05232017Mar
Last updateLun, 22 Mag 2017 11pm

Racconti di Carnevale

Carnevale: La Festa dei pazzi


Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Trionfo del Carnevale
Carnevale: La Festa dei pazzi

La Festa dei pazzi, nonostante gli eccessi da cui era accompagnata, aveva un carattere essenzialmente parodistico, e come tale si svolgeva secondo un ritmo preciso, un cerimoniale accuratamente prefissato. Il carnevale, al contrario, tende a mescolare, in un delirio illimitato, la parodia, il gioco, il mascheramento, la
frenesia, lo spettacolo e la baldoria sfrenata.
Il carnevale è festa popolare per eccellenza.
Del resto, parlare del Il carnevale" è una semplificazione arbitraria. E ciò perché, se lo stato d'animo di chi vi prende parte è quasi sempre lo stesso, qua e là accade che, soprattutto nell'era della civiltà 'industriale, esso assuma aspetti diversi, i quali riflettono la diversità del contesto economico e sociale: un abisso separa, infatti, i carnevali cittadini del XVII secolo da quelli che si tenevano in provincia, e nei quali trovavano ancora espressione le paure, i miti e i sogni propri delle culture agricole.

I gatti vanno al Sabba

Il carnevale fu, all'origine, un pupazzone multicolore, una sorta di colosso panciuto, a volte ricoperto da un'armatura, oppure un nano grottesco, un simulacro fatto di scorza o di paglia, comunque un personaggio dai risvolti inquietanti oltre che comici, che veniva portato in corteo per le strade del villaggio. Figure del genere, per quanto sconcertanti possano apparire, non erano tuttavia arbitrarie: in esse si ritrovava l'anima della civiltà che le aveva create, la cultura agricola la cui esistenza è dominata dalla successione delle stagioni, e per la quale l'avvento della primavera costituisce il momento cruciale, il culmine dell'anno, da celebrarsi mediante feste, perché esso segna la rinascita della natura ed è foriero di promesse e speranze.

Il carnevale delle campagne fu, inizialmente, la celebrazione della fine di un periodo di sterilità e del ritorno della natura alla fecondità. Ci si sbarazzava dell'inverno, lo si cacciava; e, per sottolineare con maggior vigore il caraattere solenne di quest'atto, l'inverno veniva simboleggiato da personaggi fantastici e sovente orribili, appunto quei fantòcci attorno ai quali si intrecciavano danze e che venivano distrutti, per lo più bruciandoli, al termine della festa.
In certe regioni, il carattere simbolico di tale manifestazione assume particolare evidenza; cosÌ, a esempio, in Alsazia, il povero inverno aveva l'aspetto di un pupazzo ricoperto di paglia, che veniva trascinato per le strade legato a una corda, fatto oggetto di ingiurie, frustato e, alla fine, annegato in uno stagno. Altrove, l'invérno veniva simboleggiato da maschere chiaramente apparentate ad ambiti culturali più primitivi °i come accadeva nel Wiirttemberg e in parecchie altre regioni
tedesche, dalla strega, la cui decrepita laidezza emblematizzava efficacemente l'odiata stagione. Ancora oggi a Imst, in Tirolo, la danza delle streghe è parte integrante di un carnevale rimasto scrupolosamente fedele alle più remote tradizioni locali.

Sul tronco di questo tema eminentemente popolare, si sono poi innestate varie superstizioni. Così, a esempio, in Turenna si credeva che la notte del martedì grasso avesse luogo il Sabato dei gatti, cui i felini si recavano in corteo, preceduti da un grosso micio che suonava il violino. Ma dal momento che in Turenna in quei giorni di allegria si beveva senza risparmio, il detto popolare affermava che « i gatti vanno al Sabato, ma chi li vede è bravo ».
Può darsi si debba far risalire a un rito agricolo di fertilità o apotropaico (cioè, di difesa dai cattivi influssi) anche la costumanza di cospargersi e di gettarsi a vicenda in faccia sostanze di vario genere, come fuliggine o farina, che è tipica del carnevale. Finora, però, nessuno è riuscito a dare una spiegazione attendibile dell'origine dei coriandoli, anche se è da presumere che si tratti di una storia assai interesante. A Roma, nel XVI secolo, ci si bombardava con uova preventivamente svuotate senza rompere il guscio, praticando due forellini alle estremità e riempiendole poi di sabbia oppure di pepe. Le uova però, soprattutto in questo secondo caso, costavano care, ragion per cui le si sostituiva volentieri con le rape. Più.tardi, fu introdotta la costumanza del lancio di confetti; ma, data la quantità enorme di questi proiettili, resa necessaria dall'entusiasmo che accompagnava il carnevale romano, si finì per inventare appositi proiettili, precisamente quelle palline di gesso, leggerissime e variamente colorate, a volte usate ancora oggi, che a quanto pare sono le antenate dei coriandoli.

