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fuoco
 Poesia di Giacomo Zanella

La veglia

Rugge notturno il vento
tra l’ardue spire del camino e cala
del tizzo semispento
l’ultima fiamma ad agitar con l’ala.

La tremebonda vampa
in fantastica danza i fluttuanti
sedili aggira, e stampa
sull’opposta parete ombre giganti.

Tacito io siedo; e quale
nel buio fondo di muscosa roccia,
lenta, sonante, uguale
batte sul cavo pòrfido una goccia;

tal con assiduo suono
dall’oscillante pendolo il minuto
scendere ascolto, e pròno
nell’abisso del tempo andar perduto.

Più liete voci in questa
stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
cinger cogli altri il focolar paterno.

Morte per sempre ha chiusi
gli amati labbri. Ma tu già non taci,
bronzo fedel, che accusi
col tuo squillo immortal l’ore fugaci,

e notte e dì rammenti,
che se al sonno mal vigili la testa
inchinano i viventi,
l’universo non dorme e non si arresta.

Che son? che fui? Pel clivo
della vita discendo, e parmi un’ora
che garzoncel furtivo
correa sui monti a prevenir l’aurora.

Giovani ancor del bosco,
nato con me, verdeggiano le chiome;
ma più non riconosco
di me, cangiata larva, altro che il nome.

Precipitoso io varco
di lustro in lustro: della vecchia creta
da sè scotendo il carco
lo spirto avido anela alla sua meta.

Non io, non io, se l'alma
da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
lamenterò la salma
che sente degli infesti anni la lima.

Indocile sospira
a più fervida vita e senza posa
sale per lunga spira
al suo merigge ogni creata cosa.

In fior si volge il germe,
in frutto il fiore: dalla cava pianta
esce ronzando il verme
che april di vellutate iridi ammanta.

Non quale la rischiari
da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
era di terre e mari
opaca un dì questa rotante mole;

Ma di disciolte lave
e di zolfi rovente e di metalli,
come infocata nave,
l’erta ascendeva de’ celesti calli.

Furo i graniti, e furo
i regni delle felci: a mano a mano
il seggio più sicuro
fero gli spenti mostri al seme umano.

Strugge le sue fatiche
non mai paga Natura e dal profondo
di sue ruine antiche
volve indefessa a dì più belli il mondo.

Cadrò: ma con le chiavi
d’un avvenir meraviglioso. Il nulla
a più veggenti savi:
io nella tomba troverò la culla.

Co’ pesci in mar ricetto
già non ebbero i miei progenitori;
nè preser d’uomo aspetto
per le foche passando e pe’ castori.

Per dotte vie non corsi
le belve ad abbracciar come sorelle;
Ma co’ fanciulli io scorsi
una patria superba oltre le stelle.

Or dall’ambite cene
de’ congeneri uranghi il piè torcendo,
Io verso le serene
plaghe dell’alba la montagna ascendo.

Odo presaghi suoni
trascorrere pel ciel: dall’orïente
Divine visïoni
fannosi incontro all’infiammata mente,


Più dolci della brezza
fragrante, che dall’ultimo orizzonte
di virginal carezza
a Colombo blandía la scarna fronte.

O di futuri elisi
Intimi lampi e desideri immensi,
dal secolo derisi
che a moribondo nume arde gl’incensi,

Chiudetevi nel canto
del solingo poeta, e men doglioso
fate a’ congiunti il pianto
che il sasso scalderà del suo riposo.

da Poesie

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