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Meriggio estivo

Era mezzogiorno e splendeva un sole ardentissimo.
Non stridore di cicala, non canto d'uccello, non volo di farfalle, non voce, non moto né vicino né lontano; ogni cosa quieta, pareva che la natura dormisse.
Allora la campagna s'anima d'una vita fantastica, come di notte.
Si sentono suoni indefiniti, come di lunghe grida lontane; soffi, fruscii, ora a molta distanza, ora all'orecchio, qui, là, non si sa dove, da ogni parte: pare che nell'aria ci sia qualcuno o qualcosa che fluttua e che s'agita; s'avvicina, si scosta, ritorna, ci rasenta, s'allontana; si direbbe che vi sono degli esseri invisibili che stanno macchinando qualcosa.
A un tratto si sente un acuto ronzio di insetto; passa e silenzio.
S'ha una scossa, ci si volta: è caduta una foglia.
Sbuca una lucertola, si ferma, par che stia a sentire, e, come impaurita da di solenne e di triste come un mare solitario; la testa s'abbassa come per forza e l'occhio socchiuso vaga per le valli oscure e per i cupi recessi che la fantasia languida finge tra i fili dell'erba e i granelli della terra.

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