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Altalene da aggiustare
di Roberta Faben

A volte sento come mi si stesse sbriciolando il cuore, il rumore di quando si spezza un ramo secco; pare mi vada in frantumi anche il torace per annessione o eco distruttiva. In qualche occasione è più un sussulto lieve, uno strappo su linee tratteggiate, come se qualcosa di evanescente brandisse quel punto specifico già preparato dalla creazione; in altri momenti meno indulgenti, mi pare un tonfo immediato come una caduta dal tavolo di un vaso di porcellana magenta. Un frastagliarsi di polveri e scintille acclarano il petto in un'esplosione, il mio busto è un terreno vulcanico e i battiti diventano neri lapilli ascendenti accesi a braci roventi. Per quanto sia più responsabile a livello concreto, di onniscienza rispetto a te, ti dirò in tutta franchezza, di avere la decenza di ammettere di essere tra noi il vero problema e non ti biasimo dunque, se spesso finisci tra quelle polveri esplosive e ti involi per lunghi frattempi in mesosfere siderali. Ti consiglio di desumerti da un piatto in bollitura che diventa una parola scottante o un gesto che cola sul diaframma come brodo, di non avere ancore da gettare su questo mare incandescente. Se solo potessi sentire quello che io sento, ti pentiresti di venirmi a cercare accompagnato dalla notte incastrata nei capelli e nel rivolo di stelle che ti scorre dentro agli occhi; saresti in fuga come i miei pensieri quando volgono altrove per non pensare alla precarietà dell'amore e della giovinezza. Non te ne faccio una colpa quindi, se arrivi e subito ti ritiri; sono solamente io a sentirmi una risacca obliterata da una violenta mareggiata, tu proseguita pure a vivere nell'ordinaria linea verticale cosparsa di casuali appigli. Come direbbe Majakovskij, siamo pari. Abbiamo la coscienza pulita entrambi: io perché tutto il mio concedermi a te, è monitorato dalla certezza della fuga imminente, tu perché di rado la utilizzi e le pieghe sono ancora evidenti e inamidate. Non posso certo rammaricarmi del lato oscuro dell'amore, perché bene lo conosco e partecipa in maggiorità alla sospettabile potenza del suo fondersi in noi, nel nostro animo di stagno. Così benché non impari mai davvero, o non sia ancora preparata a tollerarne tutte le impietose sequele che si alternano dissincrone e atone, ho capito che devo inalarle come molecole sottese al più puro degli ossigeni per fortificarmi le pareti del cuore, fragili apnee notturne. Non perdo ne recupero stima, ciò che davvero smarrisco è il mio più laico desiderio di fede in un sentimento, in un appagamento o se vogliamo, nell'asistematico fibrillare della malinconia frapposta alla gioia della completezza viscerale. Ti comprendo e non ce l'ho con te, "l'incidente è chiuso", diamoci la mano ma io da qui tu chissà da dove. Poi arriverà il momento in cui torneremo a guardarci negli occhi, sprofondando nella più innocente miseria; tu mi dirai di essere incapace a non vanificare i tuoi bisogni di amare e di perdonarti per i dardi dell'incuria inflitti ai miei giorni -sagome scorrevoli- io ti perdonerò con la voce decisa di chi non lo farà mai più cosciente della prossima volta. Nella penombra di una sera estiva, cattureremo tutti gli inverni che colpiscono le nostre rispettive coltri indifese e ancora verdeggianti per sempre minor tempo, affosseremo nell'obolo degli anni come ricompensa delle sofferenze e ridurremo in pezzi lo spazio che ci separava dove si sono consumate le mie insonnie, forse i tuoi rimedi differenti. Da troppo oramai concediamo alle illusioni queste insulse certezze, da troppo poco evidentemente pensiamo che la vita ci scivoli dalle meningi, sconsideratamente. Uguali eppure diversi nel bisogno dell'amore, nella libertà incosciente di acclamare la fragilità di un'esistenza, diventata durissima scocca che difende le strutture visibili, proseguiamo in divergenze e scarne deflagrazioni. Cosa dovrei fare ancora che non mi sia già ripugnata in altre occasioni? E' certo che tutto quanto abbia sentito sia frutto del mio pensiero e ordunque vitale e puro, ma quello che ho mietuto standoti accanto nelle scarne possibilità che mi hai concesso, non è altro che un campo d'asfalto grigio come la rabbia e la creta di cui è fatto il mio corpo nelle tue mani. Questa confessione rimane pavidamente affissa a un mondo incapace di reagire al congelamento dei sogni e trova riparo tra questo biancore anonimo -lenzuoli per parole assiderate- ma ciò che provo è senza rifugio e vaga nella desolazione come nella bellezza inesplorata.

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