
17 Marzo 150 anni dell'Unità d'Italia -
Vincenzo Gioberti -
Da Il primato morale e civile degli Italiani 1974 -
Nella Chiesa cattolica e nel papa aveva riposto tutte le sue speranze Vincenzo Gioberti ipotizzando l'unità degli Stati italiani sotto la guida papale.
Solo la Chiesa, infatti, che già un tempo aveva dato il primato morale e civile agli Italiani sugli altri popoli, può - nell'epoca del loro Risorgimento - restituirlo ad essi.
Ma perché ciò avvenga è indispensabile che religione e cultura si ricongiungano.
Una letteratura morale, espressione del primato antico, civile, morale, intellettuale, è quella che interessa Gioberti, da Dante ad Ariosto, fino agli anni suoi.
Dal Primato riportiamo alcune pagine che ricostruiscono l'importanza del Papato per la storia d'Italia ed esprimono gli auspici di una nuova alleanza.
Il Primato del Gioberti, come ricorda Settembrini, ebbe un 'influenza enorme sugli animi degli Italiani: «Il Primato del Gioberti fu un libro che fece una rivoluzione profonda in tutta Italia.
Noi eravamo servi, divisi, sminuzzati, spregiati dagli stranieri, noi stessi ci tenevamo inferiori a tutti gli altri, e per tanti secoli di misera servitù avevamo offuscata la coscienza dell'esser nostro, quando costui (il Gioberti) ci dice: -Voi italiani siete il primo popolo del mondo.
-Noi? -Sì, voi avete primato morale e civile sopra tutti.
Non mai libro di filosofo, e neppure di poeta o di altro scrittore, è stato più potente e più salutare di questo» (da L. Settembrini, Ricordanze della mia vita).
Il Papato e l'Italia
La dittatura del Pontefice, come capo civile d'Italia e ordinatore d'Europa, era
richiesta a fondare le varie cristianità nazionali, e specialmente quella degl'Italiani,
acciò ripigliato l'antico valore, si difendessero dagli esterni.
L'unità morale e religiosa, essendo la base di questo nuovo ordinamento, doveva essere la prima mira di coloro, che lo operavano; e avrebbe, senza alcun fallo, partorita l'unione politica, se la dittatura pontificia non fosse stata interrotta nel suo corso. Imperocché il procedere di questa dai tempi di Gregorio magno e sovrattutto di Gregorio settimo sino alla seconda lega lombarda, mostra ch'ella mirava a creare in Italia una confederazione armata di popoli e di principi sotto il mansueto e pietoso vessillo romano; dalla quale sarebbe uscita col tempo una repubblica laica e guerriera, composta a monarchia, e capitanata da un principe eletto ed inerme, ma per età, per grado, per prudenza e santità potentissimo. Mirabile governo, di cui il mondo sinora non vide alcun esempio, ma il cui germe inchiuso negli ordini pontificali potrebbe fiorire un giorno, sopra i legnaggi dei principi secolari, se fosse sperabile, che coloro i quali dovrebbero effettuarlo, divengano quando che sia più savi che non siamo e più dègni delle alte sorti serbate all'Italia.
Ma i papi chiamarono talvolta gli strani nella Penisola.
Certo sì, ma sforzati da altri stranieri peggiori di quelli.
Impedirono l'unione d'Italia sotto le leggi dei barbari.
Sì, perché volevano che questa unione fosse opera degl'Italiani, nativa e non
avventiccia, spontanea e non ingiusta, pacifica e non violenta, onorevole e non infame.
Comunque, senz' essi, avrebbe avuto luogo l'unità italiana?
L'unità gotica, longobardica, francica, normannica, tedesca, francese, o altra simile ma non l'unità italiana.
Sarebbe divenuta italiana col tempo. Ciò vuoI dire che l'Italia sarebbe morta colla speranza di risuscitare dopo qualche secolo.
Potete condannar la coscienza dei papi, se meno ardita e larga della vostra non ha osato far questo calcolo? - Insomma l'unità politica, per qualunque via si ottenga, è un gran bene.
