![]()
Racconto di Erasmo Sebastiano
Non voglio perderlo!
Non voleva andarci, ma le insistenze dei figli l'avevano fatto capitolare. E ora era lì, insieme alla moglie Sara, all'ingresso dell'ospedale dove era ricoverato il fratello Gino.
“Reparto oncologia?” chiese Peppino alla portineria. “Al quarto piano, sulla destra. Gli ascensori sono in fondo.”
“Dai! Coraggio! Gino ti sta aspettando. Vedrai che sarà contento di vederti. Mi raccomando: tu non dire niente, non cercare di aprire nessun discorso su tutto quello che è successo nel passato. Pensa solo che è tuo fratello e sta male... e vuole vederti. Tu vallo solo a salutare e ad abbracciarlo.”
Si avviarono in silenzio. Lei appesa al braccio di lui, mentre tanti pensieri ripercorrevano la sua mente. Peppino sapeva benissimo che quello che stava facendo era giusto e cristiano, ma la ragione della loro storia di fratelli e di tutto quanto era accaduto tra di loro continuava a essere un ostacolo difficile da superare. Soprattutto per il fatto di essere stato trattato male dal fratello più piccolo e di aver dovuto soffrire tanto per causa sua. Dopo essere addirittura essere stato spogliato della casa dove abitava da una vita e che toccava a tutti e due... ma era stata intestata solo a Gino per non far figurare al fisco che possedeva due case... e il giudice diede ragione a lui: la casa era intestata solo a Gino e Peppino non aveva nessun diritto su di essa. Cacciato fuori, fu costretto a trovare casa in affitto proprio in un periodo in cui il lavoro era scarso e i bambini erano ancora piccoli. Perfino Sara fu costretta a cercare lavoro e si umiliò a fare la portinaia e la custode del condominio e, per guadagnare di più, si occupava lei stessa della pulizia delle scale e di tutti gli ambienti condominiali. Ce la fecero, con tanta fatica, ma tutto questo grazie a lui, a Gino, a quel fratello più piccolo che la madre gli aveva affidato sul letto di morte e che, fattosi grande, non ha avuto altro pensiero che quello di buttarlo in mezzo alla strada per avere lui tutto. E ci era riuscito. Così, per Peppino, Gino era come morto. Non avrebbe mai voluto perdere suo fratello, ma era andata proprio così.
Aveva preferito così per non dover continuare a soffrire al pensiero di come l'aveva trattato, proprio a lui, al suo fratello maggiore, a quello che si prendeva cura di lui, che si preoccupava quando non lo vedeva rientrare a casa, che se lo portava in officina a lavorare con lui perché imparasse anche un mestiere, che lo andava a prendere nelle sale da gioco per riportarlo a casa e farlo studiare, perché doveva laurearsi. E la laurea arrivò, e con essa il bisogno di aprire uno studio medico adeguato. E poi il suo matrimonio e il bisogno della casa per uno studio medico “adeguato”... maledetta casa!
Lo squillo dell'ascensore indicava che si era giunti al quarto piano. Uscirono fuori sul pianerottolo e cominciarono a guardarsi attorno. “Di qua” – disse Sara – indicando verso l'ingresso di vetro al di sopra del quale c'era scritto: “REPARTO ONCOLOGIA – primario Prof. Basile”. Ora dovevano solo cercare la stanza giusta, al letto numero 23.
Per quanto si possa essere stati tante volte in un ospedale, il vedere tante persone sofferenti e, vicino a loro, seduti e affranti, i loro cari che cercano di sollevare il loro calvario con la loro vicinanza e affetto, fa sempre un effetto di tristezza, e il pensiero della morte come liberazione da tanto dolore non sembra più tanto peccato. Lungo il corridoio, illuminata da una coroncina di dodici lampadine, stava la statua della Vergine Immacolata di Lourdes e si fermò a guardarla. E pensava a lei, la mamma di tutti, che sta vicino ai suoi figli quando sono a letto ammalati e li cura e li accudisce. E pensava alla sua, di mamma, quando gli aveva affidato il piccolino, “Ginetto”, perché non prendesse una brutta strada. Lui l'aveva fatto, ma poi... l'aveva perso.
“Andiamo!” – gli disse dolcemente Sara tirandolo per il braccio. “Il numero 23 è lì, nella seconda stanza davanti a noi”.
