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Poesia di Mario Rapisardi
Nomos

Se co' volubili soli le floride
Tempie si fecero brulle, se gl'idoli
Rosei bruciar le piume
Di verità nel lume;
Se le ingannevoli reti, cui tesero
Al core improvvido gli Amori aligeri,
Rompe, o con vol prudente
Schiva la conscia mente;
Non però, torbido fantasma, aggirasi
Il lamentevole spirto fra' ruderi
Di giovinezza, o giace
Di affetti orbo e di pace.
Ma, quale ad euro fecondo, sgombrano
Dall'etra i grigj giganti, e niveo
Quinci Etna e quindi appare
L'azzurro ampio del mare;
Tal, vinti al soffio degli anni, i pallidi
Sogni, che l'animo d'error fasciarono,
Tu splendi, o Vero, e lieta
Di te, l'anima s'acqueta.
Ecco, e pe' nitidi tempj dell'essere
Non Dei, non idoli: sta sopra a ferreo
Trono la Legge eterna,
Che terra e ciel governa.
Lei non di cembali fragor, non d'ostie
Sangue sollecita, non voti e lagrime
Di madri, non amori
Di pargoli e di fiori.
All'adamantino suo sguardo l'agile
Vita gli spazj ridendo semina;
Sorgon come faville
Popoli e mondi a mille.
Sorgon, ma rigida passa una vergine
Bianca: si piegano, com'erbe, al murmure
Dell'ale i tremebondi
i popoli ed i mondi.
O indeprecabile Forza, a te il fatuo
Gregge, che d'arbitro voler pompeggiasi,
Superbamente stolto,
Volga ribelle il volto,
Non io: tra bronzei fini tu l'anime
Serri, tu all'essere tutto con gemino
Vallo, onde viva e regni,
Campo infallibil segni.
Quivi alla provvida luce s'ingemmano
Dell'alma i vividi fiori; sorridono
Feconde all'aure amiche
Le indomite fatiche.
Ma se de' claustri dovuti il limite
Tu sforzi, oh flebili sconfitte, oh inutili
Vanti, oh pensier smarrito
Nel baratro infinito!
Dove, o terribile Còrso, i tuoi fulmini?
Dove gl'innumeri serti? Qual popolo
Di tua virtù superba
Un frutto, un'aura serba?
Suonano al vacuo étera, a' secoli
Suonan, quai gemiti, le tue vittorie:
Tra sanguinosi mari
Tu, bieco astro, scompari.
Ma bello e giovine sempre dall'umile
Bottega affacciasi Franklin: irradia
La veneranda testa
L'accorta indole onesta.
A lui non aurea sorte, non impeto
D'armi, non furie civili accrebbero
Lo stato; a lui non fiero
Studio acuì il pensiero;
Ma con longanime cura i selvatici
Germi dall'animo sterpando, e d'utili
Veri arricchendo il petto
Solo al Dover soggetto,
Di virtù all'ultime cime il più candido
Fior colse; e libero poi ch'ebbe l'animo,
E sè in sè stesso vinse,
Gli altri a francar si accinse.
Oh veglie, oh strenue lotte, oh magnanimi
Sensi e in detti umili saggezza altissima,
Oh magnanimo core,
A cui fu tutto amore!
Ecco, al tuo provvido venir si arretrano
Dell'aria i fumidi mostri: precipita
Sotto al tuo piè ruina
La folgore divina.
Conquise cadono l'armi e l' insidie
De' re al tuo semplice consiglio: un libero
Popolo a tanto ingegno
E' monumento degno.

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