Grande certo, ma minore di quello che risulta dalla unità religiosa, dalla moralità, dall'incivilimento. Anche gli sciami delle pecchie, i conventicoli dei masnadieri e le tribù dei popoli antropofagi hanno l'unità politica.
Noi non vogliamo la prima cosa, senza le seconde.
Ma escludete le seconde, coi termini da voi usati nel desiderare la prima. Imperocché senza l'opera dei papì, l'Italia avrebbe acquistata l'unità politica alle spese dell'unità morale e religiosa, e della civiltà che sono la base e l'importanza del tutto; l'avrebbe acquistata a danno di questi beni presso tutti i popoli cristiani.
Il fatto mostra che i papi si ingannarono se vollero darci l'unità politica per un altro verso; poiché non l'abbiamo avuta in effetto.
Di chi è la colpa? Dei papi, ovvero dei principi e dei popoli?
Nel resto, coloro che accusano i papi di avere errato, confessino almeno che lo sbaglio riguardò i mezzi e non il fine, e che fu causato da ragioni molto speziose, cioè da quelle stesse considerazìoni di equilibrio politico, che ora governano l'Europa. E l'Italia conteneva allora negli angusti suoi confini la medesima varietà di stati e d'interessi, che adesso si trova in tutto il continente; giacché ella fu in ristretto l'Europa culta di una parte del Medio Evo.
Se non che, i ricorsi fatti agli strani non si debbono tanto imputare ai papi, quanto ai cattivi principi e alle fazioni, che aspiravano a distruggere l'autorità sacerdotale, e a ricominciare il regno pagano e brutale delle conquiste.
L'Italia era piena di tirannelli e di sette, che a ciò aspiravano; e siccome colla libertà del sacerdozio la civiltà sarebbe mancata per l'Italia e per tutto il mondo, ogni espediente politico era buono., purché onesto in sé, ed acconcio a troncare i pestiferi disegni.
Se l'Europa è tuttavia cristiana, ella ne è debitrice ai papi del medioevo i quali
non avrebbero potuto conseguir l'intento, senza i mezzi, che posero in opera. Imperocché, se i nemici del papa avessero vinta la prova, l'indipendenza del Cristianesimo sarebbe perita con quella del suo capo ridotto a una larva di potenza, reso inetto a guardare il deposito e a girar la gran mole commessa alle sue mani e costituito presso a poco in quello stato di aulico servaggio, onde venne alla nostra memoria minacciato da Napoleone.
Né io posso far coro ai dolenti che l'unità politica non sia entrata per tal via in Italia, quasiché l'unione dei vari stati fatta da un despoto con un braccio regio bastasse a renderla così florida e potente, come furono in appresso, o sono ai dì nostri, la Spagna, la Francia, l'Inghilterra.
Imperocché in tal caso noi non avremmo avuta la nostra gloriosa civiltà dei bassi tempi, e saremmo stati barbari come il resto di Europa.
Chi non vede, per esempio, che se il ferro del Barbarossa avesse trionfato e ammutito il senno pontificale, ogni libertà e pulitezza sarebbe stata spenta nella sua cuna; i feudi e i signorotti avrebbero preso il luogo dei municipii e delle
repubbliche; e Roma anzi tutta l'Italia, sarebbe divenuta una provincia tedesca? Ora io confesso di non aver un animo talmente duro e spartano, da far poco caso della.nostra preterita gentilezza anche solo nelle lettere e nelle arti belle; né mi darebbe il cuore di ripudiare la gloria di un Dante o di un Michelangelo (i cui ingegni certo non sarebbero potuti educarsi fuori di una repubblica guelfa, come Firenze), ancorché per ristoro mi fossero dati i secoli famosi di Ludovico quartodecimo e di Elisabetta.
Se il papa, come primo principe e cittadino d'Italia, non può più esercitare su di
essa quella signoria incivilitrice che fu la cagion principale delle nostre grandezze, a chi se ne dee recare massimamente la colpa, se non a' suoi consorti nell'italico principato? Ma come prima i re ed i popoli siano disposti a riverire nel prete del Vaticano, non solo il successore di Pietro, ma l'erede del settimo Gregorio e del terzo Alessandro, rigeneratori immortali della patria loro, l'Italia e con essa la Cristianità universale risorgeranno a novella vita.
