Poesia di Giovanni Pascoli

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 Poesia di Giovanni Pascoli
La figlia maggiore

Ninnava ai piccini la culla,
cuciva ai fratelli le fasce:
non sapeva, madre fanciulla,
come si nasce.

Nel cantuccio, zitta, da brava,
preparava cercine e telo
pei bimbi che mamma le andava
a prendere in cielo.

Or cantano i passeri intorno
la piccola croce, in amore...
ché lo seppe, misera, un giorno,
come si muore!

L'erba è verde, piena di grilli.
Non un passo, non una voce
mai. Vivono, loro, tranquilli
intorno la croce.

Si beccano, s'amano, pascono,
in mezzo a quel pieno di cose
e di silenzio, dove il verbasco
fa tra le rose.

No, passeri! su le sue zolle,
no! non fate tanto vicino!
Là fitto di bianche corolle
è il pero e il susino.

Andate su l'albero in fiore
che al vento si dondola e culla!
Non turbate l'umile cuore
che non sa nulla!

Passa il vento come un respiro
caldo, lungo, dolce, che porta
su l'alito il polline in giro...
sopra la morta.

No, vento d'aprile, no, vento
d'amore, no tanto vicino!
Là nei campi bacia il frumento,
soffia tra il lino!

Fa che venga l'anima ai cardi,
che le viti tengano il raspo:
fa che abbiano l'accia, più tardi,
il guindolo e l'aspo!

Ma l'erba qui prima del fiore,
ma il fiore qui prima del seme,
la frullana taglia, e due ore
sibila e freme.

Un vecchione falcia e raduna
l'erbe e i fiori di primavera;
poi tutto egli brucia, là, una
limpida sera:

la sera, una sera di maggio,
che s'odono tanti stornelli
di sui gelsi, e sente, il villaggio,
di filugelli.

Dal villaggio vedon la fiamma
ch'arde sola, rossa, in quel canto:
la vedono gli occhi di mamma
pieni di pianto.

Oh! piange, ché il vecchio le toglie
qualcosa più che le togliesse:
fili d'erba, piccole foglie,
povera mèsse,

fioritura, sì, bianca e rossa,
della bimba, che non lo sa:
sua sola, laggiù, nella fossa,
maternità.

Pubblicata per la prima volta sulla «Riviera Ligure» dell'aprile 1902 (era stata inviata a Mario Novaro nel febbraio, come risulta
da una lettera del Pascoli al Novaro dell'8 febbraio), venne poi raccolta in Cl (1903). Il titolo originale, come appare dagli abbozzi, era La sorella grande o La sorella maggiore, e alludeva più direttamente alla sorte della sorella Margherita, morta diciottenne di tifo il 13 novembre 1868 e ricordata nel Giorno dei morti, MY, 37-60 (cfr. in particolare i vv. 53-54: «voi che cresceste, mentre qui, per sempre, / io son rimasta timida fanciulla», e il v. 56: «se vi fui madre e vergine sorella»), All'immagine della sorella si sovrap- pone l'altra, tipicamente pascoliana, del fanciullo o dell'adolescente a cui la morte precoce ha impedito di conoscere l'esperienza sessuale, magari velata da un'inquieta sentimentalità o, come qui, adombrata dalla maternità: immagine, questa ultima di trasparente origine proietti va, anche quando si ricollega letterariamente alle giovinezze immaturamente recise di personaggi
virgiliani o ariosteschi. Il motivo della conoscenza negata, che percorre poesie tra loro apparentemente diverse, come i DUJ cugini, MY, e Il sogno della vergine, CC, s'intreccia poi con la particolare sensibilità pascoliana a coniugare amore e morte in seno al mondo naturale, assunto a schermo del mondo umano: di qui le situazioni cimiteriali, in cui i segni della morte fisica si mescolano con quelli della fecondazione e del rigoglio vegetale, secondo un'ambigua disposizione che vede sì accanto alla morte la rinascita della vita, ma che connota anche luttuosarnente il «misterioso» processo riproduttivo: cfr Placido, MY, Lapitù, MY, e lo stesso Gelsomino notturno, CC, con quell'inquietante parallelismo dei vv. 11-12: «Splende un lume là nella sala. / Nasce l'erba sopra le fosse». .
METRO Quartine di due novenari dattilici, un novenario trocaico e un quinario nelle strofe dispari; di due novenari trocaici, un
novenario dattilico e un senario apparente nelle strofe pari (il senario si riduce in realtà a quinario per l'elisione della sillaba iniziale con quella finale del verso immediatamente precedente). L'unica eccezione allo schema prosodico è costituito dal v. 21, dattilico anziché trocaico, come dovrebbe essere. Il v. 17 è ipermetro, ma l'ultima sillaba.s'elide conia prima del verso successivo, per consentire la rima col v. 19 (« pascono»/« verbasco»). Le rime sono alternate.