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Poesia di Vincenzo Padula
Al Nettuno

Deh! lasciatelo solo in mezzo a l'onde,
Eternamente a la balìa del mar...
Fuggi, fuggi da noi — gridan le sponde,
Fuggi — l'eco ripete — e non tornar.
Quando risonerà l'ultimo giorno
Che l'invecchiato mondo avvamperà,
Solo allora ei potrà fare ritorno
A crescer l'ira de l'estrema età.
Ma, fino a quando non sarà quell'ora,
Dovrà sui flutti instabili vagar;
L'ira di Dio che le sue tracce odora,
Lo caccierà da un mare a l'altro mar.
Dategli un vascel negro e senza remi,
Come quel de la morte e del dolor,
Negra la vela, che senz' aura tremi
Col rantolo allungato di chi muor.
Tra il ciel immenso l'esacrato legno
E il mare immenso si vedrà sparir,
Immenso il ciel come di Dio lo sdegno,
Immenso il mare come il suo fallir.
E mentre sorgeran madidi ed irti
I suoi capegli, sotto l'onde udrà
Un labbro mormorar: Non puoi pentirti,
E troppo tardi; o sciugurato, va! —
Ed egli andrà da l'uno a l'altro polo,
Sempre con la speranza d'arrivar;

Ma, sempre maledetto e sempre solo,
Vedrà dopo d'un mare un altro mar.
Su scogli, ove degli aspi odesi il grido,
D'amor frementi sotto l'igneo sol,
Dov'urla il coccodril, che stanco al nido
Porta stretto coi denti il suo figliuol;
Dove, cinti di nembi e di tempeste,
Rischiarate da lùgubre vulcan
L'ultime terre spingono le teste
Spaccate e brulle incontro a l'oceàn,
La nave ei drizzerà spesso anelante,
Cercando un punto ove posare il piè;
Muover terre vedrà, muover le piante,
E fuggire, fuggir dinanzi a sè. 
E non dimeno, ei non potrà morire,
Ei che la morte un tempo comandò;
Accumulate in lui dovrà soffrire
Le vite di color che trucidò,
L'ire del mare e l'ire de la terra,
Gli spiriti de l'aria e quei del mar
Contro di lui si leveranno in guerra,
Cercandolo ciascuno d'ingoiar.
E con sordo e tremendo mormorìo
Diranno: E fino a quando egli vivrà?
Signor, lo lascia in poter nostro, e Dio
No — egli è vostro fratel — risponderà,
Finchè il tremuoto durerà e la peste,
Ed ogni altro flagello, ei durerà;
Eterno com’eterne le tempeste,
Eterno come l'ira mia sarà.
Soltanto, ad ogni secolo novello,
Che la stirpe rinnova dei mortai,
Quando un' etade scende ne l'avello,
E un' altra sorge a ber l'aura vital,
Da riva a riva il vento e il mio furore
Faran per poco il suo legno apparir,
Perchè il secol che nasce e quel che muore
Lo possano di nuovo maledir! 
Spesso, intanto, il nocchier che senza stella
Pugna coi flutti frati e col destin,
Sorger vedrà lugùbre navicella
De l'orizzonte a l'ultimo confin;
Che, secura tra i nembi e i folti lampi,
Come il braccio di Dio nuda a metà,
Scivola lenta sui marini campi,
Di remi e vele vedovata, e va.
E al dubbio raggio di sanguigna luna
Vedrà per poco, e poi vedrà sparir
Un uom confitto su la poppa bruna
Con l'occhio acceso, che non può dormir;
E spaventato a quel funereo aspetto
La nave a l'improvviso volterà.
E con la fronte bassa: É Del Carretto!
Sommessamente mormorar s'udrà.

5 Gennaio 1848

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