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zagare
Poesia di Vincenzo Fiaschitello
Multiforme razza

Nella nostra terra da sempre invasa
ragazzi facevamo a gara a indovinare
la nostra multiforme razza.
All'amico alto dinoccolato, azzurri
gli occhi, dicevamo che senza ombra
di dubbio «noddico era», non importa
se gallico o dei lontani fiordi della terra
dei vichinghi, addolciti alla corte di Ruggero.


A un altro si diceva che era della razza
di Empedocle e Archimede, se cervello
fino aveva, pronto a proporre sempre nuove
idee, buon ragionatore, che leggeva e traduceva
dal greco la poesia di Teognide e Teocrito.
Se raffinato, puntiglioso, attaccabrighe
e insolente, a buon diritto un altro si meritava
la discendenza spagnola. E poi non finiva
mai di vantare l'ornato del barocco
che viveva attorno a noi.
A me, piccolo dalle pelle olivastra e dai capelli
corvini, giustamente si dava la parentela
col califfo. E poi amavo il profumo della zagara,
la vertigine dell'arabo gelsomino, le nenie
mescolate al suono delle acque di una fontana
al chiuso di un cortile. E se all'improvviso
una fanciulla entrava dalle arabe fattezze
e l'amico esclamava: - Cazzo,quanto è bella! - ,
ero pronto a dire:- Pazzo,parla piano, può
sentirti e se ne fugge a razzo! -
Il sogno finiva lì, col mio volto paonazzo.