Poesia di Arnaldo Fusinato
La donna romantica
Voi che leggete tante istorie e tante,
Donne mie care, avreste letto a caso
La storia di quel diavol zoppicante.
Che nelle case altrui ficcava il naso?
Meno le gambe che non son si brutte.
Quel diavolo son io che le sa tutte.
E già che fò del diavolo il mestiere
E metter posso ove mi piace il piè,
Di strane cose vi farò vedere.
Se avete voglia di venir con me;
Datemi mano, e dentro il gabinetto
Di Silvia la romantica, vi metto.
Neglettamente la persona avvolta
Nell'ampia nube del suo bianco velo.
Colla chioma sugli omeri disciolta,
E collo sguardo sollevato al cielo,
Col capo indietro, e colle mani in mano
Giace fra gli origlier del suo divano.
Tra le pieghe del verde cortinaggio
Pel socchiuso balcon penetra il giorno:
Tinto in verde cosi, quel fìevol raggio
Spande una luce pallida d’intorno,
Ed appar quindi pallido più ancora
Il pallido visin della Signora.
Poiché la donna, che per sua ventura
Di romantiche idee pasce la mente.
Si sa ben che dev’ esser per natura
D'una pallida tinta e sofferente:
Guai se volesse far la romanzesca
Con una faccia rubiconda e fresca !
Per questo appunto con sagace avviso
Beve l’aceto com’ io bevo il vino.
Colla cipria s’imbianca il collo e il viso,
Di canfora profuma il moccichino,
E prova un inefiabile diletto.
Se un po’ di tosse le tormenta il petto.
Ma, ritornando alla gentil mia donna,
Vo’ dire a Silvia, le vedrete innanzi
L’ un sopra l’altro a foggia di colonna
Un centinaio almeno di Romanzi.
Pila Voltiana che le desta in core
L’elettrica scintilla dell’amore.
Cogitabonda e muta ella riposa
Sovra il molle guancial languidamente;
Come appar dalla sua fronte pensosa
Qualche fosco pensier le frulla in mente,
E sospira la povera tapina
Che un mantice mi sembra da fucina.
Forse la turba il sovvenir funesto
Di qualche antico inespiato errore?
O della madre, che moria si presto,
La pia memoria le contrista il core?
Non è questa, signori, non è questa
La secreta cagion che la fa mesta.
Rimpiagne i giorni dell’etade antica,
Quando gli erranti cavalier gagliardi
Per un sol fior della diletta amica.
Per uno solo de’ suoi dolci sguardi
In campo chiuso e colla lancia in resta
Allegramente si rompean la testa.
Incliti eroi di quell’età guerriera,
Dov’ è adesso il valor, dove il coraggio,
Che la vostra infiammava anima altera
Ahi più non siete! e l’unico retaggio.
Che voi lasciaste in dono all’età nostra,
Sono la barba e l’ignoranza vostra.
L’amante allor d’un guardo e d’un sorriso
Della sua bella si dicea beato,
E se d’un bacio le sfiorava il viso
Il cielo gli parea d’aver toccato:
Adesso invece i giovani procaci
Voglion ben altro che sorrisi e baci!
E che vuoi farci, o Silvia? altri usi a quelli
Ha surrogati il secolo corrotto;
Cangiano i tempi, e noi cangiam con elli
Lasciò scritto una volta un uomo dotto;
Altro secolo è questo, e o male o bene
Convien prenderlo, o Silvia, com’ei viene.
E' già la bella è ormai convinta che
In un secolo, in cui la gioventù
Adopera per brando l'écoutez
E per elmo un cappello alla Giìms,
Sia meglio lasciar star l’antichità
E uniformarsi alla presente età.
Però gettate via le Mille notti,
Le Tavole rotonde, i Ricciardetti,
E i Reali di Francia, e i Don Chisciotti,
Ch’erano un dì suoi libri prediletti,
Come una tigre del Bengàl si slancia
Sui romanzi, che a noi manda la Francia.
E quei romanzi le son scuola intanto
A ridersi di vieti pregiudizi.
A metter certi scrupoli da canto
E un granellin d'incenso ardere ai vizi,
Ruminando nel povero cervello
Il gran principio che nel brutto è il bello.
Coll’Hugo e col Soulié celebra anch’ella
Le glorie del veleno e del pugnale,
E col Balzac in man prova la bella
Che, per serbar la fede coniugale.
L’unico mezzo che a due sposi avanza
È di dormire in separata stanza.
Dumas le insegna con qual’arte fina
Si può stillar da cento erbe la morte.
Perchè se a caso la fedel sposina
Avesse voglia di mutar consorte.
Alla barba del Codice penale
Possa ammazzarlo senza farsi male.
E s'informa a un sentir tanto squisito
Che ogni rumor la turba e la molesta:
Se gorgheggia un’arietta il buon marito,
Taci, gli grida, mi fa mal la testa
Se per la casa passeggiano i servi
Ella, esclama fremendo: Oh Dio, i miei nervi;
E se talor nella romita stanza
In preda a’ suoi pensieri s’abbandona,
E rispettoso il camerier s’avanza
Ad annunziare alla gentil padrona
Che il pranzo è pronto, se a Madama piace,
— Adesso io penso ! — Ella risponde, e tace .
Oh! pensa pure, illustre solitaria,
E tutte spiega di tua mente l’ali.
Oh! slancia pure i tuoi castelli in aria,
E, se ti cal di noi bassi mortali,
I parti alfin del tuo pensier fecondo
Escan dai torchi a illuminar il mondo.
Ed io primiero il nome tuo d’intorno
Andrò a cantar colla chitarra al collo;
Sovra il Parnaso, illuminato a giorno.
Ballerà un valts colle sue Muse Apollo,
E le tue laudi suoneranno, o bella.
