Racconto di Mimì Menicucci
Cammina, cammina ...
Pare una fiaba, ma fiaba non è. E' una storia vera che comincia da quel lontano uomo preistorico che, quando gli alberi di una regione non gli davano più frutti, quando i suoi greggi avevano bisogno di pascoli più freschi e più abbondanti, oppure quando,
più semplicemente, aveva voglia di scoprire altre foreste, altre montagne, altri prati, si metteva in cammino e andava avanti, avanti,
avanti.
Cammina, cammina ... Ed egli camminava, portando sulle spalle le sue armi di pietra e magari il figlioletto più piccolo che non ce la faceva a seguire, con le sue gambette, le forti gambe del padre.
Ma si trattava di un bagaglio non molto pesante e l'uomo, per spostarsi, poteva limitarsi a seguire le piste tracciate dagli animali nell'intrigo della foresta.
Ma quando cominciò a lavorare la terra, l'uomo ebbe gli arnesi, una rozza zappa, un rozzo aratro. Ormai era faticoso portar tutto sulle spalle ed egli addomesticò alcuni animali per farsi aiutare nel suo cammino. Il primo animale da lui domato pare sia stato l'asino, il mite, paziente, robusto asinello il quale, allora, non era, certo, né mite, né paziente, ma che, dopo aver magari recalcitrato con tutte le sue forze, dovette adattarsi a portare la soma e a seguire
l'uomo nelle sue peregrinazioni.
Quando il carro divenne più pesante e nemmeno l'asino ce la fece più, l'uomo si fabbricò un traino che il mite animale trascinò per giorni e giorni attraverso le foreste. Ormai le piste tracciate dagli animali non erano più sufficienti anche perché l'uomo quando si stabiliva, sia pure provvisoriamente in un luogo, trovava comodo percorrere sempre gli stessi itinerari che lo conducevano agli alberi da frutto, che gli permettevano di tornare al villaggio senza tema di smarrirsi, che gli impedivano di sperdersi nella foresta a rischio di non poter fare più ritorno. Così, allargando e battendo le piste, costruì le prime strade.
Intanto, la civiltà avanzava a grandi passi. Gli uomini non abitavano più in capanne di rami e avevano costruito le prime abitazioni di pietra. Le pietre erano però così grandi e pesanti che la forza delle braccia non era più sufficiente a trasportarle. Fu allora che l'uomo provò a collocare il masso sopra tronchi d'albero allineati sul terreno usandoli come rulli, così portò la pietra dove era necessario. Con questo mezzo, furono costruite, nientemeno, le Piramidi di Egitto che ancora si ergono, là, in mezzo al deserto, testimoni della volontà e dell'abilità dell'uomo.
Chi fu che inventò la ruota? Chi fu quell'uomo geniale che dalla forma acquistata da questi tronchi, trasse l'idea di due cerchi di tavole che avrebbero facilitato il trasporto dei grossi pesi? Gli uomini non lo sanno, ma se lo sapessero dovrebbero erigere un monumento a quel geniale inventore perché la ruota cambiò la faccia del mondo.
Furono dapprima due ruote fisse, ma l'invenzione più opportuna fu la sala, intorno alla quale le ruote, massicce, piene, rinforzate da tavole, poterono girare e muoversi agevolmente.
Con le ruote si costruirono i primi carri e allora fu possibile, all'uomo, trasportare grossi pesi e compiere quelle lunghe migrazioni che gli fecero conoscere il mondo.
Infine, la ruota ebbe i raggi e con essa nacque la biga romana con la quale gli antichi abitanti di Roma e dell'Impero si sfidarono ad agili corse che, anche in quell'epoca, appassionarono non poco gli spettatori.
Per i trasporti, i Romani ebbero il barroccio, e, in seguito, due barrocci uniti da corde e catene, costituirono i primi carri a quattro ruote. Ora le strade erano larghe, battute, e anche selciate. Ci dovevano passare gli eserciti dei soldati romani con le loro bighe, coi barrocci; senza strada, la guerra non era possibile. E senza guerre, a quei tempi, non era concepibile
l'esistenza. Il tracciato delle antiche strade romane ancora esiste e su questo tracciato sono state costruite le larghe, asfaltate strade moderne, le autostrade sulle quali passano, a velocità che un tempo non sarebbero state neppure pensate,
veicoli d'ogni genere . Ci sono ancora, è vero, le strade di paese, i viottoli, i sentieri, gli stretti vicoli delle città antiche, ma oggi il progresso e la civiltà passano per le larghe, perfette strade moderne che, pure, hanno avuto origine dalla pista primitiva dove l'uomo preistorico camminava portando sulle spalle il figlioletto più piccolo e gli arnesi da lavoro. .
Come non può, l'uomo, non essere orgoglioso delle sue strade? Strade che si chiamano civiltà, progresso, ricchezza, conoscenza di popoli, fraternità umana. Oggi il mondo è percorso da una rete sterminata di comunicazioni che permettono gli scambi fra popolo e popolo, i trasporti delle merci, i rapporti fra paese e paese con quanto vantaggio per l'umanità è facile immaginare.
Nei tempi moderni non sarebbe più concepibile un'esistenza senza la strada.
Occorre quindi rispettare questa via di locomozione e la strada rispetterà noi favorendo la vita, il progresso e la civiltà.
