Login

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 


natale_leggenda
La leggenda di Natale
 

di Giuseppe Fanciulli

 

La delicata leggenda narra di un'opera buona compiuta in una notte di Natale.
La santa regina decide di portare ai suoi piccoli beneficati i doni di Gesù Bambino. Ma nessuno dei suoi paggi e delle sue damigelle ha la sua tenace volontà di giungere
e tutti si addormentano per via. Bella è l'immagine delle falde di neve che sarebbero le piume degli Angeli.
La fede incrollabile che anima la regina, la spinge e la guida nel cammino, malgrado esso divenga a mano a mano più difficile e faticoso. Nella sua grande carità Elisabetta crede possibili e realizzabili tutte le cose desiderate in nome della bontà e della fiducia in Dio.
Questa bella leggenda insegna che non bisogna mai rinunciare a compiere le buone azioni anche se mille ostacoli vorrebbero impedirne la realizzazione.

La neve non cadeva più, ed Elisabetta disse: - Ora potremo andare.
Soltanto qualche piuma bianca si staccava dal cielo bigio e la santa regina aggiunse: - Passano gli Angeli del Signore e ci precedono.
Ma una delle damigelle, che stava in piedi presso l'alto balcone si volse e disse con qualche incertezza: --.:. Signora, io credo che non potremo andare.
Elisabetta si alzò meravigliata e tutta la sua faccia bella interrogava. Le altre dame, i paggi della corte tacevano.
Signora, - aggiunse  damigella, anche più incerta sotto la luce di quegli occhi sfolgoranti - la strada non si vede più.
Allora la regina fece qualche passo, salì i tre gradini e rimase a guardare di là dal balcone, accosto alla damigella. Il fianco del colle era coperto di neve alta e scendeva più rapido, con lievi ondulazioni; in fondo, attraverso la nebbia, appena tremolava qualche luce.
lo vedo l'ospedale; - disse la regina - i miei bambini sono laggiù: hanno già acceso le lampade.
Forse sono arrivati da loro i fraticelli che messer santo Francesco ha mandato dall'Italia.
E noi faremo restare i bambini senza doni la vigilia di Natale?
La damigella pareva sgomenta a testa china. Perciò Santa Elisabetta continuò a parlare: - lo vedo quella strada che veramente non si vede. Quella che ha al suo termine una luce.!
Un paggio che pur gua.rdava da un'altra finestra, disse: - Dovremmo cammInare lungo Il burrone.
E. vero, - riprese la regina - la strada sepolta passa lungo il ciglio.
Gli occhi chiari guardavano il gran crepaccio, che segnava il fianco del monte come una ferita e lascia;i- risalire dal suo invisibile fondo un'ombra turchina.
Tutte le strade - diceva Santa Elisabetta -passano lungo abissi.
Quando sono venuta dal mio sole d'Ungheria a queste cupe vette della Turingia, ho viaggiato per tanti giorni in una d'argento, e i miei occhi di bimba, già promessa sposa a un principe
ignoto, si perdevano negli abissi. Pure il Signore mi ha sorretto in ogni caso: e anche per quelle mie angosce non dimenticate, ho poi voluto che ogni bambino innanzi a me sorridesse. Andiamo, andiamo: ci aspettano.
Le dame e i paggi si alzarono ancora senza parlare. Più frequenti si staccavano dal cielo le piume degli angeli. Erano pronte le ceste che contenevano i doni per i bambini dell'ospedale.
La regina volle la più grande; coprÌ la bionda testa con un cappuccio di lana bianca e quando vide incappucciate anche le persone del suo seguito dIsse: -Chi ha paura, chi già non corre col cuore incontro a quei bambini, può addormentarsi dentro al suo cappuccio prima di avere varcato il ponte. - Prese la cesta e si mosse.
Gli altri la seguivano; ma scendendo le scale, attraversando sale e corridoi colmi d'ombra, di contro al bianco riflesso della neve, il rumore dei passi si faceva sempre più leggero: di momento
in momento, damigelle e paggi si addormentavano nei cappucci; sul ponte,in mezzo all'aria diaccia, risuonarono soltanto i passi di Santa Elisabetta.
Ma la regina non camminava sola; vedeva andare dinanzi a sé una figura diafana,5 fra i veli della nebbia: forse uno dei suoi paggi, quello che poco prima aveva parlato; perché non si fermava e non l'aiutava? La cesta dei doni era divenuta ricolxna e pesantissima, come se contenesse anche il carico degli addormentati.
E il cammino era così difficile nella neve molle e così lungo! Le luci dell'ospedale apparivano come un tenue fiore, come una rosa tremante sul cielo tutto bigio.