Il capro espiatorio

Nonostante il ricordo degli antichi riti pagani e agricoli, in Occidente il carnevale è inseparabile dalla costumanza cristiana del digiuno e delle limitazioni che accompagnano la Quaresima. Oggigiorno, tali norme imposte dalla Chiesa sono praticamente in disuso; ma all'epoca di Carlo Magno la violazione dell'obbligo di mangiar dI magro era punita addirittura con la morte. Tanto rigore si attenuò col passar dei secoli, e in un secondo tempo ci si accontentò di mettere alla berlina i contravventori, ponendoli alla gogna o facendoli girare per le strade con un pezzo di carne attaccato al collo. Più tardi ancora, si cominciarono a concedere dispense, ciò che diede esca alla simonia, al punto che il potere civile intervenne per controllare l'autenticità delle dispense stesse e per esercitare una sorveglianza efficace, come risulta dalla lettera di protesta, che qui sotto pubblichiamo, redatta nel 1746 dalla marchesa di Courtenay-Beaufremont, in casa della quale un commissario di polizia il 17 marzo aveva sequestrato quindici quarti d'agnello, settanta uccelli e degli antipasti:

«Non avrei mai creduto, signore, di dovermi meritare la visita di un commissario di polizia, non essendo io una donna di facili costumi e casa mia non dando ricetto a nessuno colpevole di crimini contro lo stato o la giustizia. E sono assai sorpresa nell'apprendere che, in Suo nome, ve ne sia stato uno tanto insolente da venire da me, e d'altro canto che il mio domestico sia stato così sciocco da averlo lasciato entrare... Mio marito e i figli mangiano di grasso, ed è quindi necessario che in casa mia ci siano provviste di carne: consideri questa la dichiarazione dello stato di coscienza della mia famiglia. Se un'indagine dev'essere avviata, che almeno abbia luogo in forma un tantino più educata.
A persone del mio rango non si concede nulla di troppo preavvertendole. Come Lei ben capisce, signore, Con iniziative del genere si sfida il buon senso dei miei figli, che avrebbero avuto ben donde di non rispettare affatto la sudicia uniforme del commissario, dell'insolenza del quale io Le chiedo giustizia. Mi permetta di ossequiarLa.
Helène de Courtenay-Beaufremont

P.S. Desidero che il Suo infame commissario mi restituisca la mia carne di montone, essendo che il cavalier di Beaufremont è uomo di gagliardo appetito.
Versailles, 17 marzo 1746 ».

L'aspetto più divertente dell'episodio, è che il cuoco della marchesa aveva concepito il lucroso .proposito di installare, nelle cucine padronali, una beccheria e salumeria, rifornendo l'intero vicinato.
Il carnevale che precedeva le tetraggini della Quaresima assumeva dunque le caratteristiche di un com-penso anticipato. Stando a un'interpretazione etimologica, a dire il vero poco attendibile, il termine carnevale deriverebbe dal latino caro vale (addio carne). Sta di fatto, comunque, che le grandi scorpacciate, lo spreco, le indigestioni avevano un ruolo fondamentale in queste ricorrenze, donde certe caratteristiche tipiche delle cerimonie che ne segnavano la fine.

Così, a esempio, in numerose province francesi il personaggio del carnevale che ha il posto predominante nel corteo è un gaudente panciuto, dalla sensualità burlesca, una specie di gigante buontempone e un tantino ridicolo.
Ora, il personaggio in questione veniva distrutto il mattino del mercoledì delle ceneri, previo processo, solenne e burlesco, nel corso del quale lo si accusava di ubriachezza, libertinaggio e di aver mandato alla rovina la famiglia. L'usanza è tuttora viva, e le modalità della messa a morte del carnevale variano da regione a regione: qui lo si brucia, altrove lo si annega, in certe località lo si impala e lo si ammazza a pistolettate. Perché tanta crudeltà? Evidentemente perché questo personaggio simbolico è un capro espia tori o, sul quale vengono scaricati tutti i peccati della comunità, tutti gli eccessi cui ci si è abbandonati durante la festa e forse anche durante l'intero anno. Nel momento in cui ha inizio la Quaresima, il vecchio grassone viene ucciso; e in certe regioni francesi lo si chiama addirittura Caramantran, vale a dire Careme entrant, Quaresima che entra e comincia. L'ossessione delle scòrpacciate, giustificata dalla prossimità della Quaresima, era tipica di una cultura in cui la fame era la regola. A Napoli, nel XVIII secolo, essa assumeva aspetti quanto mai spettacolari. In quella città si costruiva, infatti, un "teatro della cuccagna", un mucchio di vivande d'ogni sorta, in cima al quale troneggiava il dio Saturno; all'ora prestabilita, un cannone tuonava e una folla immensa dava l'assalto alla montagna di cibo. g curioso notare come in quest'orgia alimentare si ritrovassero residui culturali dell'antichità classica: il "teatro" dalle mura di pane rappresentava il tempio di Astrea o la città di Troia assediata dai greci, ciò che induceva una viaggiatrice dell'epoca a commentare con tutta serietà: «Personalmente, trovo ammirevole che, trattandosi di un pubblico divertimento, la classe più infima della società, quella cioè che manca affatto di istruzione, sappia che c'è stata una città di Troia, che ha subito un assedio ~. C'è, però, da dubitare che i partecipanti alla festa abbiano attribuito il benché minimo significato storico a quell'architettura gastronomica.

