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Poesia di Jules Laforgue
 Lamento dell'autunno monotono

Autunno, autunno, addii dell'Addio!
La tisana bolle e sul mio fuoco
trabocca; si spolmona
il vento a rinvenire
il ceppo dove brucia il mio gran cuore.
Esistono occhi veri?
Nessuna pensa a darmi un po' d'amore.

Ambienti aperti
senza divani;
sguardi nascenti,
lutti solitari,
vermi dei Settari!

La pioggia, il vento, oh! la pioggia, il vento!
Antigone, scostate la mia tenda;
questo ex cielo, tutto
fuliggine, fondendo
sta decrescendo, statu qua, crescendo? .
il vento che s'annoia,
starà certo voltando i parapioggia?

Amori! carnieri!
nei giorni di gelo .
sognare
senza volumi
dentro alle tane
calde di letame!

Spiagge, cieli, ferrovie, rami secchi,
battelli fermi tra le foglie d'oro,
il quarto alle stelle; per chic
alle vestizioni di suore
ha l'erre in gola la Parigi-bene:

 troppo strazianti corni d'allali
 m'hanno riempito queste care scene.

 Allarmi, omicidi,
 ingrati sogni!
Le braccia in croce;
le rose aperte,
divine perdite!

Morto il sole, tutto ci abbandona!
Si credette incompreso. Ora è lontano!
Povero vento, sprona
questi cortei di martiri
che chiamano se stessi a testimoni!
La terra, così buona,
se ne morrà di certo quest'autunno.

Notti sottomarine!
Foreste porporine,
fiumi d'argento,
banchi in travaglio,
tutto s'accende!

Bah, fumiamoci una pipetta di tabacco,
sfogliando uno di questi vecchi almanacchi,

sognando d'adorare, riunite in una piccina,
la grazia del garofano e quella del cardellino.

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