherno insieme. Ma Mommu era da una vita che l'aveva sentita quella espressione. La mattina, il giorno, la sera, durante il lavoro, quando ci si riposava, non mancava mai che ognuno concludesse il proprio discorso con quelle parole, quasi a giustificare la perenne fame e il continuo desiderio della donna. Sembrava ora che a Mommu la frase si fosse scolpita nella mente malata come un nuovo comandamenbto.
A quaranta anni non aveva mai toccato una donna e non ne aveva mai visto una nuda.
Una sera era andato a contemplare la luna vicino ad alcuni covoni che si trovavano a un centinaio di metri dalla casa. Improvvisamente cominciò a sentire strani rumori e mugolii. Si alzò lentamente e andò a guardare dietro uno dei covoni. Vide due che lottavano e uno dei due si lamentava.
Pur nella sua pazzia, Mommu capì che bisognava dare aiuto e correndo, saltando e gridando fece accorrere tutti.
La donna ne uscì svergognata per sempre, il giovanotto fu cacciato dal lavoro, ma Mommu, non si sa come, due giorni dopo fu trovato pesto e sanguinante e qualcuno disse che venne a trovarsi tra la vita e la morte.
Quello fu il primo incontro diretto di Mommu con il sesso!
Un'altra volta capitò che Mommu, trovandosi a passare per caso vicino a un boschetto di fichidindia, vide Sarina che si tirava giù le mutande. Si fermò a guardare con la bocca spalancata. Quando Sarina si accorse della sua presenza, cominciò a investirlo con parolacce e spintoni. Poi d'un tratto si calmò e si mise a fargli moine: "Ma sì, poverino, vieni vieni che ti insegno io", e intanto faceva finta di abbracciarlo. Stralunato Mommu la guardava senza dire nulla. Poi all'improvviso Sarina prese dalla tasca il fazzoletto, colse due fichidindia e sveltamente, tirando a sé la cinghia dei pantaloni di Mommu, glieli fece scivolare giù fino al sesso e scappò via.
Mommu sembrava imbambolato. Dopo un po' si mosse e le spine cominciarono a fare il loro mestiere. E lo fecero per più di un mese senza che nessuno potesse portargli soccorso!
Con il passare degli anni, Mommu peggiorava. Ma la frase continuava sempre a ripeterla, specialmente la sera, calamitato dalla luna.
Un notte d'estate non si respirava per il gran caldo. Anche Mommu aveva come gli altri tardato ad andare a dormire. Quando finalmente si decise, si avviò dondolando sulle sue lunghe gambe. Mentre camminava si andava appoggiando lungo il muro della grande fattoria. Ad un certo punto trovò un appoggio molto comodo: era il davanzale della finestra della camera da letto del padrone.
Altre volte vi si era appoggiato, ma stavolta il sostegno sembrava più comodo. La finestra, infatti, era aperta. Guardò dentro: una luna, una grande luna dorata gli apparve su uno sfondo chiaro.
Gli sembrava che la luna si fosse trasferita lì dal cielo. Ma no, non era possibile: l'altra stava in alto nel cielo!
Guardò di nuovo dentro. Era ancora lì! Poi un movimento e gli sembrò di vedere una macchia scura in mezzo a due grosse gambe. In quel preciso momento un urlo. Il padrone si svegliò di soprassalto, guardò la moglie, vide la faccia di Mommu che pareva sorridere, afferrò il fucile da caccia che teneva sempre carico accanto al letto e sparò un colpo.
Dopo un attimo di smarrimento, corsero tutti gli abitanti della fattoria.
Mommu stava a terra con gli occhi spalancati che sembravano guardare la luna.
Pareva proprio che stesse in una delle sue abituali posizioni, se non fosse stato per la grande macchia di sangue che si andava allargando sulla camicia semiaperta sul petto.
Da: Racconti del mio paese

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