La porta era aperta. Prima di loro entrarono i loro sguardi ad osservare la stanza. C'erano quattro letti: il numero 21 era vuoto. Al numero 22 giaceva un uomo che respirava a fatica; vicino a lui, una donna che gli teneva la mano. Si voltò verso di noi e sorrise, senza dire niente. Anche il numero 24 aveva vicino a lui un uomo più giovane, il figlio probabilmente, che lo teneva alquanto sollevato per permettergli di mandare giù un sorso d'acqua. Gino stava seduto sul suo letto, in pigiama, stanco come se avesse fatto uno sforzo immane, ma era solo andato al bagno e tornato. Riprendendo fiato, ci disse – indicando il letto vuoto – “L'hanno portato via stanotte, finalmente ha finito di soffrire!”.
L'ultima volta che si erano incontrati era stato in tribunale, quando il giudice aveva dato ragione a Gino sulla questione della casa. E l'ultima volta che aveva visto il suo volto era quello di un uomo in carriera, arrogante, vincitore nella vita, con una moglie bella e altolocata che non poteva certo presentare alla gente dei parenti “così”, come loro, di quelli che lavorano per guadagnarsi la vita e che, quando ti stringono la mano, senti subito le loro callosità di chi è abituato a lavorarci duro, con quelle mani.
Ora Gino era solo. La sua bella moglie se ne era andata via con i figli appena le si era presentata l'occasione di vivere senza il pensiero che le avrebbero potuto rovinare qualunque festa a causa della sua reperibilità in ospedale, e tante volte si era ritrovata a tornare a casa da sola, perché i suoi malati avevano avuto la precedenza su di lei.
Eppure ora, malato e solo, sembrava essere ancora quel ragazzo sperduto che voleva scappare dalle sue responsabilità ma poi bastava che ti chiedesse scusa e tutto era passato. Al vedere il fratello il suo volto si era come illuminato. L'aveva chiesto ai figli: “Ditegli a zio Peppino che lo vorrei vedere, prima di morire!”. E i figli l'avevano chiamato: “Papà sta male, vorrebbe vederti!”.
Non ci credeva che sarebbe venuto. Era consapevole del male che gli aveva fatto e, certo, non se lo meritava. Ma lo sperava. Forse un giorno sarebbe anche riuscito a comporre il numero del suo cellulare e provato a dirgli qualcosa per telefono, ma la paura di sentire la sua chiamata interrotta dall'altra parte lo avevano sempre bloccato. Aveva preferito farlo avvisare. Così Peppino avrebbe avuto tutto il tempo di pensare e di decidere.
La decisione di andare a visitare Gino ammalato in ospedale, in effetti, non fu di quelle più facili. Appena ricevette la telefonata della nipote Pina, che gli dava a notizia della malattia del padre e del suo desiderio di rivederlo, non disse nulla e non parlò con nessuno per tutto il giorno. Sara riuscì a sapere il motivo di questo suo comportamento solo quando riuscì a rintracciare il numero della chiamata e riconobbe il numero della nipote e la richiamò per sapere che cosa era successo. Così seppe anche lei tutto e la sera, a cena, riuscì ad aprire il discorso su quell'argomento che era stato tabù per tutti negli ultimi venti anni: Ginetto.
“Cosa pensi di fare?” – gli chiese dolcemente Sara, sapendo che quello della dolcezza era l'unico modo per poter entrare in dialogo su questo argomento.
“Su che cosa?” – rispose Peppino, non pensando certo che lei volesse parlare della questione di Gino.
“Ho parlato con Pina, tua nipote, e mi ha raccontato tutto. Tuo fratello sta male... e vorrebbe vederti”.
“Io non ho più un fratello! Mio fratello è morto venti anni fa” – fu la risposta di chiusura di Peppino all'apertura di dialogo della moglie.
Sara capì che non era il caso di insistere, ma ebbe ugualmente la forza di dire: “Ha un tumore maligno. Gli manca poco...” – e poi concluse, andando in cucina con i piatti sporchi in mano – “e poi ti conosco bene, non hai mai smesso di sperare che un giorno potesse capitare l'occasione di incontrarlo di nuovo, per sputargli in faccia tutta la rabbia che ancora covi dentro di te, ma certo... non volevi incontrarlo così”.