L'ebbrezza popolare

Come scriveva nel XIX secolo un dotto studioso in una dissertazione sul carnevale «sembra che, in quest'epoca di generale delirio, i sentimenti non abbiano corso, i ricordi siano assopiti; nessuno rammenta i propri dolori, le difficoltà della propria esistenza, le inevitabili pene della vita in generale; il povero dimentica
la propria miseria, e lo stesso malato le proprie sofferenze ~. E il carnevale, come ogni festa nell'esatta accezione del termine, era effettivamente la negazione del quotidiano. L'individuo diventava onnipotente sia nei propri riguardi che in quelli degli altri. La legge che dominava il suo comportamento era quella dell'eccesso, le
cui manifestazioni più palesi erano le scorpacciate e le danze. L'abituale riserbo che caratterizzava i rapporti interpersonali non esisteva più: il sin-
golo riversava sui suoi simili fuliggine e sostanze disgustose, più o meno pittoresche. L'ipocrisia sottesa ai rapporti sociali consuetudinari lasciava il posto alla satira e allo scherno. Diceva un antico proverbio francese: 
A Careme prenante et vendanges
Tout propos sont licence.
(A Quaresima, alla mietitura e alla
vendemmia / Ogni licenza è lecita).

Nelle piccole comunità ce la si prendeva con i vicini, ci si faceva beffe della loro vita privata, si mettevano in piazza i loro dissapori familiari: tradizione che si ritrova un po' ovunque. A Basilea, essa assumeva addirittura l'aspetto di veri e propri duelli oratori, nel corso dei quali ognuno doveva dire quello che gli stava sullo stomaco, in gara di spiritosaggini con gli altri.
Il carnevale è -o meglio era dunque la negazione dei princÌpi sui quali si fondano i rapporti quotidiani o, se si preferisce, l'ordine sociale nell'accezione più ampia del termine. E, al pari della Festa dei pazzi, il carnevale assumeva l'aspetto di un "mondo alla rovescia", stato d'animo esemplarmente espresso dal carro dei pazzi che costituiva un tema abituale del carnevale romano, dal momento che lo si ritrova in cronache e documenti iconografici. Sul carro in questione, a custodire le chiavi del manicomio erano i matti; e il mondo alla rovescia era, inutile dirlo, l'abolizione delle proibizioni, a cominciare da quelle che proteggevano la casa e il focolare. Tant'è che in molte località costumanza voleva che i componenti il corteo o addirittura il primo che passava potesse entrare nelle case, permettendosi licenze più o meno piacevoli, senza dovere, come pure è d'obbligo in certe regioni, dichiarare la propria identità, qualora avesse il volto coperto da una maschera. A essere momentaneamente sospesi erano anche i tabù che proibivano la distruzione gratuita e spettacolare, tabù che pure erano e sono, di regola, davvero formidabili. CosÌ, a esempio, a Binche, in Belgio, è ancor oggi tradizione di bombardare le facciate delle case con arance, e tanto peggio per le finestre e i mobili all'interno, per cui gli abitanti della località da un pezzo han. fatto ricorso alla precauzione di proteggere con griglie le finestre per tutta la durata del carnevale. Altrove le autorità municipali a volte hanno avuto l'ingenuità di emanare decreti per proibire questi eccessi, ottenendo come unico risultato quello di moltiplicare gli incidenti e danni: del resto, come potrebbe bastare un decreto a frenare atti che rispondono a bisogni così profondi?
In obbedienza alla legge del capovolgimento, gli uomini si travestivano -e qualche volta lo si fa anche oggi -da donne, ai bambini si concedevano i diritti dei grandi. A lungo, nei villaggi, si sono celebrati carnevali dei bambini che, mascherati, guidati da un re e da una regina, entravano nelle varie case chiedendo roba da mangiare, con la quale poi organizzavano un festino per proprio conto, in margine alla comunità.


Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su info