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Appennini
Poesia di Arnaldo Fusinato
L'illuminazione degli appennini

Che cos'è, là in fondo in fondo,
quella fiamma ognor crescente,
quell'accorrere giocondo
d'affollata allegra gente,
quegli evviva, quegli spari
di moschetti e di mortari?
È il buon popol di Romagna
che festeggia il di solenne
che le arpie dell'Alemagna,
senz'artigli, senza penne
fur da Genova scacciate
a gran colpi di sassate.
Come liberi stendardi
van le fiamme in preda al vento;
una folla di gagliardi
getta al fuoco l'alimento
e il pentito di Sardegna
versa l'olio sulla legna.
Ed intanto l'uomo-dio
che risiede in Vaticano,
voglio dire il Nono Pio,
impartisce colla mano
la papal benedizione
a quell'ottime persone.
Su, soffiate un altro poco,
o redenti romagnoli,
che la vista di quel foco
le nostre anime consoli,
che si sgelino le mani
questi torpidi Italiani.
Se la fiamma che risplende
sulle vette agli Appennini
un di o l'altro si distende
anche all'Alpe dei vicini,
amatissimi Tedeschi,
state freschi, state freschi!
Di quel fuoco la scintilla
già riscalda il bel paese;
alla pietra del Balilla
mille braccia sono tese;
tuoni solo una parola...
o Tedeschi, che gragnuola!
Ma peraltro, indovinate?
M'è passato per la mente
che i Tedeschi alle sassate
non ci badino per niente;
quelle care creature
han le teste cosi dure!
So ben io quel che ci vuole
per quest'orsi oltramontani
che al tepor del nostro sole
van leccandosi le mani!
Un deposito abbondante
di cotone fulminante.
Il cotone? Va benone,
siam d'accordo; ma, perdoni:
cosa farne del cotone
se ci mancano i cannoni?


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