Peppino, in silenzio, dovette darle ragione. Aveva ancora tanta rabbia nel suo cuore a causa del fratello che si godeva la vita – ormai era un medico famoso e affermato – mentre lui aveva dovuto continuare a lavorare e a sudare nella sua officina da fabbro per portare avanti la baracca e sistemare i figli dignitosamente. Aveva fatto studiare anche loro e ora non desiderava altro che godersi la pensione insieme a sua moglie, passando la giornata tra l'andare a fare la spesa e a portare i nipotini a scuola e passando qualche ora al circolo insieme ai suoi amici di sempre.
Fece anche finta di non interessarsi alla notizia del divorzio del fratello, con la moglie che l'aveva lasciato per seguire un altro uomo, ma non pote' fare a meno di provare compassione per lui, che ora rimaneva solo in casa. “Ben gli sta!” – pensava tra sé e sé – ma poi il suo pensiero andava alla sua vecchia casa, quella per la quale era finito tutto, vuota e lui, dentro, solo come un cane. E non poteva fare nulla! Ma poi, ritornando in sé, diceva a se stesso: “Non è compito mio! Non posso essere io a decidere la sua vita”. E si chiudeva di nuovo in sé.
Aveva fatto finta che fosse morto, ma non era vero. Considerava che aveva un fratello – e che l'aveva perso – ma quando poi considerava la realtà che era vivo e non morto, ritornava la rabbia dentro di sé perché lui non voleva perderlo quel fratello, ma nemmeno sapeva come poteva fare per riguadagnarselo. Ora, la notizia della sua malattia aveva riaperto quella ferita che non si era mai rimarginata e la sua mente ricominciava a elaborare ragionamenti su ragionamenti, su ciò che sarebbe stato giusto e su ciò che non lo sarebbe stato. Avrebbe dovuto perdonarlo... ma non ce la faceva.
La domenica, come di consueto, vennero a pranzo anche i suoi tre figli con le loro famiglie. Durante il pranzo nessun accenno alla questione. Dopo mangiato, mentre i ragazzi erano fuori il giardino a giocare, fu lo stesso Peppino che chiese ai figli un loro parere: “Voi che fareste al posto mio?”.
Furono presi di sorpresa da questa sua domanda e iniziarono a ragionare, richiamando alla mente tanti episodi della loro vita, le speranze e la rabbia di ognuno venne fuori, ma anche il legame di sangue che voleva perdonare e dimenticare.
Sara ascoltava in silenzio, ma sorrideva. Aveva già notato il cambiamento del marito la mattina, durante la Messa. C'era il Vangelo del figliol prodigo e il parroco aveva messo in evidenza come il figlio di allora non era diverso dai nostri figli quando decidono di vivere a modo loro, andando anche contro gli interessi della famiglia. Peppino ascoltava con attenzione, perché rivedeva in quella scena del figlio che se ne andava con i beni della famiglia la sua situazione con Ginetto che si appropriava della casa paterna, non preoccupandosi di quello che potesse provare lui. Ma fu quando il parroco pose l'accento sull'atteggiamento del padre “misericordioso” che non aspettava altro se non di poterlo riabbracciare, “quel figlio che credeva morto” e invece ora era di nuovo lì, presente davanti a lui, che Peppino si sciolse in lacrime pensando che in fondo anche lui non voleva perderlo, quel fratello che aveva cercato di dimenticare, ma non vi era riuscito. Non disse nulla alla moglie, ma lei aveva già capito tutto, e quello che avrebbe fatto di lì a poco.
“Oggi andrò a far visita a zio Gino” – disse con la voce rotta dalla commozione. E i figli gli diedero ragione e lo incoraggiarono. “È pur sempre mio fratello, e io non voglio perderlo. Ho solo lui... e lui, ora, ha solo me.”
E ora era lì, davanti a lui. Erano giorni che Gino aspettava e sperava questa sorpresa, e quel giorno era arrivato.
E non servirono parole. Si abbracciarono piangendo, felici di aver ritrovato quanto di più caro e bello Dio gli aveva donato. Sembrava tutto perso, ma il miracolo dell'amore che perdona – perché non vuole perdere il suo bene – era riuscito ancora una volta a vincere le resistenze dell'orgoglio umano.
Napoli 23/01/2012
