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La Divina Commedia di Dante Alighieri

Inferno 
Canto XIII

Ancora Settimo Cerchio. - Secondo Girone: Violenti contro se stessi (suicidi) o le cose proprie (scialacquatori)
 
Un bosco innaturale e orrido, sede delle Arpie. Dante spezza un ramo, e il tronco spezzato parla e sanguina: è l'anima, fatta albero di Pier della Vigna, che narra la sua triste storia, e poi spiega la sorte delle anime dei suicidi. Sopraggiungono, inseguiti da cagne, due scialacquatori: uno, appiattatosi sotto un cespuglio, è sbranato.
Il cespuglio è l'anima di un suicida fiorentino anonimo, che spiega la causa
delle continue guerre di Firenze.

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e involti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:
non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che in odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto il gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
E 'l buon maestro "Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone",
mi cominciò a dire, "e sarai mentre
che tu verrai ne l'orribil sabbione.
però riguarda ben; sì vederai
cose che torrìen fede al mio sermone".
Io sentia d'ogni parte trarre guai,
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.
Però disse 'l maestro: "Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi".
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?".
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi".
Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de'capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
"S'egli avesse potuto creder prima",
rispuose 'l savio mio, "anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad opra ch'a me stesso pesa.
Ma dilli chi tu fosti, sì che in vece
d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su, dove tornar li lece".
E 'l tronco: "Sì col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'io ne perdei li sonni e' polsi.
La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e gl'infiammati infiammar sì Augusto,
che i lieti onor tornaro in tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede".
Un poco attese, e poi "Da ch'el si tace",
disse 'l poeta a me, "non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace".
Ond'io a lui: "Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'io non potrei, tanta pietà m'accora".
Però ricominciò: "Se l'uom ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega".
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
"Brievemente sarà risposto a voi.
Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpìe, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta".
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente il porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.
Quel dinanzi: "Or accorri, accorri, morte!".
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: "Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre del Toppo!".
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Prèsemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti invano.
"O Giacomo", dicea, "da Sant'Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?".
Quando il maestro fu sovr'esso fermo,
disse "Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?".
Ed egli a noi: "O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
raccoglietele al piè del tristo cesto.
Io fui de la città che nel Battista
mutò il primo padrone; ond'ei per questo
sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
quei cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
Io fei giubbetto a me de le mie case".

Tutti i Canti dell'Inferno di Dante Alighieri

1 Inferno - Canto I Dante Alighieri
2 Inferno - Canto II Dante Alighieri
3 Inferno - Canto III Dante Alghieri
4 Inferno - Canto IV Dante Alighieri
5 Inferno - Canto V Dante Alghieri
6 Inferno - Canto VI Dante Alighieri
3 Inferno - Canto VII Dante Alighieri
8 Inferno - Canto VIII Dante Alghieri
9 Inferno - Canto IX Dante Alghieri
10 Inferno - Canto X Dante Alghieri
11 Inferno - Canto XI Dante Alighieri
12 Inferno - Canto XII Dante Alighieri
13 Inferno - Canto XIII Dante Alghieri
14 Inferno - Canto XIV Dante Alighieri
15 Inferno - Canto XV Dante Alighieri
16 Inferno - Canto XVI Dante Alighieri
17 Inferno - Canto XVII Dante Alghieri
18 Inferno - Canto XVIII Dante Alghieri
19 Inferno - Canto XIX Dante Alghieri
20 Inferno - Canto XX Dante Alighieri
21 Inferno - Canto XXI Dante Alighieri
22 Inferno - Canto XXII Dante Alghieri
23 Inferno - Canto XXIII Dante Alighieri
24 Inferno - Canto XXIV Dante Alghieri
25 Inferno - Canto XXV Dante Alghieri
26 Inferno - Canto XXVI Dante Alghieri
27 Inferno - Canto XXVII Dante Alghieri
28 Inferno - Canto XXVIII Dante Alghieri
29 Inferno - Canto XXIX Dante Alghieri
30 Inferno - Canto XXX Dante Alghieri
31 Inferno Canto XXXI Dante Alighieri
32 Inferno Canto XXXII Dante Alghieri
33 Inferno - Canto XXXIII Dante Alighieri
34 Inferno - Canto XXXIV Dante Alighieri