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Poesia di Gianni Milano
Oscar

Oscar dai baffi bruni, in una bolla di vetro opaco,
lievemente sospeso sul selciato,
santo di barriera alle sette di mattino.

Mentre la nuvola al di sopra dell’Asilo
s’ingrigia e s’adagia sul sofà del cielo - il cane
si scansa flemmatico
annusando nell’aria una storia d’amore 
ippocastani immobili come ussari in pensione
tra di loro sorseggiano tazzine di pettegolezzi,
scodellandosi gli uni agli altri minutaglie
di passeri, cuori con le ali, fragili come la pioggia 
un cappello di carta, la rapida
coreografia della foglia che cade.

Oscar dai baffi bruni, con occhi d’onice brillante,
alla piazza concede uno sguardo,
una pietà operaia con cirri d’Internazionale.

Sgrappola il fumo tra il lacrimoso e la sciarpa,
quando la porta s’apre
e ritaglia nel buio un buco di calore,
un’aspirazione tentatrice
di grappa e caffè nel covo degli specchi 
e là si posa la metafora del sapere
e la ruga s’allenta
ciondolando sul giornale in un’altalena d’emozioni stente 
mentre ad arco
la voce della ragazza dietro al banco lucente
s’incontra
col sornione complimento
del vecchio gatto grigio ronfante.

Oscar dai baffi bruni, che trattiene nella memoria
profili di pugni sollevati
in una festa equamente divisa tra il rosso e il nero
dell’inverno,
attraversa lo spazio,
come una poesia, come un flusso grumoso
d’epopea e di sogno,
Oscar dell’oggi operaio in tuta
e di ieri anche promanazione, passo leggero e preciso:
dove l’attende il drago?

Oscar dai baffi bruni, saluta
con sofferenza agli angoli del vedere
le accosciate presenze degli amici al caffè,
e subito l’agguanta
un abbaiare di freddo, una bestemmia
fumata via dal naso, una ridda
di vegetali tentazioni, ultimi spasimi degli alberi,
ultime dita che segnavano il ritmo del tram
scampanellante.

Oscar dai baffi bruni, che incarna il pastrano
rivoltato,
l’altra faccia della storia,
che si specchia in spiccioli di vetro,
e si lava le mani in lavandini a conchiglia,
orinando contro gli alberi,
bofonchiando saluti, Cincinnato manovale
con la fronte a ragnatela.
Che ogni giorno è la prova,
il muro color del chi se ne frega
là davanti,
con inferriate e mosche morte, qualche petalo secco
di geranio e il guardiano in divisa
dove naufraga il volto
e rimane l’azzurro,
una macchia incisiva
che controlla
all’entrata.
Ha l’aspetto d’un vecchio cane prossimo a finire
e grintoso
e non cede e trattiene con la saliva
delle gengive afflosciate
la sua caparbia volontà di vivere 
Manifattura Tabacchi, avvolgente amore odiato,
che sta
e sbarra il flusso,
l’ipotesi dell’avvenire,
il volo ascendente di Oscar dai baffi bruni,
il ricciolo barocco della bandiera rossa.

Oscar dal mattino nebbioso - Oscar dalle mani in tasca
Oscar della barriera - Oscar dell’oltre-ferrovia
Oscar del cicchetto al bar - Oscar della grinta indolente
Oscar per tutti dai baffi bruni
pronto a bollare la cartolina
e a incidere di minuti suoi
la pelle rugosa del drago
mentre fuori le lampade si spengono
e solo i pensionati osservano il cielo
in attesa che qualche superiore disegno
concluda in un applauso il quotidiano spettacolo.

Torino, Regio Parco, 1980

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