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Ulisse
Poesia di Vincenzo Fiaschitello
Ulisse

Sognavo da dieci anni Troia in fiamme,
fiamme altissime fino a toccare l'Olimpo.
Alimentava il mio orgoglio la divina Atena
dai cerulei occhi: mi aveva ordinato di raggiungere
il bosco sacro ai troiani. Venivano con me trenta
scelti compagni, ma timorosi si fermarono
a una certa distanza. Avanzai da solo
per un tratto nel bosco proibito. Il desiderio
di vedere mi rendeva più audace del solito.
Strane radici uscivano dalla terra e intrecciandosi
impedivano il cammino. Dopo aver tagliato
fittissimi rami, vidi la sagoma di un enorme cavallo,
dal suo collo scorreva un filo di sangue.
Accanto vi era un antro largo e profondo: vi entrai.
Dalla parete stillavano gocce di un liquido denso e azzurro.
In quel momento riconobbi la voce di Atena
che mi invitava a bagnarmi gli occhi. Lo feci
fiducioso e subito mi si rischiarò la mente:
ora sapevo quel che dovevo fare. Tornai
indietro e dopo aver incoraggiato i miei uomini,
cominciammo a tagliare tronchi di abeti aceri
pini e roveri. Ne ricavammo assi che servirono
a costruire un cavallo colossale.
Già da un intero giorno e una notte eravamo
nel buio dell'immenso ventre del cavallo,
ma i nostri nemici non avevano ancora accolto
il sacro legno. Discutevano, altercavano
animatamente.
Laocoonte, il gran sacerdote di Poseidone,
si opponeva al consiglio di portare entro
le mura di Troia quel terribile mostro
e con audacia e disprezzo scagliò la sua asta
contro il cavallo. Per nostra fortuna Sinone
aveva ingannato gli animi dei troiani
e la punizione divina ricadde sul veggente
e sui suoi due figlioletti con tre precise lance
che trafissero i loro cuori. Al culmine della nostra
gioia, io ordinai di distribuire pane allo zafferano
e idromele; poi brindammo alla vittoria con il kykeon.
Quel sorso di acqua aromatizzata con la menta
ci dette coraggio e aspettammo.
Il cavallo ebbe un sussulto, si muoveva.
Invocai gli dei, Atena fece splendere per un istante
le mie armi e io potei guardare il volto dei miei compagni.
Troia era perduta!
Quella notte stessa le fiamme della città si levarono alte
tra le grida di dolore dei troiani. Le ceneri rossastre
portate dal vento ascendevano in alto nel cielo
e giungevano su lidi lontani.
Accanto alla porta Scea e alle mura che lo stesso
Apollo aveva costruito,giacevano i cadaveri
di tanti giovani eroi, immersi nel loro sangue.
Ulisse stanco del massacro si copriva gli occhi
seduto su un sasso. Nessuna alba prima d'allora
aveva visto così triste, così bruciata nel dolore
dei sopravissuti, turbata da un vento caldo
che portava cenere e scintille. Voleva riposare,
ma non poteva: ombre passavano dinanzi a lui;
una si fermò:- Hai vinto con l'inganno,Ulisse,
io ho lottato con onore. Per questo Venere
vendicherà la sorte di Troia e non ti concederà
tregua. Dimentica la tua Itaca. Andromaca,
mia sposa, pur molto soffrendo non perirà-
Al nome di Itaca, Ulisse si alzò e quasi barcollando
scese verso le navi della sua gente.
Una lacrima gli solcava il volto, Poseidone spietato
lo attendeva tra le onde in tempesta.