Fin sulla zucca del Torototella!
Ma lasciando da parte i voli lirici,
Che in una poesia tutta scherzevole
Si potrebbero prender per satirici
(Cosa che mi saria molto spiacevole),
Vediam come la fragil creatura
Profitti ancora della sua lettura.
Novella Ruth da quel romanzo e questo
Industremente spigolando va
Un concetto amoroso, un pensier mesto,
Un grido di dolore e di pietà,
E se all’amante suo scrive un biglietto
Vi caccia dentro tutto ciò che ha letto.
Qui una bestemmia della Sand, colà
Una sentenza del Balzac, più giù
In coda a un paradosso del Dumas
Un eloquente gemito del Sue,
Ed un migliaio per lo men d’oh! e d'ahi!
Che a dire il ver son commoventi assai.
E là dove le par che un po’ di pianto
Ci cascherebbe proprio a meraviglia,
Se per disgrazia a quell’ufflcio santo
Si rifiutasser le ribelli ciglia.
Che fa ?... nell’acqua le sue dita immerge,
E l'amorosa pagina ne asperge.
Ed il povero amante corbellato
Che, aperto il foglio di colei ch’egli ama.
Vede l’inchiostro bleu qua e là sfumato,
Oh! quanto pianse! — intenerito esclama;
E cento baci egli depone intanto
Sovra le traccie del creduto pianto
Ma non per questo argomentar si de’
Che il corbellato sia sempre l’amante.
Perchè tra questi qualchedun ce n'è
Che ne sa tante più di lei ma tante;
E qualche volta anche la nostra bella
Oh ! qualche volta la ci casca anch’ella
Mettetele dappresso un giovinetto
Pallido e magro, che per sua fortuna
Sappia scriver due strofe od un sonetto.
In cui c’entri un po’ à' Angelo e di luna,
Che si chiami una rondine smarrita
Nel tempestoso ciell di questa vita ;
Che favelli d'amari disinganni.
Di spente illudon, di fìor recisi
Alla corona àe' suoi vergini anni.
Di cuori infranti, di perduti elisi,
E dopo quattro giorni la vedrete
Cascar come un pulcin dentro la rete.
Oh quanto gaudio in quei solenni istanti,
Che il cuor dischiude a questo amor novello!
Tra i mille baci e i giuramenti santi
D’una fè duratura oltre l’avello,
D’un ignoto piacer l’anima accesa
Sciama la bella : « — Alfine io son compresa!
« Or che m’hai posta sulla fronte mesta
La rugiadosa del tuo amor ghirlanda.
Una capanna ed il tuo cuore!... In questa
Altro non chiedo tenebrosa landa;
E il di che spenta la tua fiamma sia.
Quel di fia spenta anche la vita mia!! »—
E giunge il dì che l’amatore infido
La spenta fiamma del suo amor palesa:
La derelitta con orrendo grido
— Perfido, esclama, ei non ma’avea compresa! —
E in tanta angoscia disperata allora
Cercando va... chi la comprenda ancora.
Ma se piglia sul serio la faccenda,
Che fa allora la povera Didone?
Prende un poco d’arsenico a merenda,
O dà fuoco a due chili di carbone,
E lieta all’altro mondo se ne va
A trovar la Teresa di Dumas.
Son però cosi rari questi casi
Da potersi contar sovra le dita;
Chè tutti quanti ormai son persuasi
Che la morte è più brutta della vita,
E le donne che sien di viver stanche
Sono più rare delle mosche bianche.
Perciò, vel dissi, con ingegno scaltro,
Se un amante la lascia, la signora
Subito cerca accalappiarne un altro,
E dopo questo un altro e un altro ancora;
E se la senti, ogni novello amore
È il primo amot' che le si desta in core.
Ed anche allora che l’età minaccia
Illanguidir di sua beltade il raggio
E la freschezza della vaga faccia.
Non si perde per questo di coraggio,
Nè come l’altre donne si sgomenta
Se si vede alle spalle gli anni trenta.
Poiché scrisse Balzac, che a questa età
La donna piace più che in gioventù.
Perchè a trent’anni ha già studiato e sa
Ogni secreta dell’amor virtù;
E si sa ben che se Balzac l’ha scritto
Convien far di cappello e tirar dritto.
Io però che romantico non sono,
E molti vi saran del gusto mio,
Al signor di Balzac chiedo perdono,
E gli dichiaro francamente ch’io
Trovo che meglio si confà a’ miei denti
Un bocconcin fra i diciassette e i venti.
E questo tra parentesi — Del resto
Quando la bella romanzesca vede
Che con tutto il suo far languido e mesto
Non c’è più alcuno che le caschi al piede.
Perchè sparito il giovanil sorriso
Di qualche ruga le s’increspa il viso,
Annoiata di tutto ella risolve
Prudentemente di voltar bandiera:
Negli occhi al mondo per gettar la polve
Sta per le chiese da mattina a sera,
E seduta in un angol solitario
Si picchia il petto e biascica il rosario.
E siccome fu sempre di buon cuore
Quando le sorridea la gioventù.
Ed al prossimo suo sempre ebbe amore,
Non potendo, or ch’è vecchia, far di più
Pel bene dell’afflitta umanità.
La si fa Suora della carità.
E poi, guardate, quest’ infame mondo
Che disconosce ognor l’opere buone
E d'ogni cosa vuol vedere in fondo
Del diavol il codin, mondo briccone!
Dicendo va di quella donna pia:
Ipocrisia, signori, ipocrisia! —
O care ed inesperte giovanette,
Io le scrissi per voi queste sestine;
E spero ben che se le averte lette
Vi sarete convinte che alla fine
Que' bei romanzi sono proprio fatti
Per farvi andare allo spedal dei matti.
