Poesia di Giacomo Zanella
Pel taglio di un bosco
Sotto l'ingrata scure
sole a cader non foste, aeree piante,
che d'ospiti verzure
tempravate il meriggio al viandante,
All 'usignol soltanto
guasti non fùro ed al fringuello i nidi.
Quante memorie! E quanto
gaudio d'un di con voi troncarsi io vidi!
Pel vasto pian trascorre
libero il guardo: la conserta fronde
della lontana torre
il comignolo d'or più non asconde;
e splendido mi fere
in faccia il Sol, che dell'alpestre villa
nelle rosse vetriere
presso all'occaso tremola e sfavilla.
Pur de' muscosi rami
la cheta notte ed il riposto rezzo
«Pel taglio di un bosco»
sempre sarà ch'io brami,
da tanti lustri a contemplarli avvezzo.
Non: io ne' tronchi incisi,
arcade pastorello, ignavi amori;
ma quanti a voi commisi
dell 'indomito core ansie e dolori,
Querce romite! A rivi
dal cor profondo mi sgorgava il pianto
leale; e redivivi
gli estinti amici mi sedeano accanto.
Larve d'onor superbe,
larve fugaci carolar vedea
nel raggio, che sull'erbe
in tremoli occhi d'oro si pingea;
e spesso col pensiero
ne' dolci arcani delle muse immerso,
al fine del sentiero
il fin trovava del sudato verso.
O cari tronchi! I giorni
giovanili passar: noi siam cresciuti;
nè più sarà che torni
un degli autunni in compagnia vissuti.
