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Tre sonetti su Gesù 
di Luigi Fiacchi
Sonetto XLV



Io vidi (ahi fiera vista) il greve peso
portar Gesù del Golgota sul colle,
di sudore e di sangue asperso e molle,
e da vil turba acerbamente offeso.

Egro e languido a morte alfine asceso
ove quel sacro monte il capo estolle,
(ahi quanto oprar per l'uomo ingrato volle!)
il vidi allor sul duro tronco steso.

E la turma crudel vidi anelante
premere intorno al mansueto Dio,
or le mani inchiodando, ed or le piante.

Fui per gridar contro quel popol rio;
poi mi ritenni in ripensar che tante
ahi! tante volte il crocifissi anch'io.





Sonetto XLVI

Viva l'eterno Dio: sconfitto e vinto
d'Averno il crudo Regnator sen giace:
l'empio pur sente il fiero braccio avvinto,
e l'aspra Morte abbassa il ciglio e tace.

Cade all'uom la catena onde fu cinto
per fallo antico di pensiero audace:
iddio dell'uom vendicatore ha vinto:
il ciel canta vittoria, e annunzia pace.

Io veggo già sovra l'eterea mole
erger di Croce trionfale insegna,
primo terror d'ogni tartarea trama.

E veggo in alto soglio il sommo sole,
he a regnare in eterno ov'egli regna
i redenti mortali aspetta, e chiama.





Sonetto XLVII

Presso era il dì, che in spoglie umane avvolto
mostrarsi al mondo il Salvator dovea,
e intorno al Padre onnipossente il folto
stuol dei Genii del ciel così dicea:

signor, quella dov'è che in seno accolto
tiene il tuo Figlio, Verginella ebrea?
Quella, cui già tu nel crearla hai tolto
dalla più grande e più perfetta idea.

E il sommo Nume in su l'eterea via
verso un povero tetto un improvviso
lampo vibrò, che ne additò Maria.

Ma in tanta gloria in sul virgineo viso
tale appario bella umiltà natia,
che attonito rimase il Paradiso.