«Vengo, figliolini miei I -pensava la regina - Anche morta di fatica arriverò I ». Vedeva i giacigli' allineati nello stanzone; e a una a una le faccine dei bimbi che essa aveva raccolto e curava,
per renderli sanati al sorriso delle madri. I fratelli di suo marito mormoravano perché vuotava le casse per mantenere in vita tanta gente inutile; non erano bastate le lprodigalità con tutti i poveri che salivano da ogni parte al castello; era venuta anche la fondazione dell'ospedale; un'idea pazza che nessuno, assolutamente nessuno, aveva avuto prima d'allora.
Il re Lodovico, lo sposo suo, così bello e così buono, l'aveva sempre difesa; ma ora viaggiava in Italia, a raggiungere la crociata di Terra Santa: e la regina si sentiva sola.
Ecco, anche la luce lontana si è spenta: la rosa tremante ha disfatto i suoi petali nel cielo bigio. Anche il paggio che correva innanzi non si vede più.
Dal fondo del burrone sale la voce fredda del torrente, e un fluttuare di ombre turchine.
Come pesa, all'improvviso, un povero cuore di donna! Coi suoi colpi gravi dice e ripete: « No! no! no! ». Fu il peso del cuore che fece cadere in ginocchio, sul ciglio dell'abisso, la regina. Nell'urto, la cesta dei doni le scivolò dalle braccia, rotolando sparì.
Santa Elisabetta rimaneva in ginocchio, ascoltava la voce del torrente, guardava l'ombra del fondo! Aveva perduto tutto! I suoi doni!
Il sorriso dei suoi bambini! Sentiva dolere anche il cuore dello sposo lontano; perché aveva pensato di dire ai bambini:
« Tutto questo vi manda il re Lodovico, che è in viaggio verso Betlem. ».
.Intorno a lei, su. di lei,  la neve aveva ripreso a cadere volteggiando, con un sottIle frusc'o dì seta.
Allora  la regIna si alzò, e guardò nell'abisso senza paura. Chiese al Signore di poter ritrovare i suoi doni, e incominciò a discendere.
I piccoli piedi affondavano nella neve e sanguinavano; le piccole mani si afferravano agli sterpi, trovavano le spine sotto alla molle guaina.
La voce del torrente si faceva più alta, irrideva,minacciava. « Che cosa cerchi? Le piccole cose, luccicanti e colorite, che chiudevano un palpito d'amore nel loro fragile corpo, io le ho prese
e le ho uccise: le ho sbattute contro i macigni. E ora che cosa vuoi? Prenderò anche te! Sparirai; e i macigni non se ne accorgeranno ».
Santa Elisabetta continuava a scendere. Ogni goccia di sangue caduta sulla neve le pareva un lume acceso al Signore.
Sentiva che sarebbe andata giù giù per il dirupo, anche se mai avesse dovuto arrivare. Il torrente mugghiava infuriato.
Ma più forte di quel mugghio si levò una voce fatta solamente di profumo, profumo di rose.
Saliva, come se all'improvviso si fossero aperti i cancelli della primavera e la terra volasse l'alito di maggio.
Poii qualche cosa splendette e fiammeggiò a traverso il mobile velo bianco. Santa Elisabetta faceva trepidando gli ultimi passi, sapeva che erano gli ultimi passi.
Arrivò su un liscio ripiano, a fior dell'acqua: vide i suoi doni, sparsi, ma infatti ognuno più bello, con uno splendore nuovo nel colore vivace; e tutt'intorno era fiorito un largo cespo di
rose, di rose color sangue.
Signore benedetto! - Santa Elisabetta pregava. - I miei bambini avranno anche le rose. Queste sì me le avete date per un pensiero del mio sposo. Come vi ringrazierò?
Vedeva il re Lodovico e le sue lance 9 di Turingia, mentre cavalcavano lungo un golfo d'Italia, là dove le rose fioriscono anche in dicembre.
Lo sposo aveva pensato: «Oh, se a Elisabetta e ai suoi poveri potessi dare il tesoro di queste rose! ».
Gli steli si recidevano al tocco delle dita sottili: non avevano spine, e parevano ubbidire a un silenzioso comando.
Un rogo di fiori odorosi splendeva sulla neve, mandava  riflessi d'oro acceso sui doni.
Ma allora la regina, riunendo le mani dolenti, pensò: « E come potrò 'portare io sola tutta questa ricchezza fino all'ospedale? ». Si accorse, sollevando i begli occhi, di non essere sola.
Era ricomparso il suo paggio: stava fermo tra i mobili veli bianchi; e a poco a poco, con quelle piume sperdute dagli angeli tutto si vestiva: era bianco, aveva due ali che si spiegarono, e la regina Elisabetta, curvandosi, poté raccogliere con un gesto solo tutto il tesoro dei fiori e dei doni.
Andavano, l'Angelo e Santa Elisabetta, lungo il ciglio dell'abisso: il cielo si era improvvisamente schiarito e nel colore del giacinto brillavano piccole stelle d'oro.
Camminavano lungo la strada che aveva al suo termine una luce.

Commenti

Potrebbero interessarti