
Racconto di Giovanni Titta Rosa
Giornate d'ottobre
In ogni vigna si vendemmia: l'uva bianca e l'uva nera passa dalle mani invischiate delle ragazze che la mondano
degli àcini secchi o guasti e ne empiono ceste e bigonce. Ronzano vespe e mosche ubriache. Il sole scotta ancora: le ombre
nel meriggio sono brevi, raccolte a pie' dei tronchi, nascoste nelle siepi. Frullano per ogni dove, pazzi di gioia, schiere d'uccelli: anche per essi è vendemmia. Da una vigna all' altra i canti si chiamano, si rispondono, tacciono; e s'ode un'accetta, in quel silenzio a un tratto slargato," battere nel bosco vicino.
Poi il rumore d'un carro, le voci del paese dalle aie, un fischio lontano Il giorno par che riposi su se stesso, adagiato in un calmo dorato sopore, in un tempo che sembra fermo, come in uno specchio.
Aria d'idillio italiano, caro ricordo. Le poche, scarse nebbiette azzurre della mattina se 'l'era assorbite il cielo, bevute il sole. Salito dal monte cinto di nuvole arrossate, il sole s'era avviato a varcare la curva dello spazio con vittoriosa lentezza.
Ora comincia a discendere, e pare che i colli s'alzino con le lunghe loro ombre per seguirlo; ràzzano liquido argento i vetri delle finestre, oro acceso le conche di rame, covati bagliori l'acque delle vasche e delle fontane." Poi, poco prima che giunga la sera, un grillo si mette a cantare tutto solo. Chiama la notte, la luna.
In ogni vigna si vendemmia: l'uva bianca e l'uva nera passa dalle mani invischiate l delle ragazze che la mondano degli àcini secchi o guasti e ne empiono ceste e bigonce. Ronzano vespe e mosche ubriache. Il sole scotta ancora: le ombre nel meriggio sono brevi, raccolte a pie' dei tronchi, nascoste nelle siepi. Frullano per ogni dove, pazzi di gioia, schiere d'uccelli: anche per essi è vendemmia. Da una vigna all' altra i canti si chiamano, si rispondono, tacciono; e s'ode un'accetta, in quel silenzio a un tratto slargato battere nel bosco vicino.
Finita la vendemmia, restava nelle campagne uno stupore vuoto, come dopo un saccheggio. Alle capanne delle vigne non
c'era più issata alla porta la giacca del contadino: le siepi di spino divelte e abbattute in più punti lasciavano il varco libero a tutti; le pecore v'andavano a brucare, i ragazzi a frugar tra i pampini in cerca di qualche racimolo dimenticato, e le foglie cominciavano a macchiarsi di ruggine. C'era nell'aria lo stesso senso di riposo giacente sui campi; la stessa lenta calma del breve ozio dei contadini. Spogli di frutta anche gli alberi; e qualcuno cominciava a potare.
L'odore della vendemmia s'allontanava di giorno in giorno sempre più; le piogge lo assorbivano, e mettevano nell'aria il grigiore dei primi freddi. Il sole s'alzava velato di nebbie; e nebbie impigrivano sul dorso dei colli, sfumando lente. La stagione si spossava nella faticosa lentezza del tempo, s'estenuava nel colore degli ultimi fiori; e spuntava ardito, intriso di guazza, solo il fiore dello zafferano. Coppie di buoi andavano lungo le porche, bianchi e lenti. In quella pace, i colpi dei cacciatori fra i macchioni di ginepri, sotto la montagna davano al paesaggio un'animata, avventurosa allegria. Cominciavano le sémine. Erano gli ultimi giorni d'ottobre.
Da Il varco nel muro
È una pagina densa di impressioni fresche e vive di uno che di lontano ricorda con cornmozione e con rimpianto panorami, aspetti, quadri di vita campestre della sua terra natale nel mese d'ottobre.
