La leggenda delle streghe di Benevento
Se altre città trassero dalle streghe una fama spesso triste, Benevento vanta il primato di una leggenda suggestiva che, li nata, ha ispirato nei secoli poeti ed artisti.
E nacque quando la credenza dell'esistenza delle streghe si fuse con gli echi dei misteriosi riti dei Longobardi che di Benevento avevano fatto la capitale del loro vasto ducato meridionale. In quel lontano secolo VII, nostalgicamente fedeli alle tradizioni nazionali, nella nuova terra felice che li aveva accolti, essi praticarono il culto di Wothan, il padre degli dèi. Si riunivano
fuori delle mura della città, intorno ad un albero sacro cui sospendevano una pelle di caprone e, tra una corsa sfrenata e l'altra, la colpivano con le frecce e poi ne mangiavano un pezzetto.
I Beneventani spiavano atterriti e ai loro occhi di cattolici il rito parve demoniaco. Così, anche quando l'usanza di queste cerimonie finì per la conversione del duca Romualdo II e della sua gente, anche quando il noce demoniaco, perciò, fu abbattuto, le voci di fatti misteriosi continuarono a circolare. Ai guerrieri si erano sostituite donne malefiche danzanti intorno all'albero, agli urli di guerra era succeduto il frastuono dell'orgia, cui partecipava addirittura il diavolo in sembianze di caprone, e invece del frammento di pelle inghiottito c'era addirittura un banchetto.
E quando, dopo alterne vicende, la città, divenuta «isola pontificia» nel Regno di Napoli si adeguò alle successive civiltà, la leggenda continuò a vivere sempre più ricca di motivi, sempre più varia di aspetti, finché nell'età barocca si diffuse con la forma rimasta poi tipica.
La scena terrificante del banchetto e della danza notturna si dissolveva all'invocazione di Gesù e della Vergine o agli squilli mattutini delle campane e al canto del gallo che annunzia l'alba. Di questa leggenda oggi è rimasto solo il ricordo nel nome di un liquore famoso in tutto il mondo, prodotto appunto nelle distillerie di Benevento.