Niuno creda che Roma, usando fare, con tolleranza a longanime, della necessità virtù (...) sia immemore de' suoi alti destini, o non sappia ;che nelle sue mani sono poste ancor oggi le sorti del mondo.
Ella è paziente, perché eterna, come quel Dio che l'ha fondata; e non si affretta a preoccupare il tempo, perché non si sente incalzata da esso, e sa che non può mancarle. Ella non ignora che chiunque vuoI comandare al secolo dee sovrastargli, e con azioni rare e magnanime sforzarne la meraviglia.
Così ella fece nei tempi addietro colle leghe eroiche, colle poeti che crociate, colle missioni cosmopolitiche, colle mirabili schiere di tesmofori taumaturghi e d'inermi conquistatori.
Così ella farà nell'avvenire, quando la Provvidenza impietosa alle miserie italiane, muterà il cuore dei nostri principi, e porgerà occasione al loro capo di salvar nuovamente la patria, tante volte redenta ed esaltata da' suoi precessori.
La funzione del Piemonte
Come Roma è il seggio privilegiato della cristiana sapienza, il Piemonte è ai giorni nostri la stanza principale della milizia italiana.
Posto alle falde delle Alpi, e bilicato fra l'Austria e la Francia, quasi a guardo della penisola, di cui è il vestibolo e il peristilio, egli par destinato a velettar da' suoi monti, e a schiacciare tra le sue forre ogni estraneo aggressore, facendo riverire da' suoi potenti vicini l'indipendenza d'Italia.
Ma oltre all'essere il campo e il presidio comune, le idee rigeneratrici debbono
germinare principalmente nel suo terreno per due ragioni particolari l'una delle quali concerne la .stirpe che l'abita, e l'altra s'attiene alla famiglia che lo governa. Per amendue questi capi si può credere che quella redenzione italiana, a cui tre secoli sono
Niccolò Machiavelli invitava e confortava indarno i principi signoreggianti alle radici dell' Appennino debba quando che sia uscir dal Piemonte.
I cui abitatori sono i più freschi e novizzi degl'Italiani nelle opere civili, e sino ad un'età poco rimota da quella che oggi corre attesero al culto delle armi solamente. Ora la storia ne insegna che le imprese più illustri son riservate ai popoli nuovi, e l'aumento dei beni sociali ai popoli armigeri.; perché quella esuberanza di vita, che bolle nei giovani, gli scalda alle cose grandi, e la militare palestra, fortificando i corpi, invigorisce gli animi, e gli addestra alla gara delle idee e ai conquisti dell'intelletto.
L'ufficio dei chierici
Ogni grande riforma sociale, religipsa, scientifica, letteraria, che non sia solo
distruggitiva, ma introduca nuovi ordini durevoli, o piuttosto rinnovi e perfezioni gli antichi, è opera del chiericato, o almeno viene indirizzata, aiutata, promossa, compiuta, stabilita dagl'influssi di esso.
Per ciò la storia ci mostra che, se gli ordini laicali eguerrieri possono operare nelle mutazioni violente, che si chiamano rivoluzioni, e abbozzare un novello stato di cose, il sacerdozio solo può assolidarlo e recarlo a perfezione, suggellandolo coll'autorità divina, e facendo uscire l'ordine dal caos e una cosmogonia nuova dal preterito sconvolgimento.
Tal è l'ufficio dei chierici nelle vicende sociali di ogni sorta; i quali, rappresentando il principio divino e augusto del diritto, debbono finir le rivoluzioni e consacrarne pacificamente i salutiferi effetti, come i laici le incominciarono colla forza e colla violenza, il che viene mirabilmente espresso dal rito della consacrazione, con cui il sacerdozio nei tempi addietro usava di legittimare la potestà suprema dei re a riposo e bene di tutti cancellando i difetti ed i vizi, che accompagnavano per lo più la sua origine.
